Non ci resta che il crimine Recensione

Titolo originale: Non ci resta che il crimine

43

Non ci resta che il crimine: recensione della commedia che incrocia Ritorno al futuro con Romanzo Criminale

-
Non ci resta che il crimine: recensione della commedia che incrocia Ritorno al futuro con Romanzo Criminale

E meno male che esiste Nicola Guaglianone, sceneggiatore fra i più desiderati del momento che si diletta nella sopraffina arte della contaminazione di generi e che, dopo essersi cimentato nel fumetto all'italiana e aver consapevolmente mescolato citazioni e riferimenti, sembra essersi specializzato in un recupero del fantastico più che del fantasy, come si vede da La Befana vien di notte e dall'ultima regia di Max Bruno. Non ci resta che il crimine, che nel titolo omaggia la grandiosa commedia diretta e interpretata da Troisi e Benigni Non ci resta che piangere, forza infatti, grazie alla scrittura, i limiti di quel realismo che ormai ci sta fin troppo stretto sfruttando la formula di sicuro appeal del viaggio nel tempo. E il tempo, proprio come in Ready Player One di Steven Spielberg, sono gli anni '80, spremuta di cultura pop che per il maestro USA passava attraverso le meraviglie dell'universo videoludico, oltre che del cinema, mentre qui è Alan Sorrenti che incontra i Clash, Rambo che va a braccetto con le figurine dei calciatori e con i ghiaccioli che costavano 100 lire e duravano 100 minuti o forse più.

Che poi la yuppie golden age il regista di Nessuno mi può giudicare l'abbia già raccontata (sceneggiando Notte prima degli esami) non fa niente, così come non stonano affatto né un recupero dei tipacci della Banda della Magliana né, nonostante il recente Notti Magiche di Paolo Virzì, una capatina in un'estate di Mondiali di Calcio. Perché in Non ci resta che il crimine, più che l'operazione nostalgia, importa la comicità che nasce dallo scontro di due epoche e mentalità, nello specifico dalle infinite possibilità che si dispiegano dinanzi a tre stupidotti che si cacciano in una serie di guai old fashion. La parte buffa, tuttavia, almeno all'inizio, paradossalmente tanto buffa non è, dal momento che a Marco Giallini tocca in sorte un personaggio non molto diverso dal solito, mentre Alessandro Gassmann, che ha la fisicità del maschio alpha, è uno scemo un po' troppo scemo. Ma poi arriva il poliziesco/poliziottesco e allora le cose cambiano, a cominciare dalla messa in scena, con una fotografia cupa, scene movimentale, montaggio rapido, split screen, primi e primissimi piani e un cast che improvvisamente si sveltisce, calvalca l'azione nonostante l'extrasistole di Giuseppe e sembra davvero divertirsi, e divertendosi appassiona anche noi.

E’ in questo segmento centrale che scrittura e regia fanno i fuochi d'artificio, che le pistole sparano (o non sparano) e il passato e presente si incontrano con gustose conseguenze e che, soprattutto, Edoardo Leo ci restituisce una delle sue migliori interpretazioni, un villain non da cinecomic come il Mr. Johnny de La Befana vien di notte o lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot (entrambi sceneggiati da Guaglianone), ma un delinquente violento, collerico e impietoso come immaginiamo fosse Renatino De Pedis, un farabutto poco trendy e molto coatto che di certo non diventerà un modello da imitare o un mitico fuorilegge come il Dandy del film e della serie tratti da "Romanzo criminale". Ed è proprio con l'ingresso in scena di questo personaggio che la comicità si risolleva, perché trae forza dalla contrapposizione fra il mondo malavitoso e l'ingenuità di Moreno, Sebastiano e Giuseppe, che si spaventano, fuggono e si adoperano per procurarsi montagne di denaro.

E però, fra momenti da pochade, echi di grande commedia all'italiana, rimandi a Ritorno al futuro, si fa strada, inevitabile ma non inesorabile, timido più che urlato e quindi pretenzioso, un paragone fra ieri e oggi, seguito dall'ovvia presa di coscienza che ieri si stava meglio, anzi decisamente meglio, nonostante le bande e le sparatorie. Si stava meglio perché eravamo tutti meno soli e guardavamo le partite insieme, per dirne una, e perché invece di nasconderci dietro pc e smartphone, ci dicevamo le cose in faccia o facevamo la fila fuori dalle cabine telefoniche, trepidando nell'attesa. Ebbene sì: Non ci resta che il crimine esalta un po’ i tempi andati, raccontandoceli come un’età di rinnovata innocenza attraversata dalla tenacia di Rocky o dallo scherzoso disimpegno di un Alberto Camerini, ma chi non ha vissuto gli Eighties forse se ne accorgerà di meno e si lascerà ammaliare dall'action comedy, dal romanesco di Giallini e da una memorabile scena di rapina in cui Leo e i tre uomini del 2019 si travestono dai Kiss che da sola vale la visione del film.

Senza dimenticare di curare scenografia e costumi e di suggerire un ipotetico sequel - o magari una trilogia - Non ci resta che il crimine ha un altro pregio che ci preme sottolineare: quello di offrire a Gianmarco Tognazzi, reduce dall'eccelsa performance in A casa tutti bene, un nuovo personaggio rotondo e sfaccettato, meno dolente del mucciniano Riccardo ma dotato di un più ampio arco drammatico. L'attore lo padroneggia con disinvoltura, passando dalla goffaggine all'eroismo senza mai perdere un briciolo di credibilità. 
 

Non ci resta che il crimine
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
39028


Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
Lascia un Commento