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Nel labirinto di Shining: riflessioni sul ritorno al cinema del capolavoro di Kubrick

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In sala dal 31 al 2 novembre il film che Stephen King non ha mai amato. Rivederlo sul grande schermo per cui è nato è un'emozione che si rinnova.

Nel labirinto di Shining: riflessioni sul ritorno al cinema del capolavoro di Kubrick

Se siete tra i fortunati che avete amato e visto Shining più volte, probabilmente grazie al supporto vhs e successivamente al dvd e al blu-ray, vi suggeriamo un semplice esperimento. Chiudete gli occhi e provate ad ascoltare Utrenja di Krzysztof Penderecki o il quartetto d'archi di Bela Bartòk che accompagna le sequenze più inquietanti di questa inesorabile, solenne sinfonia dell'orrore. E' probabile che dopo un po' vi accorgiate di avere la pelle d'oca. Perché quelle musiche sono ormai inscindibilmente collegate alle sequenze corrispondenti. Stanley Kubrick era infatti un maestro totale, un genio assoluto che curava con la sua eccezionale e maniacale sensibilità artistica ogni aspetto della sua opera: a differenza di quanto accade in genere con le colonne sonore, le musiche da lui scelte non erano un tappeto su cui appoggiare le immagini o con cui enfatizzarle, ma una simbiosi assoluta tra i due elementi, tanto da rendere difficile scinderli dopo la visione.

Shining è uno di quei casi per cui mi ritengo una privilegiata ad avere l'età che ho. Perché ne ricordo perfettamente la prima visione al cinema, il 26 dicembre 1980, nella sala strapiena del Moderno di Lucca. All'epoca non esisteva internet e in questa irripetibile età dell'innocenza le recensioni d'oltreoceano, dove era uscito il 23 maggio in una versione più lunga di circa 40 minuti, tardavano ad arrivare (come pure, per fortuna, gli spoiler) ma nei cinema da mesi giravano i teaser: Kubrick era un genio anche nel campo del marketing e aveva studiato una campagna pubblicitaria che rese l'attesa davvero spasmodica. Nel teaser non si vedeva nulla, se non le porte dell'ascensore che vomitavano sangue a cascate mentre sui giornali apparivano i flani con la famosa frase “l'onda di terrore che ha spazzato l'America... è qui!”.

La critica dell'epoca non è mai stata tenera con Kubrick e neanche nel caso del suo primo horror fece eccezione. In rete se ne trova ancora una, questa, di Giovanni Grazzini, positiva ma con riserve. Gli si rimproverava quello che gli ha sempre contestato Stephen King: aver preso il fuoco e averlo trasformato in ghiaccio, l'essere gelido e distaccato. Ma che vuol dire freddo, quando nessuno come lui sapeva catturarti in una ragnatela di emozioni, terrore, angoscia crescenti? Il cinema di Stanley Kubrick non ha mai contemplato o conosciuto banalità e volgarità e la sua apparente freddezza non gli ha mai impedito di penetrare sottopelle e collegarsi al sistema nervoso dello spettatore. Il romanzo di King venne ridotto all'osso in fase di sceneggiatura, sfrondato dei barocchismi dell'autore, del finale da gran baraccone e ridotto a canovaccio su cui costruire un grande e visionario teorema dell'orrore. In un'epoca in cui lo spavento non era ridotto a una serie di continui balzi sulla sedia ma si prendeva i suoi tempi per catturare e avvolgere lo spettatore all'interno di un incubo da cui era impossibile evadere, scena dopo scena memorabile, Kubrick costruiva un esperimento entomologico su tre cavie umane intrappolate in un labirinto e isolate dal mondo, in una disamina spietata delle relazioni umane.

Sui significati che l'autore riesce a conferire alla storia (quelli profondi, non le teorie bislacche e univoche testimoniate nel documentario Room 237) sono stati scritti decine di saggi e corposi volumi e non è questo il luogo per aggiungere ulteriori interpretazioni. A noi basta soffermarci sull'importanza che ha il ritorno del film, 37 anni dopo la sua uscita, nel luogo per cui è stato immaginato, dove ripete la sua magia ancora una volta, anche per chi ne conosce a memoria ogni battuta nell'adattamento di Riccardo Aragno e nella magistrale direzione del doppiaggio di Mario Maldesi, con le splendide performance di Giancarlo Giannini e Livia Giampalmo, all'epoca marito e moglie, nei ruoli principali.

Saremmo curiosi di sapere che effetto fa oggi ai ragazzi cresciuti con gli horror a basso budget, dove si spargono frattaglie senza colpo ferire, la visione di questo film che rinchiude la nostra anima bambina in un labirinto assieme al Minotauro armato di accetta che ha preso l'aspetto di nostro padre. Ma crediamo che per tutti, soprattutto per chi lo conosce da sempre nell'asfittico formato televisivo, andarlo a vedere al cinema sarà un'emozione unica: quando il faccione di Jack Nicholson (anche lui all'epoca ciriticato) si affaccia con quel ghigno diabolico alla porta spaccata con l'accetta e riempie lo schermo si capisce immediatamente perché certe immagine diventino iconiche e certi attori trovino in un determinato film la performance della loro vita.

C'è un unico - e non piccolo - dispiacere, in questa splendida festa di morte, tra spettri e gran balli, distorsioni temporali, raffiche di insulti e aggressioni, conversazioni con camerieri fantasma, gemelle inquietanti fatte a pezzi che invitano il piccolo Danny a giocare con loro, tra il volto genuinamente atterrito di Shelley Duvall e l'impressionante naturalezza del bambino col suo Tony e il suo ossessivo “redrum”. Ci ferisce la mancanza di rispetto di chi avrebbe dovuto preservare l'eredità di Kubrick: il cognato Jan Harlan, da sempre, si dice, geloso dell'affetto e della stima del maestro per i suoi molti e preziosi collaboratori italiani, non appena è divenuto curatore dei suoi film si è affrettato a togliere le varianti nella nostra lingua che lui pretendeva in fase di doppiaggio: spariti i fogli riempiti maniacalmente da Jack col proverbio “il mattino ha l'oro in bocca”, così come negli altri film le scene rigirate per un titolo di giornale o un biglietto, e la canzone cantata in italiano nel inale di Full Metal Jacket. Frammenti del perfezionismo kubrickiano, ma anche della nostra passione e della nostra storia, che restano soltanto, per chi le ha conservate, nelle vecchie vhs.

E visto che abbiamo iniziato parlando della musica, terminiamo con la canzone suadente, evocativa e festosa che torna a chiudere il cerchio nel finale: le note di "Midnight, The Stars and You" vengono suonate dal vivo al Gran Ballo dell'Overlook del 1921. Jack dalla foto sorride, perché è lì, è sempre stato lì, in un corto circuito tra passato, presente e futuro che è l'elemento più affascinante ed enigmatico di una storia che si ripete a loop. Al cinema e dentro di noi, ogni volta che torniamo a visitarla.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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