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4 metà: l’anima gemella esiste? Incontro con Alessio Maria Federici

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Incontro con Alessio Maria Federici, regista della commedia romantica 4 metà disponibile su Netflix. Un viaggio lungo le tappe di ogni storia d’amore senza teorizzare troppo ma inseguendo l’emozione della realtà.

4 metà: l’anima gemella esiste? Incontro con Alessio Maria Federici

Una commedia romantica, talmente corale che ragiona sulle combinazioni possibili di 4 metà. Disponibile su Netflix, racconta le tappe di ogni storia d’amore, senza teorizzare troppo, ma inseguendo l’emozione della realtà. Il tutto inserendo esaltatori di sapidità, mischiando un po' le carte nel rapporto fra i quattro protagonisti, le 4 metà del titolo. Protagonisti quattro volti lontani dai consueti casting fin troppo in auge nel cinema italiano: Ilenia Pastorelli, Matteo Martari, Matilde Gioli e Giuseppe Maggio.

Esiste l’anima gemella? Domanda che come in ogni storia raccontata con onestà, oltre che garbo e credibilità, non può che concentrarsi sull’interrogativo stesso, più che sul trovare una risposta qualunque. Ampliare i dubbi sui rapporti fra amorosi sensi, rimane sempre la cosa più sana, divertente e emozionante da fare. 

Ne abbiamo parlato con Alessio Maria Federici, in un’incontro via zoom, tanto per assecondare lo sconvolgimento nei rapporti umani nel secondo anno dell’era Covid-19.

Ha cercato insomma di teorizzare se esiste un’anima gemella.

Ma anche la domanda che è capitato a tutti di farci: chissà come sarebbe andata se... Rispetto a quello che avevo fatto finora questa storia, per me che non mi sento un artista ma uno shooter, è stata occasione di crescita anche personale, alla luce del lavoro fatto con gli attori sulle nostre esperienze. Mi sono emozionato nel farlo e nel vederlo.

Nella scelta dei personaggi e degli attori ha scelto dei “tipi” ai limiti dello stereotipo, per poi smentirli.

Ormai siamo quello che mostriamo sui nostri social, più di quello che siamo realmente. Prima ti identificavano con il sentito dire, con quello che si raccontava di te. Era la visione di te attraverso gli occhi degli altri che diventavano una determinante di quello che eri. Siamo partiti con l’accetta, per poi vedere come ognuno ha le sue spigolature. Spesso nella vita sei quello che ti capita, una cosa più affascinante di come suona. Ogni mattina puoi alzarti e avere una sorpresa.

Com'è andato il lavoro di preparazione con gli attori?

All’inizio il pensiero è stato: devo mettere in scena otto personaggi, non quattro. Invece alla fine abbiamo capiuto che dovevamo scegliere un’umanità e declinarla rispetto alle situazioni. Eravamo in pieno lockdown, ci sono delle scene girate in Portogallo che abbiamo girato in un paese completamente chiuso, dove la polizia ti inseguiva in macchina e bussava sul vetro per farti mettere la mascherina. Non abbiamo visto niente a Lisbona, siamo passati dalle location all’albergo, dove rimanevamo chiusi. Ci siamo ritrovati a dover ricreare emozioni con gli attori, condividendo delle cose così intime che sembrava più una seduta di analisi che la lettura della sceneggiatura. Da uomo mi sono anche fatto delle domande rispetto all’atteggiamento delle donne, e in questo Matilde Gioli e Ilenia Pastorelli mi hanno molto aiutato. Ho cercato di disegnare delle donne realmente forti, come sono, non pedine da quota rosa. Abbiamo messo insieme quattro attori che nella vita reale sono completamente diversi uno dall’altro. Nella messa in scena ho evitato molti tagli, erano gli attori che assecondavano la macchina da presa rispetto alle emozioni che comunicavano.

La modalità di corteggiamento in epoca social sono molto cambiate. È interessante come la racconta in maniera più classica, quasi atemporale. 

Quando arriviamo al momento cruciale, passare dal telematica alla vita, ci ritroviamo come il ragazzino di molti anni fa col gettone telefonico in una cabina che telefonava a casa di lei, con la paura che rispondessero il padre o la madre, quando a quel punto molto spesso attaccavi. Mi sono reso conto come di tutti i personaggi raccontavo i momenti epici di una storia: il primo appuntamento, il sesso, la prima litigata, la visione improvvisa che stava diventando qualcosa di serio, il lasciarsi in tanti modi diversi, facendo emergergere in questo modo quello che veramente sei. Ho inseguito una rottura costante dell’equilibrio, lavorando molto al montaggio. Una sfida complessa oggi è quella di mettere dei paletti in una palude in cui affondano da soli. Mi sono impuntato nel mantenere una prima parte in cui devi fare uno sforzo per capire a che punto sei della storia. Ero facilitato, parlando di una cosa che conosciamo tutti quanti: l’amore di coppia. In un’epoca in cui c’è chi vede il film di Sorrentino in metropolitana con le cuffie, mettendo in pausa per scendere alla fermata Duomo, secondo me abbiamo il dovere di richiamare il pubblico a un’attenzione diversa. Senza cercare di essere artistoide, non me lo posso permettere. 

In questi due anni le dinamiche sociali sono cambiate molto, ci siamo ancora più chiusi in una bolla. Raccontare una storia che ritrae di nuovo una socialità più complessa, l’apertura alla conoscenza di nuove persone, fa un effetto straniante e liberatorio.

Durante le riprese ho visto l’esperienza di mio figlio, che è passato dalla pubertà all’adolescenza chiuso dentro casa, in Dad, tanto che l’ho incontrato con fidanzatina alla fermata dell’autobus e per la prima volta mi sono fermato in motorino. La mia preoccupazione è stata: c’è il covid. Tornando a casa mi sono sentito colpevole e ho cominciato a chiacchiere con lui sui rapporti umani e mi sono reso conto che in molti casi i miei attori erano come i quattordicenni che non sapevano come rapportarsi. La pandemia, come l’amore, ti fa tornare indietro. Quando sei innamorato, perdi la testa e fai delle cose che nella vita normale non faresti mai. Arrivando a delle iperboli, delle frasi da Bacio Perugina.

È un periodo cinico in cui l’accusa più grave sembra quella di essere “buonista”, portando con sè l'ansia costante di apparire più duri di quello che siamo. In un’epoca di iper comunicazione le cose intime sono quelle più complesse da veicolare.

Anche perché questa iper comunicazione non ci porta al confronto, ma allo scontro. Esacerba gli animi e cambia le nostre dinamiche umane. La modalità di confronto ormai è quello della chat, che sia in del fantacalcio, quella dei bambini o della cena con gli amici, mentre nella vita reale sei costretto a dosare le tue emozioni, grazie al cielo, a scegliere a chi darle. Non sono date in pasto a chiunque può scrollare una pagina web.

Suo figlio ha visto il film?

Il grande sì, e mi ha fatto alcune domande che mi hanno fatto riflettere su quello che sarà potenzialmente il futuro di questa generazione, che andrebbe probabilmente chiamata Covid-19. Mi hanno colpito soprattutto, però, le reazioni dei 35/40enni. Non pensavo di aver fatto un film trasversale. Io ci ritrovo dei passaggi che ora mi fanno sorridere, ma mi hanno fatto soffrire o stare molto bene. Adesso, con dieci anni di matrimonio e delle responsabilità diverse, non mi ritroverei a fare delle cose che mostro nel film senza che mia moglie mi dia del cretino. 

Per un regista come cambia il fatto che un film, come 4 metà, esca su Netflix e non al cinema?

È un film di cui Netflix si è innamorata mentre lo stavamo facendo. Dobbiamo declinare la differenza rispetto al prodotto. In questo momento in cui si sta distruggendo la qualità, dobbiamo inseguire continuamente la qualità visiva, sarà sempre questa a pagare, emozionando le persone. Spero che il pubblico, anche se guarda in metropolitana, finisca per saltare la fermata in cui deve scendere perché ha visto una cosa che l'ha compito.

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