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Orson Welles: cento anni dalla nascita di un maledetto rivoluzionario

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Ricordiamo a modo nostro un grande autore e un uomo sincero


Oggi 6 maggio cade il centenario della nascita di Orson Welles. Un autore che voglio ricordare e col quale voglio anche un po' arrabbiarmi. Come tutti i geni che irrompono in un'arte e ci fanno all'improvviso notare che – guarda un po' – si può usare anche in un altro modo, Orson Welles mi ha danneggiato.

Il suo primo Quarto potere (1941), per molti il film migliore della storia del cinema, ha fatto irruzione nella mia vita quando avrò avuto sedici anni, con una videocassetta comprata in edicola e un interrogativo: ma che c'era poi di così particolare in Quarto potere? Perché dovremmo pure ammettere che, se non si è addestrati a contestualizzare storicamente l'audiovisivo, sembra solo una bella storia. Capii approfondendo che la sua grandezza la potevo vedere, più che nel film stesso, nella mia quotidianità. Non notavo nulla di particolare, perché il particolare di Quarto potere era diventato la norma dell'immagine e del suono contemporanei: camera piazzata liberamente, luci non per forza di cose diffuse e a volte espressioniste, profondità di campo, accostamenti di montaggio arditi, movimenti di macchina inaspettati. Chi abbia dentro di sè la voglia di creare arte, sa che ci saranno tre sbocchi: 1) Fallire miseramente; 2) Cavarsela dignitosamente; 3) Riuscire. Lo sbocco di Orson Welles è stato riformare l'arte stessa, da subito. Non l'ho posto in lista, perché è fuori scala. Orson l'ha messo in pratica a 25 anni (!!!), lo ringraziamo, però ha fatto male a lui e ad alcuni di noi.

 

 

Anni dopo il mio incuriosito impatto con Quarto potere, un altro dei miei incontri più gravi e dannosi con Orson Welles è stato negli anni della maturità universitaria, in un cinema dove proiettavano una versione restaurata di L'infernale Quinlan (1958). Un conto è vedere Quarto Potere in videocassetta, un altro è essere schiacciati dall'Infernale Quinlan sul grande schermo. Ero già tentato dal lasciare la mia città e provare sul serio ad abbracciare il mezzo, e quel virtuosistico quanto disperato noir è l'ultima cosa che un sognatore ingenuo dovrebbe vedere. Perché i tuoi desideri trovano conferme nell'immagine e nel suono che non hanno passato, sono sempre presenti e saranno sempre irrangiungibili dal futuro che verrà. E un anno dopo poi partii davvero per la grande città e per il cinema. Avrei dovuto studiare Orson di più, e leggere meno entusiastiche dichiarazioni di Spielberg (senza offesa Steven, meno male che ci sei anche tu!).

 

 

Non avrei dovuto solo studiare l'immagine, il suono, la luce, ma anche tutto ciò che Orson soffrì e patì per conciliare la creatività con un mestiere sociale, caotico, compromissorio e poco compatibile con un'autocritica spietata. Nella mia scuola di cinema la conoscenza di Welles divenne analisi attenta: le traversíe produttive dell'Orgoglio degli Amberson (1942), la costruzione narrativa intrigante di Lo straniero (1946), il caos sul set che generava uno stile in Otello (1952). Però, per significativa coincidenza, più studiavamo lui e altri autori, più una realizzazione tragica si faceva strada in me. "Il cinema mi piaceva di più quando non lo facevo. Ora non riesco a smettere di sentire il ciak a ogni inquadratura. La magia è persa." - disse Orson. La storia ci parla della figura maledetta di Welles, quel suo svanire dalla gloria acquistata così presto e rapidamente nei primi anni Quaranta, e nei Cinquanta già in lotta con gli executive che avevano compreso la sua ingestibilità, i suoi tempi sforati. Ma io posso dire che il suo naturale senso di disperazione e il suo vivere in conflitto con se stesso l'ho sentito senza nemmeno volerlo, con l'aggravante di non aver mai ottenuto non dico un Quarto potere, ma manco una tenera comparsata in Ecco il film dei Muppet (1981). L'ho sentito eccome, anche se i tempi di lavorazione dei miei risibili esercizi di cinema io li rispettavo e a differenza di lui avevo molto ma molto meno da dire.

 

 

La verità che Welles emana è che essere all'altezza dei propri sogni, della loro traduzione in una forma condivisibile e sublime, può logorarti. A te spetta capire se il sacrificio reale della tua vita, dei tuoi affetti, del tuo equilibrio mentale e anche della tua umiltà valgono la prospettiva di un'emozione reale e di una fedeltà a te stesso. Per qualcuno sì, e quello è vero coraggio, autodistruttivo come i più grandi personaggi portati sullo schermo da Orson: personaggi che qualcun altro deve decifrare, sui quali qualcun altro deve indagare, perché ha scelto da che parte stare: i tumulti sospesi, l'ambivalenza di un Kane o di un Quinlan fa persino fatica a comprenderli.
Eppure, trascinandoti quei tumulti interiori, potresti anche solo per un attimo aggrapparti alla forza di una sincerità disperata: "Siamo fatti di opposti, viviamo tra due opposti. Ci sono un filisteo e un esteta in tutti noi, un assassino e un santo. Gli opposti non si riconciliano. Si riconoscono." Almeno questa consapevolezza l'ho raggiunta, durante il mio percorso, ma ho avuto paura della vera salita. Mi riesce difficile pensare alla prima videocamera che maneggiai a 12 anni e non avere la tentazione di pronunciare un fatidico "Rosebud".

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  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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