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Kubrick oltre Kubrick: chi sono oggi gli eredi del grande Stanley, a vent'anni dalla sua morte?

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Abbiamo cercato di dare una risposta alla domanda (impossibile, e un po' oziosa), individuando come risposta cinque nomi fondamentali per il cinema contemporaneo.

Kubrick oltre Kubrick: chi sono oggi gli eredi del grande Stanley, a vent'anni dalla sua morte?

So che non sta bene dirlo proprio oggi, ma c'è stato un periodo della mia vita in cui ho provato un profondo fastidio nei confronti di coloro che si riempivano di continuo la bocca col nome di Stanley Kubrick.
Questo fastidio nasceva dal fatto che, per carattere, ho sempre sopportato malamente i culti e le santificazioni, le adesioni incondizionate al Mito di questo o quell'autore (non ho, evidentemente, l'animo del tifoso: non ce l'ho nemmeno nel mondo dello sport, con rare e parzialissime eccezioni che comprendono Michael Jordan, John McEnroe e Ayrton Senna; per il resto sono uno dai costumi piuttosto facili). Quindi, quando sento parlare in maniera eccessiva e ossessiva di questo o quel regista, tendo a distaccarmene, o a tentare un ridimensionamento forzato.
Ma a giocare un ruolo altrettanto importante, in quel fastidio il fatto che quello di Kubrick è il nome che più di tanti altri riempie la bocca dei cinefili della domenica, quelli che conoscono tre film messi in croce della storia del cinema ma pontificano e blaterano su 2001, Arancia meccanica e Shining.

Eppure, la grandezza di Kubrick sta anche in questo: nell'essere forse, tra i grandi registi-autori della storia del cinema, quello che più di tanti altri è stato capace di essere accessibile e attraente nei confronti del grande pubblico, o comunque di essere recepito in maniera aperta e dialogica. Sicuramente grazie al suo aver piegato la sua autorialità ai generi, o forse viceversa, senza perdere - ma, anzi, ribadenola - un briciolo della sua aura intellettuale e quasi mistica, costruita anche grazie al fatto di aver girato nel complesso pochi film, e con grandi intervalli tra uno e l'altro.
Oggi, allora, che si celebra il ventennale della morte di questo grandissimo regista (perché mi piace moltissimo, Kubrick, non scherziamo), lascio che siano ancora una volta altri a riempirsi la bocca col suo nome e col suo cinema, per tentare di rispondere a una di quelle domande cui non c'è mai, davvero, una risposta.
La domanda che recita: "Chi è, oggi, l'erede di Stanley Kubrick?"

Ovviamente si tratta di un gioco, poiché nessuno è mai davvero l'erede di nessun altro, se non simbolicamente o per acclamazione popolare; perché lo stile di un grande regista contemporaneo potrà anche essere debitore, in qualche caso, nei confronti di quello di Kubrick, ma mai in maniera unica e assoluta, e perché nessun vero grande vuole solo assomigliare o ricopiare qualcun'altro.
E però è vero che pochi altri registi sono stati riferimento e influenza per chi è venuto dopo come il vecchio Stanley, e che ci sono almeno cinque registi vivi e attivi nel cinema contemporaneo che, per un motivo o per l'altro possono essere considerati quelli che, più di altri, hanno raccolto il testimone kubrickiano.
Che poi, a ben vedere, i motivi che spingono ad avvicinare il nome di qualcuno a quello di Kubrick sono sempre principalmente due: da un lato il perfezionismo, dall'altro la capacità di affrontare il cinema di genere in maniera autoriale e comunque calata all'interno del sistema produttivo hollywoodiano.

Il primo nome che si tira solitamente fuori in questo genere di conversazioni è senza dubbio quello di Christopher Nolan, che già nel 2010, in un pezzo a firma di Andrew Pulver, il Guardian accostava al regista di Eyes Wide Shut, e che con Dunkirk aveva portato sempre Pulver, e sempre sul Guardian, a sostenere che l'inglese avesse finalmente eguagliato qualitativamente le vette dell'americano: che quel film lì fosse il suo Orizzonti di gloria.
Di mezzo ci si è messo, lo scorso anno, anche il Festival di Cannes, stabilendo un parallelo implicito tra Interstellar e 2001: Odissea nello Spazio chiamando Nolan a presentare sulla Croisette la versione restaurata di quel capolavoro (2001, intendo).
In quell'occasione, Nolan aveva accettato di buon grado di portare la croce kubrickiana ("2001 mi dimostrò che il cinema può tutto"; "Kubrick disse che il miglior modo di imparare a fare un film è farne uno. Io non ho fatto una scuola di cinema, ho imparato tutto da solo", disse, come riporta la Rivista del Cinematografo), ma già nel 2013 aveva parlato a Entertainment Weekly della calma applicata al racconto e alla regia, e dell'importanza comunicativa affidata all'immagine giusta, come di tratti comuni tra sé e quell'ingombrante collega, dal quale lo aveva ereditato.

A maggior ragione, allora, se consideriamo questa (bella e condivisibile) riflessione su questa calma intima che pervade il cinema kubrickiano, la sua ossessione per l'immagine, e - ancora - l'esplorazione di generi diversi, oltre a quello di Nolan al nome di Stanley Kubrick se ne possono accostare anche altri.
Da questo punto di vista quello che ritengo più adatto è senza dubbio Paul Thomas Anderson: che è uno dei più grandi registi viventi, e che per sua stessa ammissione ha dichiarato di ispirarsi direttamente a Kubrick nell'uso che fa delle musiche nei suoi film e che a Kubrick è assimilabile per perfezionismo e per profondità filosofica del suo cinema, per cura ossessiva dell'immagine, per la grandiosità, il mistero e l'insondabilità che circondano molti dei suoi film e dei suoi personaggi. Penso ovviamente, e soprattutto, a titoli come Il petroliere, e ancora di più The Master, e Il filo nascosto.

È pur vero che Anderson, con poche e parziali eccezioni (che poi sarebbero il thriller dell'esordio di Sydney e la commedia di Vizio di forma), non ha quasi mai affrontato il genere in maniera così frontale come Nolan, e come Kubrick. Per questo esiste in rete una fronda che vuole avvicinare a Kubrick un altro regista americano: David Fincher.
Come Kubrick (ma anche come Nolan, e lo stesso Anderson), anche Fincher è un autodidatta, e un autore ossessionato dalla tecnica e dall'aspetto formale dei suoi film. E sicuramente a uno come lui non manca la frequentazione diretta e frontale con il cinema di genere. Sicuramente kubrickiano è il modo in cui Fincher, perlomeno da Zodiac in avanti, ha gradualmente fatto diventare il suo cinema sempre più rarefatto, formalmente pulito e raggelato, e complesso dal punto di emotivo, con The Social Network a rappresentare da questo punto di vistauna vetta finora ineguagliata dai pur ottimi lavori successivi del regista, Millennium e Gone Girl.

Parlando di ossessioni formali e di perfezionsimo, però, non credo nessuno oggi riesca a battere un altro dei più grandi autori viventi, che è Michael Mann, anche lui spesso relazionato a Kubrick.
Indubbiamente un film come L'ultimo dei Mohicani, giusto per citarne uno, ha qualcosa di fortemente kubrickiano in sé, e magari anche Insider, o Collateral, ma in generale l'impressione è che il cinema di Mann sia troppo nervoso e troppo caldo come temperatura emotiva (troppo poco calmo, per tornare al concetto espresso da Nolan), e troppo sperimentale (pensiamo anche solo a capolavori come Miami Vice e Blackhat) per essere accostati per analogia a quello del regista di Barry Lyndon.

Qualcosa di simile potrebbe valere altro autore che, per motivi analoghi, è un altro che nella pratica del suo cinema ha dimostrato di applicare in maniera chiara e diretta l'influenza che i film di Kubrick hanno avuto su di lui, influenza comune e non negata da nessuno dei citati finora: Nicolas Winding Refn.
A pensarci bene, allora, è forse proprio il danese, a modo suo ancora più sperimentale di Mann, quello che potremmo considerare il Kubrick del Terzo Millennio.
Il regista che, tradendoli, è stato capace di aggiornare all'era postmoderna e digitale l'ossessione formale, il perfezionismo, lo spessore filosofico, la capacità di fare propri e personali e coerenti con la sua visione autoriale i generi, lasciandoli al tempo stesso chiaramente riconoscibili, che erano distintivi del regista scomparso vent'anni fa, proprio quando questo Terzo Millennio stava albeggiando, e il danese compiva i primi passi nel mondo del cinema.
Film come Bronson, Drive, Valhalla Rising e perfino l'ultimo, imperfetto e fallato The Neon Demon, sembrano star lì apposta per dimostrarlo. Aspettando di vedere cosa ha combinato il danese con la serie tv Too Old to Die Young, prevista su Amazon Prime Video per l'estate del 2019.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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