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Il pinguino nell'animazione, dagli anni Trenta a Madagascar 3

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Quelli di Madagscar sono famosissimi: ma prima di loro ce ne sono stati molti, molti altri...


 

Nel 1934 una delle Silly Symphonies, corti musicali a tema libero della Disney, è diretta dal pilastro della casa Wilfred Jackson e s'intitola Peculiar Penguins, titolo già eloquente.
Due pinguini si corteggiano, lei è minacciata da uno squalo famelico. Per caratterizzarne i movimenti, Walt Disney porta gli animatori a osservare l'animale dal vero: l'assurdo e il buffo della natura s'incontrano con il reale e l'epica romantica. Il movimento viene osservato per essere reinterpretato: questo è uno dei film in cui nasce la ricerca disneyana del "plausibile impossibile".
E' chiaro già che in questo senso l'animazione può ricavare il massimo da un animale appunto "peculiar", e nasce in una canzone la suggestione che nei decenni successivi sarà più retorica. "There's nothing so peculiar as a penguin, unless it's you and I": "Non c'è niente di particolare come un pinguino, a parte me e te". Altro che le scimmie: sono loro l'anello mancante della nostra evoluzione.

Nel 1944 Pablo appare nel segmento
Pablo the Cold-Blooded Penguin di I tre caballeros, ancora marchio Disney, per la regia di Bill Roberts: unico pinguino freddoloso, si organizza per emigrare all'Equatore, ma una volta lì giunto, sente la nostalgia del fresco. "Mai contento", sentenzia la voce fuori campo, "ma in fondo questa è la natura umana." Non esistono lapsus in questi casi, l'ironica odissea surreale del piccolo animale è la metafora della nostra.

Normale invece che nelle mani di un genio dell'animazione comica e metalinguistica come
Tex Avery un pinguino diventi la quintessenza dell'assurdo: nato nel 1953 per gli studi di Walter Lantz, Chilly Willy nei suoi corti ha una spassosa caratteristica. Lotti con un orso polare per dei pesci o con un cane per una pelliccia, procede deciso e inarrestabile verso la meta, non risentendo di ostacoli o sconfitte. Una sorta di amplificazione della tenacia del vero animale, ma riletta nella logica (o non-logica) di spiazzanti ed esilaranti gag.

E' un grande dolore che sia impossibile recuperare facilmente immagini del
Pinguino Chico (1958), creazione del cartoonist Giuliano Cenci, poco documentato primo personaggio seriale animato del Carosello televisivo iniziato un anno prima. Pubblicizzava frigoriferi.

E' un'associazione solo visiva quella che porta il grande animatore
Ollie Johnston a far danzare i pinguini-camerieri di Mary Poppins con uno scatenato Dick Van Dyke nel 1964. Non c'è lavoro narrativo, ma la suddetta capacità di reinterpretazione del movimento raggiunge il risultato più alto, e il confronto con l'essere umano è esplicito nella stessa inquadratura, visto che da un lato Dick imita i pennuti e dall'altro loro sembrano naturalmente indossare livree.

Passano vent'anni, e il tempo libero dei bimbi più piccoli è felicemente occupato in tv dalla stop-motion dell'animatore tedesco
Otmar Gutmann.
La saga di Pingu (1986-1998, più due stagioni nel 2004-2005) è ritmata su un gramelot impostato dall'attore italiano Carlo Bonomi, che fu anche La Linea di Cavandoli. Sono gentili storie borghesi e piccole avventure, dove si punta alla totale identificazione con un mondo simile a quello dei piccoli spettatori, raccontato per sprazzi di cinque minuti.

Nel 1993 è ancora una volta la stop-motion a dar vita a un pinguino, ma osservato dall'occhio inglese della 
Aardman Animations, denso di humor nero e follia: nel secondo corto di Wallace & Gromit, I pantaloni sbagliati (vincitore dell'Oscar e diretto da Nick Park), un pinguino si finge affittuario servizievole dell'inventore Wallace, ma solo il suo cane Gromit comprende che si tratta di un infido malfattore, per giunta ricercato. Mentre in Pingu si cerca l'espressività  con doppiaggio e movimenti esasperati del becco, Park nel suo corto fa l'opposto, zittendo l'animale e dotandolo di movimenti leggeri (e calcolati), incorniciati da una minacciosa indecifrabile inespressività del viso, fonte di risate sicure.

L'iniziale interpretazione metaforica del pinguino sembrava quindi con gli anni essersi persa, in favore di una rappresentazione concentrata sul suo aspetto, ma tra il 2005 e il 2006 il pinguino è di nuovo immagine speculare dell'essere umano o di ciò che l'essere umano dovrebbe eticamente aspirare a diventare.
Happy Feet di George Miller, lussureggiante lungometraggio in CGI del 2006, esce a ridosso del documentario La marcia dei pinguini, e ne propone lo stesso inno alla famiglia, insistendo sul parallelo con l'uomo, mettendo persino in bocca agli uccelli celebri canzoni pop e non.  La grafica porta alle estreme conseguenze la mimesi del vero, contrastandola con sentimenti e comportamenti umani: al confronto, Peculiar Penguins è visionario.

Il grande successo degli ultimi due film citati viene corretto dall'originale
Surf's Up (2007) della Sony Pictures Animation, diretto da Ash Brannon e Chris Buck, che scelgono la strada del mockumentary piazzando i loro pinguini nientemeno che su tavole da surf! Si sente l'eco del vecchio Pablo e della sua buffa decontestualizzazione.

E i pinguini della serie della saga di
Madagascar, iniziata nel 2005 a firma Eric Darnell e Tom McGrath, come si inseriscono in questa lunga tradizione?
Irreggimentati in una disciplina militare, con retrogusto da servizi segreti (molto) deviati, riflettono in pieno lo stile della saga della DreamWorks Animation: umorismo scatenato, sopra le righe, grottesco ed esagitato.
Decisamente l'origine è nei deliri della scuola di Tex Avery. Il ventilato lungometraggio spin-off dedicato solo a loro apparirebbe un salutare contraltare alla retorica degli ultimi anni.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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