Auguri, Mario! 100 anni di Mario Monicelli

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Auguri, Mario! 100 anni di Mario Monicelli

Mario Monicelli: un film lungo una vita. Come il suo coetaneo Orson Welles, anche se in modo non bulimico e autodistruttivo, viveva di cinema e lo incarnava con una grazia burbera e irresistibile che ne ha fatto in vita uno degli uomini più amati dell’ambiente, nonostante il carattere a volte brusco e spigoloso. Era nato il 16 maggio 1915, all’inizio di quella Grande Guerra che immortalerà in uno dei suoi capolavori, a Roma e non a Viareggio, sua città d’adozione, come si è solo di recente appurato: lui non si era mai preoccupato di rettificare questo errore, perché in fondo, nella città di Mario Tobino, si sentiva davvero a casa. E non è un caso che il suo ultimo film, Le rose del deserto, fosse tratto proprio da un libro dello scrittore e psichiatra toscano, su un’altra guerra e un altro gruppo di poveri cristi.

Perché Monicelli raccontava gli italiani comuni e i diseredati, a volte nei risvolti migliori e spesso nei peggiori, con una pietas laica e umanissima che traspare in commedie come I soliti ignoti e in film più drammatici come La grande guerra. Ci faceva ridere ma ci faceva anche pensare, ci rendeva malinconici e ci faceva a scompisciare con i suoi improbabili eroi. Sapeva anche essere lucido e agghiacciante come in Un borghese piccolo piccolo, capolavoro entomologico della crudeltà di un’epoca che aveva cambiato tragicamente le regole facendo riaffiorare il mostro nel cittadino comune. Quel mostro venuto fuori durante il fascismo e poi scomparso come se non fosse mai esistito. Non sfuggiva nulla a Monicelli, al suo sguardo acuto e vivace, alla sua implacabile dialettica.

Quando nel 2006 presentò quello che sarebbe stato il suo ultimo film all'età di 90 anni suonati, nella sala dell'albergo romano che ospitava la conferenza stampa c'era un clima festoso ed eccitato. E lui non deluse le attese, schietto e tranchant come sempre, travolto dall’affetto dei giornalisti in un incontro costellato di aneddoti, con gli attori che raccontavano che a sera, distrutti dopo una giornata di riprese nel deserto complicate da tempeste di sabbia, stavano stravaccati nelle poltrone dell'albergo e lui scendeva fresco e arzillo chiedendo “ma che fate? Dormite? Non si esce stasera?”. Era una forza della natura quest'omino piccolo circondato dalle donne, che ne amavano probabilmente la mente acutissima e lo spirito sarcastico. Tutti gli volevano bene e tutti i suoi attori lo adoravano. Se lui ti mandava a quel paese o ti tartassava sul set - come ad esempio mi raccontò Alessandro Haber in quella occasione - non ti potevi offendere, ma eri contento perché capivi che ci teneva a te e ti trattava come un figlio.

Quando poi, in quella stessa memorabile giornata, me lo trovai davanti per il solito junket di 5 minuti non potei fare a meno di dirgli che era una delle poche volte nel mio lavoro in cui mi sentissi davvero emozionata per il fatto di incontrarlo. La risposta, fulminea: “meno male che alla mia età faccio ancora questo effetto alle donne”. Alla fine dell’incontro, quando l'operatore impietoso spense la macchina, la sua reazione stupita fu: “ma come? Abbiamo già finito?”, dopo un’intera giornata che si sottoponeva alle domande della stampa. Mi disse anche che film non ne avrebbe più fatti ma che gli sarebbe piaciuto iscriversi al conservatorio e imparare a suonare uno strumento, per fare qualcosa di nuovo.

Negli ultimi anni della sua lunga vita andava ovunque lo invitassero, in tutto il mondo, in qualsiasi festival anche piccolo che richiedesse la sua presenza, soprattutto se organizzato da giovani. Non li guardava mai dall'alto in basso, era uno di loro, viveva nella loro realtà, soffriva per le loro pene in un paese corrotto e ingiusto, che svendeva la sua cultura. L'uomo che quando lo chiamavano Maestro si schermiva dicendo “Maestro? Tutt'al più bidello”, avrebbe compiuto oggi 100 anni. E' bello ricordarlo senza la retorica e l'ipocrisia che lui odiava, così come detestava i baci e le carezze, in una ruvidezza che lo rendeva perfino più caro a quelli che gli volevano bene. Siamo orgogliosi di festeggiarlo e grati per tutto quello che ci ha lasciato, da una filmografia talmente ricca da darci l’imbarazzo della scelta ai suoi tantissimi interventi, interviste e testimonianze (incluso il suo bizzarro “funerale” alla Casa del Cinema di Roma), che riempiono pagine e pagine su You Tube, a libri su di lui di studiosi e famigliari, tutti di interessante lettura (il migliore: “La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli” di Sebastiano Mondadori).

Il modo perfetto per ringraziarlo sarebbe quello di fare una maratona dei suoi tantissimi film che abbiamo nel cuore. Ognuno ha sicuramente i suoi preferiti, da L’armata Brancaleone a Amici miei, dal Marchese del Grillo a quelli citati in precedenza, ma niente e nessuno batterà per chi scrive l’incomparabile, amara e spassosa comicità de I soliti ignoti, un film che molti di noi conoscono – come merita – a memoria.

Vi lasciamo con un estratto della nostra prima e ultima intervista a Mario Monicelli, un gigante del nostro cinema.


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