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Paolo Villaggio oltre Fantozzi: i film meno ricordati

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Fantozzi e Fracchia sono dentro di noi, ma chi si ricorda di Giovanni Bonfiglio e Didino?

Paolo Villaggio oltre Fantozzi: i film meno ricordati

La figura di Paolo Villaggio, che ci ha appena lasciati, viene così spontaneamente associata a quella di Fantozzi / Fracchia, sue creazioni più note, che la riscoperta nella sua filmografia di ruoli diversi lascia ingiustamente stupiti. Ingiustamente, perché il talento dell'attore genovese ha saputo mostrare un'attenzione al grottesco, al surreale, alla vera, pura cattiveria politicamente scorretta, e persino al dramma. Proviamo a riesaminare i suoi lavori dribblando i casi dello standard "com'è umano lei".



L'amicizia con Vittorio Gassman

L'amicizia con il grande attore ha segnato buona parte della vita privata di Paolo Villaggio, ma anche l'inizio della sua carriera cinematografica, nella prima metà degli anni Settanta, prima che Fantozzi del 1975 segnasse la sua autonomia totale di star. Nel 1970 mise a punto una macchietta simil-teutonica, il soldato Thorz, sorpreso nel tentativo di uccidere un bambino in Brancaleone alle crociate. La collaborazione con Gassman si concretizzò ancora nel liberissimo Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto (1972), una delle rare regie dello stesso Vittorio Gassman, e in Che c'entriamo noi con la rivoluzione?, ancora del '72, diretto da Sergio Corbucci e ambientato in Messico, dove Gassman è un guitto italiano che rimane travolto dalla rivoluzione messicana insieme a un prete, interpretato da Villaggio.



Il grottesco: Marco Ferreri, Pupi Avati e Luciano Salce

Paolo appare brevemente in Non toccare la donna bianca (1974) di Marco Ferreri, dov'è un agente della CIA, ma è anche un pappone alla Harpo Marx nell'aggressivo La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975) di un Pupi Avati del periodo pre-nostalgico. E' però l'incontro nel 1974 con Luciano Salce, che l'avrebbe poi diretto in Fantozzi, a lasciare il segno presso gli spettatori che siano disposti a sostenerne la carica "mostruosa": Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno lo vede nei panni di Didino, un uomo afflitto dal complesso di Edipo per la debordante madre, la Contessa Mafalda. Non a caso è tratto da un'opera teatrale di Rafael Azcona, storico collaboratore proprio di Ferreri. Successivamente Salce avrebbe sostenuto Villaggio anche nel 1978, quando in pieno fenomeno Fantozzi cercò di diversificare il repertorio riproponendo un suo personaggio televisivo dalla buffa parlata in Professor Kranz tedesco di Germania, ma eravamo già in un registro dissacrante addolcito dalla bonomia della fama fantozziana.



Sistemo l'America e torno

Uscito nel 1974, Sistemo l'America e torno di Nanni Loy è un oggetto volante non identificato, meritevole davvero di una seconda occhiata (o di una prima). Apparentemente rientra nel filone del Villaggio comico, ma la simpatia del protagonista è un cavallo di Troia per una storia particolare: il ragioniere Giovanni Bonfiglio parte per gli Stati Uniti, costretto dal suo datore di lavoro a ingaggiare una nascente star del basket, Ben Ferguson. Lì giunto, scopre che il ragazzo afroamericano è affiliato alle Pantere Nere, e viene trascinato da lui in un lungo peregrinare in America, dove Giovanni tocca con mano il razzismo della società. E' diventato praticamente impossibile vederlo in edizione integrale non tagliata (di oltre 23 minuti!).



Rabbia e amarezza: Il Volpone, La voce della Luna

Dopo oltre dieci anni di carriera improntati al parafantozzismo, Paolo Villaggio riemerge come interprete in due produzioni differenti verso la fine degli anni Ottanta. La prima è uno sfizioso adattamento della commedia omonima di Ben Johnson, con un cast di stelle nostrane perfetto: parliamo di Il Volpone (1988) di Maurizio Ponzi, nel quale è un ricco armatore che si diverte, con l'aiuto del maggiordomo Mosca (Enrico Montesano), a sventolare la possibilità di una sua prossima dipartita, con relativa succosa eredità, a un gruppo di pseudo-amici interessati. Cinismo a palate e una presenza piuttosto aristocratica: decisamente negli Ottanta nessuno era abituato a un Villaggio così.
Ancora meno abituati sarebbero stati al suo alienato e disperato Gonnella, minacciato dalla "vecchiezza", nel forse sottovalutato La voce della Luna (1990), ultimo film di Federico Fellini, in grado di restituire al pubblico un Roberto Benigni e un Paolo Villaggio (vincitore del David di Donatello), unici nella loro filmografia.



Successivamente Paolo Villaggio, archiviato quasi definitivamente il filone farsesco più o meno a metà degli anni Novanta, ha cercato sfumature in Io speriamo che me la cavo (1992) di Lina Wertmuller, storia di un insegnante che scopre l'umanità dei bambini di un paese vicino Napoli, e poi ancora nel fiabesco Il segreto del Bosco Vecchio (1993) di Ermanno Olmi (che gli fece vincere un Nastro d'Argento). La cattiveria pura, scremata dalla comicità più serena, è stata assicurata in Cari fottutissimi amici (1994) di Mario Monicelli e il corale Camerieri (1995) di Leone Pompucci. Negli anni Duemila, da segnalare è sicuramente la sua apparizione nel cult semihorror di Gabriele Salvatores, Denti (2000), dove interpreta - ruolo di sadismo a lui congeniale - un inquietante dentista. Di recente era stato addiritura il Presidente del Consiglio in Tutto tutto niente niente (2012), al fianco di Antonio Albanese.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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