Oliver Stone: 70 anni alla ricerca della verità

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Oliver Stone: 70 anni alla ricerca della verità

Non sappiamo cosa ne pensiate voi, ma noi – che poi sarei io – vogliamo un gran bene a Oliver Stone. Forse anche al di là dei suoi meriti, lo consideriamo una voce necessaria nel cinema e nella cultura contemporanei: a volte magari un po’ stonata, altre confusa, ma per la maggior parte del tempo forte e chiara, tanto che abbiamo detto spesso di preferire un brutto film di Oliver Stone ai bei film di tanti suoi colleghi. Perché nel tessuto grezzo che costituisce le sue trame di finzione (al contrario dei suoi lucidi e precisi documentari), c’è sempre la perla nascosta, quel momento che ti ricompensa con gli interessi dell’attesa e della pazienza che hai dimostrato, e a cui poi continui a ripensare molto tempo dopo la fine del film.

Oltre a quelli che ha diretto è bene ricordare che ha scritto anche Scarface e Fuga di mezzanotte, altri due titoli rimasti nell’immaginario collettivo. A partire dal suo primo film, il più che bizzarro e allucinatorio Seizure, il suo cinema è rimasto psichedelico, come le droghe che ha sperimentato e che hanno condizionato le esperienze di tanti giovanissimi soldati nella guerra del Vietnam in cui si arruolò volontario e da cui tornò ferito e pluridecorato. Forse è per questo che i suoi film (e non solo la trilogia di Platoon, Nato il quattro luglio e Tra cielo e terra) hanno sempre il sapore della verità nella rappresentazione della violenza, degli stati alterati di coscienza e dell’aggressività umana che con rare eccezioni (non a caso deludenti) li caratterizzano tutti.

Perché lui ci è passato e di tanto in tanto, almeno per quel che riguarda la droga, ci ricasca. Nei suoi momenti migliori è capace di sfornare un film incredibilmente complesso e affascinante come JFK o come quell’incredibile, divertentissima e anarchica evasione che è U Turn, forse la sua storia più libera e personale. In quelli peggiori cede alla retorica o complica la semplicità della trama con sottofinali e deviazioni non necessarie. Complottista prima che questo termine scadesse a designare l’ignoranza collettiva di chi crede alle scie chimiche e al Grande Vecchio, è sempre andato in cerca, in tutto il suo cinema e nei suoi exploit televisivi come The Untold History of the United States, delle verità nascoste dietro quella ufficiale, di quello che non ci è stato detto dai vinti e dai dominatori che continuano a riscrivere la storia.

Non si è mai accontentato, Oliver Stone, delle risposte preconfezionate e dei pregiudizi promossi a verità inconfutabili e per questo ha realizzato splendidi documentari su Fidel Castro, su Hugo Chavez e Yasser Arafat, senza timore di ritorsioni in patria ma mosso sempre dalla passione e dalla curiosità che l’hanno sempre motivato. Non è mai stato un pavido e questo ci piace di lui. È stato il primo ad indagare al cinema i meccanismi di Wall Street che condizionano a tutt’oggi le nostre vite di schiavi e vittime del capitalismo finanziario, uno dei primi a svelare gli orrori delle dittature appoggiate dagli USA in un film come l’ancora oggi bellissimo Salvador. È un uomo che ha il coraggio delle sue opinioni in un’epoca ultra conformista e che si prende la libertà di contraddirsi. Era inevitabile il suo incontro/innamoramento con Edward Snowden, il giovane whistleblower che ha rivelato quanto la nostra privacy sia di fatto inesistente e che il Grande Fratello conosce, effettivamente, tutto di tutti.

Noi abbiamo avuto il privilegio di incontrarlo tre volte – per il suo Alexander, bistrattato ma denso di quelle perle di cui parlavamo all’inizio, per Wall Street – Il denaro non dorme mai e Le belve – e ogni volta parlarci è stata una gioia che ci ha lasciato col desiderio di continuare il discorso. Simpatico ed estroverso con chi lo sa ascoltare, passionale, spiritoso e dotato di autoironia, Oliver Stone compie oggi 70 anni e quale occasione migliore per ricordare quello che ha fatto e augurargli una vita lunga e creativa? Rivedere le immagini di tutti suoi film è rivelatorio di una carriera davvero straordinaria, dove tra una visione nel deserto e un’accensione di improvvisa e selvaggia violenza, la saggezza degli indiani e la spietatezza dei serial killer e dei cartelli della droga, emergono i suoi ritratti dei presidenti americani più controversi e ci accorgiamo che non c’è mai stato, nel bene e nel male, un altro che come lui abbia saputo raccontarci il nostro presente con un’impronta così personale e che sotto la lente deformante delle sue storie si nasconde il volto dei nostri mostri quotidiani. Happy Birthday, mr. Stone!


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