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Gabriele Salvatores racconta il dark side della sua immaginazione: "Le donne? Proteggiamo la loro inafferrabilità"

Gabriele Salvatores è tornato dagli amici del Noir in Festival per parlare della sua autobiografia Lasciateci perdere, del suo rapporto con il noir, del rispetto per il femminile e dei suoi prossimi film.

Gabriele Salvatores racconta il dark side della sua immaginazione: "Le donne? Proteggiamo la loro inafferrabilità"

Gabriele Salvatores è un grande amico del Noir in Festival, dove ormai da tanti anni presenta i suoi film o racconta di progetti futuri o in fase di preparazione. Al Festival diretto da Giorgio Gosetti, Marina Fabbri e Gianni Canova (delegato IULM) il regista di Marrakech Express ha mostrato o raccontato di Amnèsia, Come Dio comanda, Io non ho paura, Quo Vadis, Baby? e ha organizzato reading e altri happening, coinvolgendo attori, musicisti e anche autori dei romanzi da cui ha preso ispirazione.

Nella giornata conclusiva del Noir in Festival 2023, Salvatores ha parlato del suo rapporto con il noir durante una conversazione con Gianni Canova e Paola Giacobbi. Quest'ultima ha scritto insieme a lui "Lasciateci perdere", autobiografia che prende il titolo da quello che doveva essere il titolo di Mediterraneo. A spiegarne il significato, o meglio i significati possibili, è Gianni Canova, per cui potrebbe voler dire lasciateci stare, lasciate che ci smarriamo o anche non aiutateci a vincere. Il regista si riconosce maggiormente in quest'ultima definizione e dice qualcosa sulla sua foto in bianco e nero che campeggia sulla copertina e nella quale sfoggia una chioma fluente e ha la chitarra in mano: "Avrò avuto una ventina d'anni. Nella foto c'è una chitarra acustica, perché all'epoca non avevo ancora messo insieme abbastanza soldi per comprarmi una Fender elettrica come quella di Jimi Hendrix. In quel periodo trascorrevo molto tempo attaccato alla vetrina di un negozio a contemplare favolose chitarre e altri strumenti musicali. Appesa nella sala prove, che si trovava nello scantinato, c'era una Fender meravigliosa, e quando finalmente sono riuscito a comprarla, è successa una cosa che mi ha sgomentato. Allora facevo parte del comitato culturale del movimento studentesco. Un giorno sono arrivato a una riunione armato della mia Fender e poco dopo qualcuno ha detto: 'Da adesso in poi dichiariamo la chitarra elettrica uno strumento del capitalismo americano. Così ho lasciato il movimento studentesco a favore di Lotta Continua.

Gabriele Salvatores racconta poi di non aver mai desiderato parlare di sé in un libro, anche perché nei suoi film si nascondono una serie di situazioni personali, come dimostra, ad esempio, Il Ritorno di Casanova. Da gran signore quale è, il regista fa dell'ironia dando dimostrazione di modestia: "Non volevo essere autocelebrativo, perché tutto sommato chi se ne frega di quello che ho fatto io", dopodiché spiega di aver acconsentito di essere intervistato da Paola Giacobbi e che da lunghe chiacchierate, che gli sono sembrate una terapia psicanalitica invece di un'intervista, è venuto fuori un libro interessante, pieno di cose che non ricordava più, come il giorno in cui, da bambino, aveva indossato una maschera da tigre per terrorizzare il condominio.

Per quanto riguarda il noir, già Sogno di una notte d'estate, che segna il suo esordio cinematografico, apparteneva al genere: "Quel film aveva un che di noir perché raccontava il passaggio dal giorno alla notte insieme alle vicende di quattro ragazzi che scappano di casa e si ritrovano in un bosco popolato da spiriti, elfi e altre creature fantastiche. Credo che Shakespeare sia un autore noir. Il mio film, che era una trasposizione cinematografica di uno spettacolo del teatro dell'Elfo, nonché un musical punk rock con una Gianna Nannini ancora sconosciuta, era pieno di difetti, tanto che, arrivato al montaggio, mi sono accorto non c'era abbastanza materiale. Così ho ripiegato su immagini di repertorio come un razzo che parte, un animale che carica, alcune persone sott'acqua. Avevano poco a che vedere con ciò che stavamo raccontando, ma si legavano al film in termini emozionali, un po’ come succede con i videoclip".

Poi Gabriele Salvatores allarga lo sguardo al noir "degli altri", individuando i suoi amori in Twin Peaks e Mulholland Drive di David Lynch e nell'opera di David Cronenberg. I primi bellissimi noir, dice, arrivavano dalla Francia, ma poi sono entrati in gioco gli americani, fra i quali il grandissimo William Friedkin con Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angeles. Sempre al noir appartiene uno dei progetti futuri di Gabriele: "Il mio prossimo film sarà un noir, e non parlo del primo che uscirà, che nasce da un racconto di formazione scritto da Federico Fellini e Tullio Pinelli e mai sviluppato, e che racconta la storia di due ragazzini che scappano da Napoli alla fine degli anni '40 per andare a New York. Il successivo è tratto da un libro bellissimo: 'La Variante di Lunenburg', che narra la sfida tra due persone dall'infanzia alla vecchiaia".

Gabriele Salvatores non solo si è accostato a noir diverse volte, ma ha contribuito alla sua diffusione in Italia, e il merito è di un trofeo dorato chiamato Academy Award: "Ho cominciato a fare cinema con tre film che sono più vicini alla commedia che al noir: Marrakech Express, Turné e Mediterraneo. Poi è successo che il terzo ha vinto l'Oscar e, per non essere etichettato in una certa maniera, da quel momento in poi ho cercato di mostrare anche il Dark Side of the Moon, per citare i Pink Floyd, del mio immaginario".

Dopo la cosiddetta trilogia della fuga, il regista è passato a Nirvana, un film pieno di effetti speciali, che è nato da una riflessione di Diego Abatantuono: “Eravamo in Messico con Diego Abatantuono e gli altri per Puerto Escondido e ci era venuto a trovare Fabrizio Bentivoglio, che è stato preso e buttato nel film anche se non era previsto. Un giorno giocavamo a calcio con il Nintendo. A un certo punto Diego ha detto: 'Ma, secondo voi, quando spegniamo, cosa fanno i giocatori? Vanno a farsi la doccia? Escono con le fidanzate? Vanno in discoteca'’ A quel punto ho pensato: 'Porca miseria! Ma è una cosa interessante! Contemporaneamente, Kurt Cobain si uccide lasciando scritta una bellissima frase di una canzone di Neil Young: 'E' meglio esplodere che spegnersi lentamente', a cui aggiunge: 'Non riesco più a stare in questo gioco'. Questi due elementi hanno portato a Nirvana.

In Nirvana, continua Salvatores "uno che è protagonista di un videogioco si accorge che non è una cosa poi così bella se c'è un altro che sta giocando con lui". Poi, incalzato da una domanda di uno studente, dice la sua sui videogiochi: "Il cinema è esattamente l'opposto di un videogioco. Il cinema è molto autoritario, nel senso che il regista decide che cosa farti vedere. Io posso scegliere di raccontarti la realtà dal mio punto di vista, e non ti lascio libero di interagire con quello che sto facendo. La società in cui viviamo ci chiede invece di essere continuamente interattivi e noi lo facciamo, ad esempio quando cambiamo canale compulsivamente. Trovo che tutto questo sia molto molto pericoloso, e quindi sono convinto che il cinema, in questo momento, possa diventare un antidoto, perché ti dà la possibilità di lasciarti andare al sogno o alla visione di una persona che non sei tu. Nel videogioco ti identifichi con un personaggio e quindi cambi la storia, al cinema no.

Gabriele Salvatores sembra molto assertivo nel pronunciare queste ultime parole, ma è solo apparenza, perché è un uomo gentile, che sorride al pensiero dell’amico Diego Abatantuono che non vuole restare solo la sera e di Paolo Villaggio che desiderava avere un funerale non meno bello di quello di Fabrizio De André. Lascia trasparire invece infinita dolcezza quando parla delle donne che, in senso metaforico, amano spiccare il volo per andare a contemplare l’inesplorato: "Credo che i muscoli maschili dovrebbero proteggere questo volo, e cioè dare al femminile e alle singole donne l'opportunità di volare. Dovrebbero lasciarle andare: non perderle, ma permettere loro di mantenere vivo questo mistero che io ancora sento se penso al mondo femminile, e che poi è ciò che ha sempre fatto paura agli uomini. Intuisci che c'è qualcosa di più rispetto a te, una visione che va al di là di ciò che abbiamo noi. Questa visione, questa voglia di mobilità, questa inafferrabilità va protetta, e dobbiamo pensarci noi uomini".

Gabriele Salvatores conclude l'incontro rivelando che la terza donna della sua vita è l'ansia, ma il set resta l'unico posto dove non ha paura, e ritornando sulla sua autobiografia e sul verbo del titolo: perdere: "Non tutti i film che ho fatto sono andati bene" - ammette - "ma non per questo mi sono sentito un perdente. Lo sono invece in quasi tutte le cose che riguardano la normalità. Il cinema non è gratis, se fai cinema devi sapere che ti toccherà sacrificare molte cose che riguardano il quotidiano, ad esempio il figlio che forse avrei voluto fare".

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