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Sergio Leone, la sua vita e il suo cinema raccontati da Marcello Garofalo come in un romanzo epico e spettacolare

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Pubblicato da Minimum Fax, "Il cinema è mito - Vita e film di Sergio Leone" è un libro avvincente e trascinante, capace di rispecchiare lo stile e i modi del regista che racconta.

Sergio Leone, la sua vita e il suo cinema raccontati da Marcello Garofalo come in un romanzo epico e spettacolare

Ve lo confesso, ma che rimanga tra noi: nella maggior parte dei casi, trovo i libri sul cinema mortalmente noiosi. La saggistica su autori o film è un genere ad altissimo rischio, spesso affrontata dagli autori con un approccio teso più fare sfoggio della propria preparazione intellettuale e del proprio acume critico che non a raccontare e spiegare davvero a qualcuno la bellezza di un’opera, o la grandezza del suo autore. Il linguaggio finisce quindi con l’essere quello pedantemente accademico o, peggio, inutilmente contorto, perso in astratte quanto spericolate elucubrazioni dalle basi più che esili, e (quindi) ombelicale, nel tentativo vano e fallimentare nel 99% dei casi di emulare certe evoluzioni eleganti e coraggiose di un Ghezzi, che ha generato suo malgrado un ghezzismo incontrollato.
Se poi si confronta questa saggistica a libri-intervista come quelli celeberrimi di Truffaut su Hitchcock, Crowe su Wilder, Bjorkman su Bergman, Allen e Von Trier, il paragone è spesso impietoso.

“Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza”, diceva qualcuno, e per fortuna, anche nella saggistica sul cinema, questa minoranza esiste. E di questa minoranza fa parte a pienissimo titolo un libro che, prima di ogni altra cosa, riesce ad ammantare di fabula (ovvero mito da un lato, e rappresentazione scenica dall’altro) la ricostruzione del reale, che in questo caso è rappresentato dalla vita e dall’opera di uno dei più grandi autori del nostro cinema, che ha compiuto la stessa identica operazione attraverso i suoi film.
Il libro si chiama, non a caso,  “Il cinema è mito - Vita e film di Sergio Leone”, edito da una casa editrice sempre attenta a non cadere nelle trappole della maggioranza della saggistica sul cinema e scritto da Marcello Garfofalo, che non è solo un critico cinematografico (e non uno di quelli che, come scrisse Enzo Biagi, “abbondano in citazioni e scarseggiano in idee”: le sue rubriche su Ciak e Segnocinema sono imperdibili), ma anche un regista e uno scrittore, e prima ancora di tutto questo (o in virtù di tutto questo) un intellettuale raffinato ma con un dono prezioso come quello della leggerezza e dell’ironia.

Il libro di Garofalo si apre con due esergo che già gettano una luce precisa su quello che troveremo nelle oltre 500 pagine che seguiranno.
Uno è di Clint Eastwood: “He was a guy who loved to eat and loved to make movies”; l’altro di Jorge Louis Borges, tratto da “Storia dell’eternità”: “Presumo che l’eterna Leonità possa essere approvata dal mio lettore, che sentirà un sollievo maestoso davanti a quell’unico Leone, moltiplicato negli specchi del tempo”.
Da un lato, quindi, il Sergio Leone più concreto e sanguigno; dall’altro quello capace di, come scrive Garofalo nell’introduzione del libro “offrire al suo spettatore, film dopo film, un numero, un godimento, un piano sempre più alto di rimandi, simmetrie, incroci narrativi anche autoreferenziali e metacinematografici, ma senza ostentazioni o sottolineature, con la convinzione e il  piacere di dover presentare uno spettacolo difficilmente comparabile ad altri.”
Subito dopo queste righe Marcello Garofalo scrive di Leone che è stato “sofisticato senza essere elitario, complesso senza essere oscuro”, ed è una definizione che si potrebbe usare para para per il suo libro.
Come sottolinea il titolo, “Il cinema è mito” è diviso in due parti: la prima ricostruisce la vita e la carriera di Sergio Leone, la seconda è composta da saggi critici sui suoi sette lungometraggi: Il Colosso di Rodi, Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il west, Giù la testa e C’era una volta in America.
I saggi sono testimonianza ulteriore della bravura di Garofalo come critico e studioso di cinema, capaci di essere coinvolgenti e illuminanti senza mai nemmeno per una riga perdersi nel narcisismo, nel solipsismo, o nell’ombelicalità, ma sempre nella grazia di una scrittura limpida e di raffinata intelligenza.
Ma è la lunga parte precedente, quella che racconta la vita e la carriera di Leone, quella che nel libro di Garofalo rappresenta una cavalcata avventurosa e coinvolgente come fosse un romanzo.

Per 300 pagine il "Il cinema è mito" mescolando il racconto biografico avvincente e pieno di soprese, scritto con grande abilità letteraria, a tante testimonianze rese all’autore e non dallo stesso Sergio Leone e dai tanti personaggi che con lui hanno avuto modo di lavorare o collaborare a maggiore o minore distanza (da Enzo Barboni a Bernardo Bertolucci, passando per Sergio Corbucci, Antonio Margheriti, Duccio Tessari, Ernesto Gastaldi e tantissimi altri), e a qualche occasionale commento critico capace di espandere improvvisamente sguardo e prospettiva sul cinema di Leone, e non solo,
Tutta la parte dedicata alla vita del regista, che è infatti costellata spesso e volentieri da citazioni tratte da quel testo bellissimo e fondamentale che è “L’avventurosa storia del cinema italiano” scritto da Goffredo Fofi e Franca Faldini, non è infatti solo la ricostruzione di come l’infanzia, la giovinezza e la maturità di Sergio Leone si siano progressivamente riflesse nella sua idea di cinema e nei suoi film,  ma anche - appunto - un’avvincente ricostruzione della storia del nostro cinema, dagli anni Trenta fino agli anni Ottanta, con tutte le sue trasformazioni, le sue esaltazioni, le sue secche, che Garofalo e Leone sono in grado di descrivere con precisione e senza alcuna preclusione ideologica.
La spiegazione di come, per dirla come il citato Claudio Carabba: “dal caos, dall’approssimazione e dall’astuzia di un gruppo di desperados cinematografici sia nato uno degli autori capitali del cinema moderno.”

La lettura è tanto appassionante da rendere difficile posare il libro, perché il suo protagonista, e i tanti personaggi che gli si muovono attorno, riescono grazie alla loro indubbia statura e alla scrittura di Garofalo a essere investiti della stessa caratura epica e misteriosa dei pistoleri di Eastwood o del Noodles di De Niro.
E aneddoti e situazioni sono descritti con tali incisività e calore da regalare al lettore un’impressione assai simile a quella ricercata da Leone per i suoi spettatori con i suoi primissimi piani, i suoi dettagli, le sue angolazioni, il suo montaggio; con quelle immagini che per lui dovevano avere su chi guardava la stessa potenza immediata ed evocativa delle immagini che vedeva da bambino sugli schermi enormi dei cinema che frequentava. Quello stupore infantile che è sempre stato una componente essenziale del suo sguardo sul cinema e sul mito che è capace di creare, come ci racconta benissimo il libro di Garofalo.

Imperdibili sono certi commenti spietati, ironici e lapidari di Leone riportati da Garofalo, e certi altri che non nascondono un’intelligenza e una cultura che il regista, con suo fare tipicamente romano, tendeva sempre a smitizzare se non addirittura a nascondere, e altri ancora nei quali rivendicava il suo “cinema popolare” e film che intendeva come “favole per adulti”, che un critico francese definì “cinema del piacere”. Imperdibile il capitolo sul progetto che Sergio Leone non ha potuto portare a termine, quel film epico e colossale sull’assedio di Leningrado che dopo la sua morte nessuno ha mai più osato toccare, come per la sceneggiatura tratta da Luchino Visconti dalla “Ricerca del tempo perduto” custodita al Museo del Cinema di Parigi e ricordata da Gian Luigi Rondi nel libro di Garofalo.
Imperdibile un libro che è capace di ricordare e spiegare come:

Lo schermo di Leone è stato uno schermo «generoso», caldo dei suoi furori, del suo rifiuto del compromessi e della piccolezza delle varie mode cinematografiche, del forte senso di sé e del proprio lavoro che lui aveva e che qualcuno, erroneamente, ha scambiato per superbia, o anche per una chiusura priva di radici e povera di morale. Peccato non aver capito che invece Leone vedeva una realtà «dissimulata» dalle leggi dello schermo, dove si fanno miracoli e si scavalcano il tempo e lo spazio. Alla fine è questo il grande dramma del cinema: senza il suo passato esso non potrebbe neanche balbettare, ma proprio detto passato è ciò che vela l’assoluto (dicotomia che il finale di C’era una volta in America affronta e a suo modo risvolve). Barthes, a proposito di Chaplin, ha scritto: «Artisti simili provocano una gioia completa, perché danno l’immagine di una cultura insieme differenziale e collettiva: plurale. Questa immagine funziona come il terzo termine, il termine sovversivo dell’operazione entro cui siamo chiusi: cultura di massa o cultura superiore».


O, per dirla in un altro modo, per dirla come se la sono detta Marcello Garofalo e Sergio Leone in un giorno del 1988, un libro che racconta e spiega perché il regista, di fronte a una frase di Elia Kazan sull’opera d’arte “che non deve insegnare, non deve dimostrare. Deve essere come una montagna, come un albero, come una nuvola, come tutti i fenomeni naturali che danno impressioni differenti a tutti quelli che ne sono testimoni”, rispondeva con entusiasmo: “È precisa, perché è proprio quello che dico…”

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