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In the Name of the King, Uwe Boll colpisce ancora con i suoi adattamenti da videogiochi

In the Name of the King di Uwe Boll con Jason Statham fu tratto da un videogioco, come molti lavori del regista tedesco considerato il principe del trash. Di quale gioco stiamo parlando?

In the Name of the King, Uwe Boll colpisce ancora con i suoi adattamenti da videogiochi

L'action fantasy In the Name of the King (2007) con Jason Statham, Ron Perlman e Ray Liotta si presenta a noi con un quesito: diretto dal bellicoso e scatenato Uwe Boll, considerato il re del trash, dovrebbe essere tratto da un videogioco, considerando che l'autore si è cimentato in questi azzardati adattamenti per lungo tempo. In effetti lo è, ma il titolo italiano ha sacrificato un sottotitolo esplicativo. Indaghiamo.

In the Name of the King, la trama del film con Jason Statham

In the Name of the King racconta di Farmer (Statham), che nel regno di Ehb è stato adottato dal suo villaggio. Quando sua moglie e suo figlio sono attaccati dai mostruosi Krug, che controllati dallo stregone Gallian (Liotta) uccidono il piccolo e rapiscono la donna, parte per la vendetta e il salvataggio in compagnia del suo vicino Norrick (Perlman) e di Bastian (Sanderson). Affronteranno l'alleanza tra lo stregone e Fallow (Matthew Lillard), nipote del sovrano Konreid (Burt Reynolds!), che i due perfidi meditano di spodestare.

In the Name of the King è l'adattamento di Dungeon Siege

Il videogioco Dungeon Siege è alla base di In the Name of the King. Realizzato dalla Gas Powered Games di Chris Taylor (autore anche dello strategico Total Annihilation), Dungeon Siege fu pubblicato nel 2002 e vide due seguiti (con qualche espansione), Dungeon Siege II nel 2005 e Dungeon Siege III nel 2011. Gioco di ruolo d'azione, pescava elementi dal padre del sottogenere Diablo, ispirandosi tuttavia anche a titoli illustri come Ultima della Origin e Baldur's Gate targato BioWare / Black Isle Studios. In effetti il titolo completo del film è In the Name of the King: A Dungeon Siege Tale.

Uwe Boll colpì ancora con In the Name of the King

Se guardando il cast prestigioso state pensando a un exploit insolitamente di "serie A" per Boll, tranquillizzatevi. Poco nella lavorazione andò liscio. Burt Reynolds per esempio un giorno cadde dalla piattaforma dove stavano girando il duello in esterni, svenendo perché surriscaldato nella sua armatura. Persino Statham, altrove simbolo di prestanza fisica inarrestabile, correva impedito da un problema in quel periodo a un tendine del piede. Ray Liotta inoltre litigò col regista, definendolo un "folle", per aver consentito una visita sul set a scopi di beneficenza, con troppi estranei come spettatori delle riprese.
La produzione degli effetti visivi fu tribolata, perché Boll realizzò che le compagnie assunte per realizzarli li avevano subappaltati a grafici di second'ordine, per rimanere nel budget.
Posseduto dalla grandeur, Boll girò tantissimo materiale, accettando di ridurlo ai 127 minuti attuali, riuscendo però a pubblicare in seguito una Director's Cut di 156, comunque a suo dire lontana da quella che avrebbe sognato, sulle tre ore.

Il paradosso di In the Name of the King

Demolito dalla critica, In the Name of the King si è rivelato un flop ciclopico al boxoffice: parliamo di 13 milioni di dollari incassati nel mondo, a fronte di un budget di 60! Abbiamo tuttavia a che fare con Uwe Boll, ci vuole ben altro che la logica dei costi/ricavi per buttarlo giù. Non si sa esattamente come abbia convinto chiunque che si trattasse di una buona idea, però Boll è riuscito comunque a confezionare ben due seguiti: In the Name of the King 2: Two Worlds con Dolph Lundgren nel 2011 e In the Name of the King 3 - L'ultima missione con Dominic Purcell nel 2014. Il trucco? I budget dei seguiti sono stati molto più contenuti, per usare un eufemismo, veleggiando tra i 3 e i 4 milioni di dollari! Leggi anche L'anti-fenomeno Uwe Boll - focus sul "peggior regista del mondo"



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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