Interviste Cinema

L'uomo sul treno: la nostra intervista esclusiva al regista Jaume Collet-Serra

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Il thriller con protagonista Liam Neeson sarà nei cinema italiani dal 25 gennaio.

L'uomo sul treno: la nostra intervista esclusiva al regista Jaume Collet-Serra

Dentro i meccanismi del cinema di genere lo spagnolo Jaume Collet-Serra si è ricavato una piccola nicchia li libertà artistica dove può continuare a sviluppare la sua divertita idea di cinema. Il suo marchio di fabbrica sembra essere diventato il thriller con una sola ambientazione principale. Dopo l'aereo di Non-Stop e la baia di Paradise Beach, ecco infatti L'uomo sul treno, ambientato dentro i vagoni che portano da New York ai piccoli paesini a nord della città. Protagonista ancora una volta Liam Neeson, alla sua quarta collaborazione con Collet-Serra. Comprimari di lusso Vera Farmiga, Patrick Wilson e Sam Neill. A New York abbiamo intervista il regista del film, nei cinema italiani dal prossimo 25 gennaio.

Quali sono i punti di contatto e invece le differenze tra Non-Stop e L'uomo sul treno?
Ci sono delle idee in comune con Non-Stop, ma siamo in contesti decisamente differenti. Quello è stato un film difficile realizzare, a livello tecnico un vero e proprio tour de force. Abbiamo avuto dei problemi di sceneggiatura, come capita a tutti i film soprattutto se vogliono confinare l'azione in uno spazio unico. Abbiamo fatto molta esperienza con Non-Stop, e soprattutto il pubblico lo ha apprezzato, così ne volevamo fare in qualche modo un altro capitolo. Ci abbiamo pensato molto ma non abbiamo trovato un'angolazione che potesse dare agli spettatori la stessa esperienza. Un sequel per me non significa necessariamente riprendere i medesimi personaggi quanto soprattutto riproporre lo stesso tipo di esperienza cinematografica, cercando ovviamente di aggiornarla. Poi la sceneggiatura di L'uomo sul treno è arrivata a Liam, ci è piaciuta e abbiamo cercato di adattarla a lui, perché non tutti i thriller sono scritti per Liam Neeson anche se può sembrare così! Abbiamo preso il personaggio e lo abbiamo reso più vicino all'età e all'indole: adesso ha sessantacinque anni e preferisce mostrare il suo rapporto con gli anni e la sua dedizione alla famiglia, soprattutto a questo tiene moltissimo. Quando abbiamo iniziato a lavorare a L'uomo sul treno ne aveva sessantadue, volevamo raccontare cosa succede a un uomo di sessant'anni quando gli viene detto che ha chiuso col lavoro.

Cosa l'ha spinta a realizzare L'uomo sul treno oltre alla sfida tecnica dell'unico set?
Un film non può essere definite solo dall'ambientazione o da chi vi recita, ma anche da ciò che tenti di raccontare attraverso esso. Prendiamo il Michael McCauley de L'uomo sul treno, così diverso dall'alcolizzato pieno di rimorsi che Liam Neeson ha interpretato in Non-Stop. Qui invece è una persona normalissima che va a lavoro ogni giorno e questo cambia tutto, in particolar modo l'azione. Bisogna rendere tutto più terreno, complicato per il protagonista e insieme attraente per il pubblico. L'uomo sul treno ha più cuore, è più gratificante di Non-Stop perché alla fine il personaggio principale non è da solo, altre persone lo aiutano alla fine.

Quale è la sfida maggiore del lavorare con una sola ambientazione?
E' sempre la storia la sfida più grossa, bisogna capire come l'ambiente aiuta a raccontarla. Nel caso di questo film il treno diventa un microcosmo che il protagonista deve adoperare per riuscire a salvarsi, deve contare sull'aiuto degli altri passeggeri. Il messaggio che volevo veicolare è che puoi anche essere l'eroe della tua storia, ma se vuoi davvero fare la differenza devi collaborare con gli altri.

E invece a livello puramente tecnico?
Creare l'illusione del film. Avevamo a disposizione una carrozza e mezzo per girarlo, mentre il film si svolge in sei differenti vagoni. Il treno e le stazioni non erano reali, abbiamo girato tutte le riprese a Londra. Dovendosi muovere continuamente tra i vagoni, non abbiamo realizzato le scene nell'ordine temporale, non potevamo cambiare l'aspetto delle carrozze ogni giorno. Riuscire a organizzare il tutto è stato molto complesso, soprattutto organizzare un calendario di lavoro preciso. Al tempo stesso dovevo salvaguardare la creatività degli attori, non volevo costringerli alle limitazioni imposte dall'ambientazione. Se dovessi scegliere una scena direi il duello corpo a corpo girato in piano sequenza: è difficile ma molto appagante, è come una danza tra attori, operatore e regista. Qualche volta ti riesce in tre ciak, ma non succede troppo spesso.
Il fatto è che più limitazioni hai, più tagli le stronzate. Questo mi costringe a capire sempre di cosa tratta ogni scena, perché non c’è altro a distrarre il pubblico. Un film dovrebbe cominciare il più tardi possibile e finire il prima possibile. Mi piacciono i lungometraggi con una storia chiara e semplice.

Qual è l'aspetto migliore che ha sviluppato negli anni di collaborare con Liam Neeson?
Fare un film è sempre molto difficile, preferisco lavorare con amici e professionisti che condividono con me una fiducia reciproca. Non sono il miglior comunicatore tra i registi, quindi ho bisogno di gente come Liam che mi capisca senza troppe spiegazioni. Molti registi amano parlare, io sono più interno, mi tengo le cose dentro la testa.

In che modo secondo lei L'uomo sul treno parla del nostro presente?
Bella domanda, devo pensarci a essere sincero. Forse a proposito del senso di responsabilità che oggi è un bene sempre più raro. Sono affascinato dall'idea contrastante di colpa e innocenza. Ammiro molto le persone capaci di prendere decisioni forti, probabilmente perché io non ne sarei così capace. Volevo realizzare la storia di un uomo comune che diventa un eroe. Nei tre film precedenti che ho fatto con Liam i suoi personaggi avevano sempre una sorta di passato, un qualcosa che li tormentava e da cui si dovevano liberare, oppure dovevano scoprire qualcosa di loro stessi. In questo caso invece volevo che il pubblico si identificasse con la fatica di un uomo come loro, un marito e padre che va a lavoro tutti i giorni e si confronta con i problemi che la società ti pone.

Qual è la cosa più strana che le è mai capitata su un treno?
Onestamente nessuna. Lo uso spesso ma non ho mai avuto incidenti buffi o imbarazzanti. Quando ho iniziato a fare ricerche sul film non capivo bene come funzionasse il sistema dei biglietti. Mentre leggevo la sceneggiatura proprio non avevano senso per me tutti quei numeri. Così sono andato un paio di volte sulla linea ferroviaria dove si svolge il film, quella che da New York porta a nord fino a Cold Springs. La gente mi guardava in maniera molto sospetta mentre studiavo i loro biglietti e facevo domande. Poi il controllore mi ha spiegato come funziona.

Ultima domanda. Ci sarà un quinto film insieme a Liam Neeson?
Sì, e ci sarà ancora una volta un solo set. Ma non ti dirò quale…

Leggi anche la nostra intervista esclusiva al protagonista del film Liam Neeson



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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