Interviste Cinema

Judy: alla Festa del Cinema Rupert Goold racconta Judy Garland, la bambina senza infanzia

Il regista ha presentato a Roma il biopic incentrato sull'ultimo periodo della vita della tragica diva, interpretata da una straordinaria Renée Zellweger, che uscirà il 16 gennaio 2020.

Judy: alla Festa del Cinema Rupert Goold racconta Judy Garland, la bambina senza infanzia

Grande affluenza in conferenza stampa per Rupert Goold, regista teatrale alla sua seconda prova cinematografica con Judy, il film per cui Renée Zellweger è data per sicura candidata all'Oscar (e ci spingiamo a dire che se non lo vincesse sarebbe uno scandalo). Il biopic è incentrato sui concerti londinesi di una Judy Garland assediata dai debiti, tormentata dai problemi di alcolismo e abuso di farmaci, e con la minaccia di veder sottratti dall'ex marito i suoi adorati bambini, Joey e Lorna Lutz. Forse perché non è un regista hollywoodiano, ma Goold picchia forte nel film sullo star-system che fece della ragazzina gioiosa di tanti musical e del Mago di Oz una proprietà di Louis B. Mayer e le rovinò la vita, tanto da portarla alla morte a soli 47 anni. 

Il film inizia proprio sul set del Mago di Oz (vediamo sempre il dietro le quinte e mai scene dei film vere e proprie) e termina con gli ultimi mesi della sua vita, per questi motivi:  "Alla fine della sua vita lei è lontana da casa, vuole farsi ascoltare e fa questo piccolo e difficoltoso viaggio in cui incontra strane persone in uno strano paese e ho trovato che fosse un parallelo perfetto con il Mago di Oz, il film per cui era conosciuta, e si trova in un momento e in un contesto dove questo accade. Poi mi interessava anche il fatto di farla vedere ragazzina, perché il suo destino è stato determinato dal fatto di non aver avuto un'infanzia. Lei era la bambina di tutti ma non aveva un'infanzia sua e inoltre lottava per darne una normale ai suoi bambini. Poi mi ha attratto anche l'idea della tarda carriera di un artista: quando pensiamo a persone come Johnny Cash, Leonard Cohen e Johnny Mitchell, spesso chi lavora con la musica comincia a perdere il suo strumento e allora trova altri modi di esprimersi con la tecnica, le rielaborazioni o le variazioni ed è una cosa che mi interessa, anche quando penso a Roger Federer, sappiamo che non lo vedremo ancora giocare per molti anni ed è magico vedere cosa succede".

Oltre ad essere una bambina senza infanzia, Judy Garland appare essere anche una figlia senza madre, perché fu proprio quest'ultimo ad affidarla allo spietato mondo di Hollywood: "Era un'epoca diversa, la madre era gelosa di lei, aveva tre figlie che cantavano e lei era quella di maggior talento, credo che avesse problemi con questo successo, poi, come in seguito Judy, anche la madre era sposata con un gay e questo le ha creato dei problemi. Abbiamo in effetti girato una scena, quando lei era in tour con la figlia prima che diventasse famosa e la lasciava in una camera d'albergo e poi tornava 4 o 5 anni dopo. Ma il film mi sembrava già pieno di temi per aggiungerci anche il rapporto madre-figlia e mi piaceva l'idea che Judy fosse letteralmente nata, covata nello studio system, come in Truman Show o A.I. di Spielberg, quindi tutte le scene del passato sono state girate in un teatro di posa, mi piaceva mostrare la vita artificiale del giardino del Mago di Oz che la circondava e la madre non ne era una parte così importante."

Quanto al fatto di non poter essere insieme donna che lavora e madre, secondo Goold: "è in parte il prezzo della fama. Judy Garland e Shirley Temple furono le prime a fare esperienza di una fama globale internazionale ottenuta da bambine e rimasta per tutta la loro vita e quando pensiamo a Daniel Radcliffe e agli attori di Harry Potter, adesso abbiamo un sistema migliore per proteggere i bambini, mentre la Garland è stato un vero e proprio caso clinico per quel che riguarda la fama. Ma poi ci piace pensare che una diva viva solo nelle sue performance, mentre io volevo che il pubblico vedesse una donna vera, una madre single, rovinata, con molti problemi concreti e potesse riconoscersi anche in questo aspetto”.

Un film come questo non sarebbe potuto esistere senza una grande attrice e Rupert Goold ci ha raccontato come Renée Zellweger si è calata nel ruolo, cantando le canzoni della Garland e trasformandosi letteralmente nella diva:

Renee canta tutte le canzoni tranne una, sono canzoni pre-registrate ma per me era importantissimo avere anche il suono dal vivo e non l'ho detto a Renée perché la innervosiva molto cantare dal vivo e le ho detto di fare quella lunga canzone che canta la prima volta che sale sul palco, lei era molto impaurita ma le ho detto che doveva farla, che era la nostra “scena d'azione”, che non importava se non era perfetta. Nel 1969 la stessa Garland non pensava di dare la sua migliore performance, sapeva di non cantare come alla Carnegie Hall, e quel che ho detto a Renée è stato “voglio vedere nei tuoi occhi e nel tuo cuore la forza di una voce che canta. Non canterai mai come Judy Garland, stiamo solo facendo un film, ma conta quel che gli dai, il tuo spirito”. Quindi l'ha cantata dal vivo ed è molto speciale.

Il produttore David Heyman, che ha opzionato la pièce da cui è tratto il film, lavorava alla Working Title e conosceva Renée dai film di Bridget Jones. Quando abbiamo iniziato a preparare il film non c'era un'attrice attaccata, ma per me era fondamentale che avesse la stessa età, fosse anche una cantante, un'attrice brillannte e avesse la stessa immediatezza emotiva e più guardavo i film di Judy Garland negli anni Quaranta, in particolare quando era giovane, più mi rendevo conto che sembrava la ragazza della porta accanto, non era Ava Gardner o Elizabeth Taylor, sembrava la sorella di chiunque e lo stesso si può dire per Renée per cui si può dire che ci fosse una simmetria. Renée inoltre a un certo punto ha lasciato il lavoro per sei anni, non sopportava i media e l'intensità di Hollywood, ha fatto anche lei il suo percorso nella fama. Per la trasformazione, inizialmente siamo partiti da fuori per arrivare dentro, per trovare la maschera: abbiamo iniziato dal canto e poi la voce e i movimenti, e molte prove di trucco protesico con lenti a contatto, i denti, la correzione del naso per farlo più all'insù e a Renée tutto questo piaceva molto. Ma poi in pre-produzione le ho detto: adesso smettiamo e voglio veder venire fuori Renée, così ci siamo sbarazzati da tutte queste cose alle quali lei si aggrappava una volta messo a punto il trucco. Una delle cose che preferisco della sua performance è il modo in cui tiene le spalle, Louis B. Mayer la chiamava “la gobbetta”. Aveva questa scoliosi che la rendeva prematuramente vecchia, se guardiamo le foto del 1969 non dimostra 47 anni, ma 70".



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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