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Addio ad Ennio Fantastichini, attore e signore

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Una gravissima perdita per tutti noi che abbiamo amato il suo lavoro e per il cinema italiano, che avrebbe dovuto riconoscere maggiormente il suo straordinario talento.

Addio ad Ennio Fantastichini, attore e signore

Arriva nella tarda serata di sabato 1 dicembre una notizia che sconvolge tutti: all'età di soli 63 anni se n'è andato per sempre un uomo che sembrava una roccia, quel gigantesco attore che rispondeva al nome di Ennio Fantastichini. Dopo la scomparsa di Bernardo Bertolucci, un altro colpo che lascia senza fiato. Anche perché nessuno, se non i più intimi, se lo aspettava. Era infatti stato ricoverato lo scorso 14 novembre al Federico II di Napoli con una diagnosi di polmonite, ma niente lasciava pensare che fosse in pericolo di vita. Invece, come si è saputo, l'attore lottava contro una forma acuta di leucemia, e ieri, purtroppo, ha perso la battaglia. I social sono stati inondati da messaggi di dolore, incredulità, cordoglio, da parte di colleghi e amici ma soprattutto di chi lo aveva conosciuto e amato attraverso il suo straordinario lavoro. Era probabilmente l'attore più dotato della sua generazione, che non aveva avuto, durante la sua carriera, i riconoscimenti che avrebbe meritato. Splendido Re Lear a teatro per Giorgio Barberio Corsetti solo lo scorso anno, al cinema aveva regalato tante interpretazioni di alto livello: bastava spesso la sua sola presenza a conferire forza e significato a un film.

Il pubblico lo ricorda e lo ha amato molto per la sua partecipazione a Saturno Contro e a Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, dove aveva due ruoli contrapposti: il gay (anzi, come diceva in una battuta rimasta famosa, “Gay io? No, io sono frocio”) e il padre severo che non accetta il figlio omosessuale, per cui vinse meritatamente il suo unico David di Donatello e il Nastro d'argento. E lo aveva apprezzato moltissimo in televisione per il ruolo di Giovanni Falcone in Paolo Borsellino, per La piovra 7 e di recente per la sua sensibilissima interpretazione del padre in Fabrizio De André: Principe libero. Perché nonostante la voce roca, l'aria un po' ruvida e intimidatoria, Fantastichini era uomo e interprete di estrema sensibilità, capace di rendere con un gesto, uno sguardo, un corrucciarsi dell'espressione o un'improvvisa esplosione di rabbia un intero mondo di sentimenti. La sintesi faceva parte del suo mestiere, il suo riuscire a non essere mai sopra le righe, anche se il suo aspetto gli avrebbe reso la vita più facile se si fosse limitato a dar vita a personaggi debordanti e caratterizzazioni esagerate. E aveva sempre quell'ironia nello sguardo, quella luce che spuntava improvvisa a far capire che la vita in fondo, coi suoi drammi, amarezze e delusioni, è tutta una grande commedia.

Chi scrive lo aveva notato per la prima volta nel suo film di esordio a una remota edizione (1982) del Torino Film Festival, che si chiamava ancora Festival Cinema Giovani. Nel film “verità” di Paolo Bologna Fuori dal giorno, su un aspirante filmmaker spacciatore, era un montatore cinematografico. Poi lo avevamo rivisto e apprezzato, negli anni, in tantissimi film: in I cammelli di Giuseppe Bertolucci, in I ragazzi di via Panisperna - dove era Enrico Fermi - e in Porte aperte (entrambi di Gianni Amelio, uno dei registi che hanno subito intuito il suo talento) nel ruolo del pluriomicida Tommaso Scalia, giudicato nel film da un mito del nostro cinema, Gian Maria Volonté, a cui seppe tener testa al punto da guadagnarsi la sua prima candidatura ai David e il primo Nastro d'argento. Un nuovo incontro con Volonté avverrà per lui l'anno successivo in Una storia semplice di Emidio Greco.

Da allora era apparso in decine di titoli al cinema e in tv. Citiamo alla rinfusa e non in ordine cronologico almeno La vera vita di Antonio H., Ferie d'agosto (indimenticabile il suo Ruggero Mazzalupi), Controvento, L'arrivo di Wang, Fortapasc, Ciliegine, La mossa del pinguino, Io e lei. Ennio Fantastichini era un grande signore, un attore di altri tempi, che non si dava le arie che il suo talento lo avrebbe forse autorizzato a darsi, ma si sentiva un privilegiato nel poter fare un lavoro che amava. Noi lo avevamo incontrato due anni fa in occasione della presentazione di un film bellissimo e purtroppo poco visto, anche se premiato, che coniugava al meglio cinema, teatro e letteratura: La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu, trasposizione eduardiana de La tempesta di Shakespeare, dove aveva il ruolo del direttore del carcere, per cui era stato di nuovo candidato al David (senza vincerlo). Ve ne riproponiamo l'intervista al fianco dell'amico Sergio Rubini, con cui aveva lavorato in La stazione, nel 1990.

Pensare che non sentiremo più la sua risata fa davvero male al cuore, come lo fa sapere che non potremo più vedere un altro dei suoi umanissimi personaggi sul grande o sul piccolo schermo. Forse la sua carriera avrebbe dovuto essere premiata in modo più consistente, considerata la generosità con cui si regalano spesso David e Nastri d'argento a personaggi che attori non sono, ma pensiamo proprio che a lui non importassero i riconoscimenti istituzionali e che il premio maggiore per un interprete del genere sia quello che maggiormente conta per un attore vero: l'affetto del suo pubblico, che in questi momenti si sta manifestando senza retorica e senza filtri.

Mentre ci stringiamo con sincero affetto al dolore dei suoi cari, ricordiamo, per chi vuole - e può - rendergli l'ultimo saluto, che domani lunedì 3 dicembre dalle 15, alla Casa del cinema di Roma in Largo Marcello Mastroianni (Villa Borghese), verrà allestita la Camera Ardente.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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