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Le vele scarlatte, la storia femmina sul matriarcato di Pietro Marcello al Festival di Cannes 2022

Un nuovo adattamanto letterario dopo Martin Eden per Pietro Marcello che porta al cinema in Francia Le vele scarlatte, tratto da una novella del russo antimilitarista e dissidente Aleksandr Grin. Apre la Quinzaine des réalisateurs e ce ne ha parlato il regista a Cannes.

Le vele scarlatte, la storia femmina sul matriarcato di Pietro Marcello al Festival di Cannes 2022

Due anni in Francia, “per ragioni familiari”, messe a frutto realizzando un nuovo film dopo il successo a Venezia di Martin Eden. Pietro Marcello ha diretto Le vele scarlatte nell’estremo nord rurale francese. Nuovo adattamento di un libro, che apre la sezione Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes 2022, e dovrebbe uscire nei cinema il prossimo autunno distribuito da 01. il film è "un racconto popolare, musicale e storico, al confine con il realismo magico”. 

Da qualche parte nel nord della Francia, Juliette, giovane orfana di madre, vive con il padre, Raphaël, un soldato sopravvissuto alla prima guerra mondiale. Appassionata di musica e di canto, Juliette ha uno spirito solitario. Un giorno, lungo la riva di un fiume, incontra una maga che le predice che delle vele scarlatte arriveranno per portarla via dal suo villaggio. Juliette non smetterà mai di credere nella profezia.

“Non avevo molto da fare dopo Martin Eden e i documentari Per Lucio e Futura e ho ricevuto delle proposte francesi, fra cui mi ha subito colpito quella del produttore Charles Gilibert (Sils Maria, Annette). L’adattamento della novella Le vele scarlatte di Aleksandr Grin, scrittore russo pacifista del XX secolo, dissidente morto reietto in Crimea dopo la rivoluzione. Un antimilitarista di cui mi sono innamorato, come amo la letteratura russa, quella che ritengo abbia raggiunto il livello più elevato. A spingermi a raccontare questa storia è stata probabilmente la mia paternità. Abbiamo modificato non poco la vicenda, distruggendo la figura del principe azzurro che a un certo punto arrivava a prendere il testimone dal padre nel rapporto con la giovane protagonista. Mi sembra un Miracolo a Milano con una famiglia allargata, molto emancipata. Una storia profondamente femmina sul matriarcato che poteva essere realizzata ovunque, anche in Lucania o in Calabria”.

L'amato della giovane protagonista è interpretato da Louis Garrel che, come detto, non somiglia al principe azzurro del libro ma all’uomo moderno, un aviere che solca i cieli. "È in costume, ma spero sia anche profondamente moderno, anche se fatico a giudicare quello che faccio”, ha aggiunto Marcello incontrando la stampa italiana al festival. “Non è stata una lavorazione lunga, fra scrittura e ora la presentazione a Cannes è passato solo un anno e mezzo, quasi un instant movie. Parallelamente abbiamo lavorato al cast, partendo da Juliette Jouan, un'esordiente, scelta dopo un casting selvaggio di mille ragazze. Poi per mesi abbiamo cercato la figura del padre e appena l'ho incontrato, in cinque minuti ho scelto Raphaël Thiéry. Avevo bisogno di un papà solido accanto a lei. Gabriel Yared è l’autore della colonna sonora, ha fatto un grande lavoro, con lui è nata un’amicizia e ha creato per Juliette le canzoni che lei canta nel film. È una bravissima cantante. Per lei l’unico riferimento è stato il suo carattere. Ha fatto un provino che è stato forse il peggiore, era una ragazza annoiata che suonava il piano. Mi ha subito colpito, con lei abbiamo costruito un rapporto, insieme a tutta la troupe e il cast, di tipo veramente familiare”.

Una contemporaneità, quella dello scrittore russo, che “risuona in maniera particolare in questo periodo. Un autore russo, anche terrorista durante gli anni dello zar, un antimilitarista. La frase chiave era ‘non fare il bene equivale a fare del male’. Come dire, non agire porta il protagonista a fronteggiare delle conseguenze drammatiche. Non aveva ambientazione geografica, il che ha permesso di immaginare senza forzature forme e luoghi. È l’aspetto alchemico del cinema che mi piace. Grazie alla formazione dell documentario posso sperimentare. Spero di non perdere questo metodo. Anche per Le vele scarlatte la sceneggiatura era molto mobile, in base anche ai luoghi. Sono abituato all’imprevisto e qui mi trovavo in un mondo che non conoscevo, lontano dalla mia comfort zone italiana, dirigendo in una lingua che all’inizio conoscevo poco. Continuo a pensare che la scrittura sia un’opera incompleta, perché c’è poi la trasposizione filmica. Il set è ben altro, cambia ogni volta è devi adattare quello che fai. Esigenze produttive inevitabilmente mettono in discussione tutto. Fare cinema vuol dire trovare delle soluzioni concrete”.

Sull’aspetto visivo del film, pieno di controluci e con un’atmosfera da realismo magico rurale, Marcello sottolinea come stia sempre in macchina. “Sono anche direttore della fotografia, senza mi sentirei nulla. È lo stesso metodo che ho usato in Martin Eden. Qui c’è in più lo stato di grazia della danza con Marco Graziaplena (Mektoub My Love), il direttore della fotografia. Ognuno con la sua cinepresa. Mi ha seguito con una macchina sempre in movimento. Cercavo un contrappunto per non rendere il film accademico, una macchina a mano molto ballerina. Marco ha subito capito come filmavo e mi ha seguito. Non è facile trovare qualcuno che lo faccia”.

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