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Cosa ci raccontano le nomination agli Oscar 2018? Il nostro commento alle candidature

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C'è la politica, e c'è il cinema. E c'è l'Italia nella categoria più importante a quasi vent'anni dall'ultima volta.

Cosa ci raccontano le nomination agli Oscar 2018? Il nostro commento alle candidature

Teniamoci pronti, teniamoci stretti. Perché con le quattro candidature agli Oscar 2018 che si è portato a casa Chiamami col tuo nome, compresa quella per il miglior film, ci toccheranno altre settimane di ardenti e interessantissimi dibattiti tra critici e appassionati, che si accuseranno di reciprocamente di esser saltati sul carro del vincitore o di integralismo settario, sempre ostentando l’ego di chi vuole far vedere prima la bandierina piazzata su quel film o quel regista prima di altri, e solo dopo il film o il regista.
Comunque sia, facciamoli i complimenti a Luca Guadagnino, che ha fatto nominare un film italiano nella categoria più importante per la prima volta in quasi vent’anni: risale al 1999, quella di La vita è bella.
Van fatti perché insomma, è sempre una cosa bella che il nostro cinema sia apprezzato all’estero, e perché non ci sta mica male Chiamami col tuo nome, in mezzo agli altri otto nominati. Voglio dire, anche senza stracciarsi le vesti per quel film, è facile ammettere che vale almeno tanto quanto un Get Out, o un Lady Bird, o un L'ora più buia.

Guadagnino a parte, che cosa ci stanno raccontando le nomination all’Oscar di quest’anno?
Ci stanno raccontando di un’industria hollywoodiana che non ha un grande interesse ad attaccare frontalmente il Presidente degli Stati Uniti (The Post non va oltre un paio di candidature di purissima routine) perché preferisce farlo in maniera più laterale, attraverso la questione ampia dei diritti, riuscendo così soprattutto a gestire la patata bollente degli scandali sessuali, che di questi tempi è in cima alle preoccupazioni di chiunque abbia a che fare con Hollywood.
Quindi sì, i gay sono tutelati grazie a Chiamami col tuo nome; gli afroamericani con Get Out e Mudbound; ma sono le donne le vere protagoniste. Direttamente, con le nomination a Lady Bird, e in particolare a Greta Gerwig, quinta donna regista della storia a concorrere per l’Oscar (forse un po’ immeritatamente, diciamocelo) e con quella a Rachel Morrison per la fotografia di Mudbound; e indirettamente, con la nomination di Christopher Plummer che sa tanto di ulteriore schiaffo a Spacey, e con quella di Denzel Washington che ruba il posto cui ambiva un James Franco in questo momento al centro di troppe polemiche da parte delle attiviste.

Solo politica, quindi? No, non solo.
Grazie al cielo all’Academy han tenuto presente anche il cinema, perché comunque i film di Guadagnino, Peele e Gerwig mica sono da buttare via, tutt’altro. E se forse tredici nomination sono un po’ troppe anche per il miglior film di Guillermo del Toro fino a questo momento (c’erano validissime alternative ai pur bravi Jenkins e Spencer, solo per fare due esempi relativi a The Shape of Water), se le otto di Dunkirk e le le sette di Tre manifesti a Ebbing, Missouri sono giuste, sono forse poche le sei che Il filo nascosto ha messo in cascina un po’ a sorpresa, perché non se lo aspettava quasi nessuno.
Poche perché sarebbe state sacrosante le candidature per la sceneggiatura e quella a Vicky Krieps come miglior protagonista di questo film straordinario: se esistesse un Dio del Cinema capace di vegliare sugli Oscar e di far sì che i meriti venissero rispettati, dovrebbe portare a casa tutto Paul Thomas Anderson.

E invece Il filo nascosto porterà a casa poco, pochissimo, forse solo Day-Lewis, e il resto se lo spartiranno gli altri, in maniera abbastanza equilibrata. Perché nessuno andrà scontentato, perché a tutti andrà data la possibilità di fare un discorsetto edificante la notte del prossimo 4 marzo, compreso Martin McDonagh.
A tutti, ma - temo - non a Guadagnino e ai suoi. I fan della primissima o dell’ultimissima ora si mettano tranquilli.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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