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Matrix: aspettando Resurrections, ecco cosa ha rappresentato, e com'era, la trilogia originaria

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Era il 1999, il mondo stava cambiando. Pure il millennio stava cambiando, e pure il cinema. Il cinema, perlomeno quello americano, perlomeno quello dei blockbuster, lo cambiarono le Wachowski, che al tempo erano ancora i Wachowski.

Matrix: aspettando Resurrections, ecco cosa ha rappresentato, e com'era, la trilogia originaria

Era il 1999. L'era del digitale e di internet era agli albori, il Nuovo Millennio era alle porte, e con lui l'ombra minacciosa del Millennium Bug.
Hollywood stava cambiando: si andavano esaurendo le saghe di Arma Letale e Die Hard, Michael Bay aveva appena diretto Armageddon, James Cameron Titanic, la serie di Mission: Impossible stava per partorire il secondo capitolo, che sarebbe stato diretto da John Woo, il più rilevante dei tanti esuli hongkonghesi che avevano deciso di tentare l'avventura americana dopo il ritorno della loro patria alla Cina portando con loro tutto il bagaglio di esperienze, immaginario e stile che si portavano dietro (io avevo 26 anni e mi stavo laureando in Scienze della Comunicazione, con tesi proprio sul cinema di Hong Kong).
È da questo contesto e in questo contesto che è arrivato nei cinema il ciclone Matrix, film che, coi suoi due sequel datati 2003, ha influenzato in maniera radicale e determinante, e non sempre positiva, il cinema d'azione contemporaneo.
I blockbuster odierni, dai cinecomic Marvel in giù, non esisterebbero - non così come li conosciamo - senza quei film.

Allora, in quel 1999, le Wachowski - che erano ancora i Wachowski, speriamo non si offenda nessuno se lo dico - non le conosceva nessuno.  O quasi.
Il loro film precedente, datato 1996, era un neo-noir davvero niente male che si chiamava Bound (sottotitolo italiano morbosetto: Torbido inganno), la cui estetica, a ben vedere, è alla base di quella del primo Matrix, dei suoi toni e dei suoi colori, di quell'abbigliamento fetish e di quelle acconciature che hanno segnato l'immaginario del pubblico in maniera indelebile. Perfino in molte scelte di regia.
A rivederlo oggi, è chiaro ed evidente che l'inizio di quel primo Matrix è puro cinema neo-noir, e anche fatto parecchio bene, sul cui impianto estetico e tematico le Wachowski innestarono tutto il resto: dai rivoluzionari effetti speciali, che in vent'anni non hanno perso un briciolo di efficacia, fino alla complessissima accumulazione di riferimenti senza i quali Matrix non sarebbe stato Matrix.
Il noir quindi, lascia il campo alla fantascienza di stampo dickiano (nel senso di Philip K.), a rimandi al cinema di Cameron (da Terminator ad Aliens) e soprattutto ad uno spericolato e ambiziosissimo mix di arti marziali, filosofie esistenzialiste ed orientali, buddismo, cristianesimo, caverne di Platone e postmodernismo alla Baudrillard, esplicitamente citato quando Thomas Anderson, non ancora Neo, legge il suo fondamentale "Simulacri e simulazione".

A rivederlo oggi, il primo Matrix è ancora un gran film. Finale alla Superman che sublimava il kitsch sottostante compreso.
Le sequenze di azione, il bullet time, il kung fu coreografato dal grande Yuen Wo Ping, il look aggressivo e post-cyberpunk, quei due perfetti protagonisti di Keanu Reeves (che veniva da Johnny Mnemonic, e nemmeno era stato una prima scela) e Carrie-Anne Moss: ingredienti perfetti usati con sapienza.
E pure l'impianto ideologico-filosofico, tutto sommato, reggeva e regge ancora adesso, capace di cogliere una quantità di elementi determinanti di una contemporaneità digitale che tutto sommato è ancora attuale. Forse ancora di più oggi di quanto non fosse allora.

Lì dove quel primo film si perdeva, e lì invece dove le Wachowski insistettero fuori misura nei successivi Matrix: Reloaded e Matrix: Revolutions (dove Neo era chissà perché vestito da prete)era - ironicamente - nel racconto del mondo fuori da The Matrix: tutto quell'esplorare e raccontare della realtà vera, della Città delle Macchine, di Zion e tutto il resto.
Un resto esteticamente discutibile, nonché il luogo dove tutta la trilogia esprimeva il suo legame con la pesantezza dell'action hollywoodiano fatto di cupezza e pesantezza e fisicità ostentata che derivava dai decenni precedenti, e che ancora oggi in qualche modo, nonostante le trasformazioni già attuate dai Wachowski e successivamente rielaborate da altri, ammorba i blockbuster americani. Un confronto impietoso, quello con l'eleganza aerea delle scene dentro The Matrix. Almeno nel primo film.

In Reloaded e Revolutions, infatti, le Wachowski ampliarono a dismisura le parti del loro film ambientate nel mondo "reale" (pensiamo solo all'interminabile, noiosissimo, ripetitivo nonché derivativo assalto delle Sentinelle delle Macchine alla città di Zion nel terzo film), ma iniziarono a pasticciare un po', e un po' troppo, anche nelle scene dentro The Matrix, con un accumulo eccessivo di situazioni e personaggi (dal Merovingio in giù, compresa un'inascoltabile Monica Bellucci dal seno in bella evidenza) che spesso davano per scontata la frequentazione degli spettatori dei fumetti e dei giochi partoriti dalle Wachowski dopo il primo film, e ancor di più con la voglia di esagerare e sperimentare con gli effetti speciali. Con scene così insistite e lunghe, oggi purtroppo quasi standard, da sfinire e annoiare più che lasciare a bocca aperta, come l'inseguimento in autostrada di Reloaded e la sfila coi millemila Smith di Revolutions.
Perché le Wachowski questo hanno fatto con Matrix, anche: testato le possibilità espressive del cinema hollywoodiano, esplorato i confini degli effetti speciali, fatto ricerca sul campo per rivoluzionare il mondo del blockbuster. Basti pensare che il loro film successivo fu Speed Racer, per capire dove volessero andare.

In tutto questo, ovviamente, i due sequel di Matrix non rinunciarono al sincretismo filosofico-religioso del primo film, ma anzi raddoppiarono.
Complici tutte le narrazioni accessorie che erano arrivate su altri media (Matrix come prototipo cross-mediale, si direbbe oggi), anche in questo ambito le cose si fecero più complesse.
O meglio: più ingarbugliate, forse per mascherare una sostanziale assenza di una base solida, o almeno solida quanto quella basilare del primo film. La deriva, lo sappiamo, è ovviamente cristologica, con il sacrificio di Neo, e le implicazioni filosofico-matematiche (l'Architetto e i suoi algoritmi) tanto ardite quanto, a tratti, squinternate.

E però, anche in quei due sequel un po' bruttini (un po' tanto, bruttini), le Wachowski riuscivano a piazzare sempre qualche scena, qualche dettaglio, capace di sorprenderti e conquistarti.
Soprattutto riuscivano a usare bene, benissimo, il carisma di Reeves e Moss, e a intessere con cura il rapporto d'amore tra Neo e Trinity.
Quel rapporto e quell'amore che forse, all'epoca, vennero sottovalutati, nell'economia complessiva e complessa di quella trilogia. E che oggi invece l'imminente Matrix: Resurrections mette, giustamente, al centro e in evidenza.

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