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La belva primo nella top ten mondiale di Netflix: l'intervista al regista Ludovico Di Martino

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L'action thriller italiano La belva con Fabrizio Gifuni nel ruolo di protagonista è il film più visto in molti paesi in cui opera Netflix. Ne parliamo con il 28enne regista Ludovico Di Martino.

La belva primo nella top ten mondiale di Netflix: l'intervista al regista Ludovico Di Martino

Disponibile su Netflix dallo scorso 27 novembre, La belva sta collezionando intere giornate in cui è il film più visto in assoluto nelle varie top ten dei 190 paesi in cui opera la piattaforma streaming.
L'action thriller è un genere che in Italia non si produce, vista la grande maestria degli americani (ma anche dei francesi e inglesi), pertanto il film prodotto da Groenlandia e Warner Bros Italia è un tentativo di aprire le danze perché forse allendandoci un po', anche noi potremmo arrivare a essere credibili nel creare film tesi e movimentati. Fabrizio Gifuni è il protagonista, un ex capitano delle Forze Speciali dell'Esercito ora in congedo, costretto a dare la caccia a una banda di criminali che hanno rapito sua figlia.
La belva è diretto dal 28enne Ludovico Di Martino.

Fa venire la pelle d'oca vedere il proprio film in testa alla top ten mondiale dei film di Netflix, Ludovico?
È divertente e sarebbe stata una gioia per qualunque altro film italiano. Poi, questo non significa che stia piacendo a tutti, ma mi diverte molto pensare che tante persone in tutto il mondo aprano Netflix, vedano il faccione di Gifuni con scritto The Beast, si incurisicano e decidano di guardare il film. Credo che non ci sia ancora una reale percezione di cosa significhi finire in questo tipo di circuiti, noi che fortunatamente viviamo ancora il retaggio della sala e dei supporti meno contemporanei.

Sto scorrendo i paesi in cui è al primo posto... Brasile, Argentina, Grecia, Polonia...
Poi ci sono una serie di cose strane a cui non avevo pensato. C'è gente che si vede il film di mattina e a mezzogiorno ti manda un messaggio con un video mentre è davanti alla tv. Dalla Colombia, per esempio.

Ti cercano sui social media?
Sì e ti dico questo: i complimenti te li fanno in privato, le critiche le scrivono nei commenti, quindi pubblicamente rimangono più evidenti i pareri negativi. Comunque a me piace stare sui social e leggere cosa pensa la gente del film, soprattutto per le opinioni più critiche.

Le famose critiche costruttive...
No, anche quelle distruttive. Leggo con piacere anche quello che ti scrive "Aò, mi ha fatto sprecare un'ora e mezzo del mio tempo". E io rispondo "Pensa che ne stai sprecando ancora per scrivermi".

L'idea di realizzare un action thriller da chi arriva?
Da Andrea Paris, socio di Matteo Rovere in Groenlandia Group, che mi ha lanciato questa sfida. Da subito la trama della storia era quella dell'ex soldato a cui rapiscono la figlia, poi ci sono state varie ipotesi di sviluppo, ma il personaggio di Leonida è sempre stato un punto fermo.

Gifuni quando si è materializzato?
Mentre scrivevo il soggetto del film, guardavo le foto di Gifuni sul mio cellulare, lui era l'attore designato nella mia fantasia a dare vita al personaggio. Al di là del fatto che sia un attore secondo me sfruttato fin troppo poco sia dal teatro sia dal cinema, mi piaceva molto l'idea di portarlo in un posto in cui immaginavo non avesse mai bazzicato. Questo serviva a creare un contrasto di cui pensavo ci fosse bisogno, ero sicuro che lui avrebbe discusso per lavorare su un piano di credibilità portando l'azione del film verso una performance più interiore. E così è stato. All'inizio lui aveva paura di fare La belva, c'è stata una lotta di contenuti tra noi per riuscire a centrare il tono del film. Un attore come lui era la garanzia per arrivare a trovare la giusta linea narrativa.

Il budget che avevi non è quello dei film americani, ovviamente. Come hai gestito le scene più costose?
Abbiamo fatto la lista della spesa. Il genere del film ci chiedeva di creare momenti d'azione: ci deve essere un inseguimento, ci deve essere un punto in cui lui è solo contro tutti, ci deve essere un flashback con il suo passato in guerra... abbiamo costruito in fase di scrittura quelle scene alternando auto, corpo a corpo e armi da fuoco. Sono stato fortunato, raramente mi è stato detto di no dalla produzione su ciò che volevo fare. Certo, sei hai più soldi hai più nemici che sparano e più auto che si distruggono, ma non l'ho mai vissuta come un limite questa cosa. E comunque ho fatto autocensura evitando di chiedere troppo. Sono stato ragionevole.

C'è un'auto che si schianta.
Eh sì, avevamo solo quella.

Quindi al momento delle riprese è stata buona la prima?
Buona la prima, però avevamo quattro camere contemporaneamente, quattro inquadrature. Quando si è capottata in realtà doveva arrivare molto più lontano. Ha girato una volta in più e si è fermata prima, quindi per un attimo ho avuto paura che ci fossimo giocati anche lo stunt driver.

Invece la discesa delle scale di Gifuni nella villa, quanti giorni di prove ha richiesto?
Tanti. Abbiamo lavorato due mesi sulla coreografia parallelamente all'allenamento di Gifuni. La coreografia richiede tempo, deve essere memorizzata come se fosse un balletto. È una lunga preparazione per arrivare sul set con tutti che sanno cosa devono fare. Quella discesa dalle scale ha richiesto una prova generale il giorno prima, anche perché è un piano sequenza ed eravamo in tanti a doverci coordinare. Anche in John Wick ci sono molte sequenze lunghe, a discapito di un colpo che può andare a vuoto dove invece il montaggio e i cambi di inquadratura ti aiutano a mascherare questi errori. Con i piani sequenza invece guadagni in intensità del protagonista e rimani con lui per tutto il tempo.

Citi John Wick. Quali altri film sono stati un riferimento?
John Wick è stato un riferimento anche per le intenzioni. Gli uccidono il cane e lui gli fa il culo, una storia semplice e diretta, come è anche Taken. Avevo una cartellina con appunti di film su come venina raccontata l'azione, in cui c'erano The Bourne Identity, Cell Block 99 e Dragged Across Concrete. Per quanto riguarda Bourne, mi ero segnato tutto quello che non volevo fare, ossia un'azione piena di tagli e inquadrature strette. Io volevo vedere bene l'attore al centro della scena come accade anche in Atomica bionda. Poi c'era The Raid che è un film con un azione incredibile che però, come tutti i film asiatici, ha per protagonista un atleta. Anche nei film americani qualcuno che si mette in gioco in prima persona c'è, come Keanu Reeves appunto, Tom Cruise o Jason Statham.

Per la saga di Mission: Impossible gli attori sono provinati sia per le doti interpretative sia per le abilità fisiche, affinché si capisca dove possano arrivare con un'adeguata preparazione.
Infatti il limite nostro è quello di non avere attori attori stuntman. O prendi l'attore e gli insegni come si danno e come si prendono i cazzotti, o usi lo stuntman e lo fai recitare. Io penso che tutti i giovani attori oggi debbano andare a farsi un corso per imparare queste tecniche, perché non esiste una categoria di attori d'azione. Il mio sogno è che ora Gifuni lo prendano per fare un altro film action. Così iniziamo a creare un parterre di attori in grado di menare.

E magari vedendo La belva nella top ten di Netflix, un produttore italiano potrebbe decidere di fare una commedia in meno e un film d'azione in più.
Esattamente.

A proposito di riferimenti, hai girato una scena con un mexican standoff o "stallo alla messicana", per dirlo in italiano. È un omaggio a una simile scena che si vede nel film Wind River?
Io ho amato alla follia Wind River e penso che Taylor Sheridan sia uno dei più grandi, a parte la serie Yellowstone che è un po' faticosa, ma i film che ha scritto come Hell or High Water e Sicario penso siano incredibili. Nella fase di scrittura, i poliziotti che sono sempre un passo indietro rispetto a Leonida, volevamo a un certo punto vederli in azione e quando ho visto la scena di Wind River, ho pensato di metterla in quella situazione con i poliziotti del nostro film.

Il film è girato a Roma, ma c'è una precisa volontà di non localizzarlo in una città riconoscibile.
È in parte una provocazione per distruggere il cinismo degli spettatori che si lamentano quando guardando un film in cui, per esempio, c'è via Labicana e con una svolta a sinistra non vedono il Colosseo, ma piazza Navona. Nel film Nine di Rob Marshall c'è una scena dove Daniel Day-Lewis scappa da Cinecittà dicendo che ha bisogno di andare al mare. Stacco, costiera amalfitana con la macchina che fa il curvone che affaccia su Amalfi. Stacco, Anzio. E lui è ad Anzio perché la scena è drammaturgicamente contestualizzata lì. E io questa cosa la amo, a loro non gliene frega niente, perché sennò come la fai un'inquadratura della costiera da Roma a Anzio? Questa cosa l'abbiamo applicata anche noi in un clima di libertà assoluta. E non volevo nemmeno che i personaggi fossero troppo caratterizzati regionalmente. Hanno inflessioni da metropoli, come quando vai a New York e senti parlare la gente con diversi accenti.

Anche in 6 Underground di Michael Bay la Giulietta color verde acido in fuga nel centro di Firenze, la vediamo transitare per un attimo in Piazza del Campo, come se Siena fosse un isolato tra il Lungarno e Santa Croce.
Certo, non si capisce niente ma è divertente. Cosa ti aspetti da Michael Bay, se non la follia di un americano che vuole giustamente far saltare in aria ogni cosa? Non so se è una cosa di noi italiani, questa sete di realismo documentaristico. A me divertiva l'idea di provocare una rottura, sapevo che avrebbe dato fastidio a qualcuno. Il potenziale visivo che offrono i film è immenso, infinito, come mettere insieme luoghi lontani e farli sembrare vicini. Non bisogna essere schiavi della realtà, altrimenti non riusciamo a vedere oltre, a cambiare e personalizzare l'immaginario.

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