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Francis Ford Coppola infiamma un Cinema Ritrovato già bollente di suo

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Commuove per generosità e umiltà il grande regista americano, a Bologna per presentare Apocalypse Now - Final Cut, in quella che doveva essere una masterclass e si è tramutata in una chiacchiera tra studenti.

Francis Ford Coppola infiamma un Cinema Ritrovato già bollente di suo

Il caldo che attanaglia Bologna è qualcosa di infernale, ma non basta a scoraggiare il pubblico del Cinema Ritrovato. Un pubblico appassionato, che mette assieme cinefili in erba e quelli che dovrebbero essere già in naftalina, studenti e curiosi, critici e storici, e che riempie le sale anche se pure quelle sono caldissime (e questo, per onestà va riconosciuto, non è degno del livello del festival).
C'era il pienone a vedere College di Buster Keaton, e c'era ovviamente il pienone al Teatro Manzoni per ascoltare il grande Francis Ford Coppola, che qui a Bologna questa sera presenterà Apocalypse Now Final Cut, un nuovo montaggio del suo capolavoro che il regista definisce "la giusta misura, trovata come nella favola" tra i tagli eccessivi richiesti dai distributori ai tempi dell'uscita del film nelle sale ("lo rirevano troppo lungo e troppo strano", e i suoi stessi eccessi della versione Redux di qualche anno dopo. "È comunque ancora strano," ride il regista.

A presentare Coppola è il presidente della Cineteca di Bologna, che poi è Marco Bellocchio (che confessa influenze coppoliane, perché nonostante "i suoi film siano irragiungibili e inimitabili anche perché nati in un sistema produttivo diverso, la bellezza e lo stupore che provocano sono penetranti"), a sedere con lui in quella che doveva essere una Masterclass ci sono il direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli e Paolo Mereghetti. Che ci provano a fare domande, a farlo parlare della sua famiglia, delle influenze del cinema italiano e - ovviamente - di Apocalypse Now, e lui risponde pure, generoso, ma torna sempre su un punto.
"Mi avevano detto che dovevo tenere una Masterclass, ma io non sono un maestro, il cinema è un mezzo troppo giovane perché ci possano già essere dei maestri riconosciuti, c'è troppo ancora da imparare per tutti noi, e io vorrei fare invece una discussione tra studenti," dice Coppola, suscitando una prima ovazione tra i tanti studenti di cinema presenti in sala. "Potremmo parlare della sceneggiatura, potremmo parlare della recitazione, perché se l'acqua è idrogeno e ossigeno, per me il cinema è scrittura e recitazione," continua il regista. "Potremmo parlare di fotografia, della musica, ma anche della domanda più grande di tutte: ora che il cinema, da medium fotochimico e meccanico, è diventato interamente digitale, cosa accadrà? Quali sono le possibili implicazioni e gli sviluppi? Ma vorrei che chi è in sala e sogna di fare cinema mi facesse la domanda che vuole farmi per poter arrivare a quel risultato."

Gli studenti, però, sono presi in contropiede, c'è un po' di timidezza, e chi modera il dibattito ha anche bisogno di far uscire qualcosa di notiziabile per i giornalisti presenti, e allora ecco Coppola che racconta come nella storia della sua famiglia ci si sia sempre divisi tra l'arte e la tecnologia, che poi sono appunto la combinazione alla base del cinema: "io all'inizio volevo essere un fisico nucleare, come Enrico Fermi, ma andavo troppo male in algebra."
Racconta di come da ragazzo vedeva da una parte il grande cinema hollywoodiano, e dall'altro quello europeo, italiano, giapponese, "film bellissimi, personali,  più interessanti negli interrogativi sociali che sollevavano di quelli di Hollywood che pure amavo."
Di come da studente non avesse un soldo, e mangiasse solo macaroni&cheese, perché costavano pochissimo, e iniziò così a ingrassare.
Di come, avendo iniziato a lavorare come assistente di Corman, ha potuto imparare da lui a fare film con pochissimi soldi, e di come arrivò a dirigere Il Padrino giovanissimo: "la Paramount voleva una regista giovane e italoamericano, di modo da poterlo manovrare e poterlo usare come capro espiatorio nel caso la comunità italoamericana se la fosse presa, e poi il soggetto non era granché e io mi ero fatto una buona reputazione come sceneggiatore. Ma all'inizio non doveva essere un film importante, avevamo un budget di soli due milioni di dollari."

E però, tra un ricordo e l'altro, Coppola torna a invocare le domande da parte degli studenti, che finalmente iniziano ad arrivare. Dapprima alla spicciolata, poi in numero sempre maggiore.
Ecco che allora il regista ha l'occasione di parlare del digitale: "Mia figlia Sofia sta girando il suo nuovo film in pellicola, e lo sapete perché? Perché come tutti noi vuole fare parte di quel cinema che ha amato e che è stato, anche se poi dopo le riprese tutto, dal montaggio alla proiezione, sarà in digitale. Nessuno di noi vuole ancora rinunciare del tutto a quello che il cinema era prima, e quindi il potenziale anche linguistico del digitale non viene pienamente sfruttato. Ma prima o poi arriverà qualcuno di voi," dice agli studenti, "o dei vostri figli che sarà capace di farlo, di fare il grande salto."
Ma le domande sono diventate troppe, il tempo stringe, e Coppola - che non vuole far andare via nemmeno un insoddisfatto - non molla il palco, fa arrivare tutti davanti a lui per una sessione esaltante e commovente per umiltà e disponibilità di domande e risposte secche, mentre Farinelli e Mereghetti se la ridono e i cerberi del teatro ringhiano.
Lo studente Coppola consiglia agli altri studenti di fare cose personali, perché solo così diverranno speciali; di scrivere atti unici e confrontarsi con gli amici prima ancora di prendere una macchina da presa in mano; di darsi da fare senza aspettare soldi o endorsement, perché oggi basta uno smartphone per girare qualcosa; di non ascoltare chi pensa di sapere meglio di te cosa e come vada fatto, perché il film è tuo e di nessun altro. Di rubare da tutti, da tutti quelli bravi, da quelli che vi piacciono: "rubate anche da me, vi prego, perché solo in questo modo il mio lavoro diverrà eterno."
L'ultima domanda, Coppola la riserva alla nipotina Romy, la figlia di Sofia e di Spike Jonze, che gli chiede come mai abbia avuto l'idea di tramutare le sue idee in cinema. Coppola la guarda con affetto: "Volevo fare il regista teatrale, sai? Poi ho visto Eisenstein, e ho deciso che dovevo fare quella roba lì."

E alla fine tutti in piedi, tutti ad applaudire, in tanti hanno gli occhi lucidi.

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