Humphrey Bogart: icona, duro dal cuore tenero, modello di uomo classico e modernissimo

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Humphrey Bogart: icona, duro dal cuore tenero, modello di uomo classico e modernissimo

C'è una scena di Reality Bites (che da noi fa Giovani, carini e disoccupati, ma vabbè) in cui i protagonisti fumano erba con l'aiuto di una lattina. In quella scena, Vickie, il personaggio di Janeane Garofalo, chiede al Troy di Ethan Hawke di passarle l'attrezzo: e lo fa dicendogli "Don't Bogart that can, man."
È stato così, nel corso delle ripetute visioni di quel film diretto da Ben Stiller avvenute nel corso dei miei vent'anni, che ho scoperto come Humphrey Bogart fosse diventato addirittura un verbo, un modo di dire.
L'espressione usata dalla Garofalo non è stata inventata per Reality Bites dalla sceneggiatrice Helen Childress, ma era nata e diventata di uso comune presso gli hippie negli anni Sessanta e Settanta, tanto da essere diventata addittura il titolo di una canzone, celebre per essere nella colonna sonora di Easy Rider: "Don't Bogart that Joint", recita nella sua versione originale. "Non ti imbogartire su quella canna", potremmo tradurre, col significato di "passa qua, fai fumare anche me".
L'origine dell'espressione è piuttosto ovvia, dato che una sigaretta che pende perennemente dal suo labbro inferiore è uno dei tratti identificavi del grande attore americano, di cui ricorre in questi giorni il 60esimo anniversario della morte.

Basta chiudere gli occhi e pare di vederlo, Bogie. Sigaretta in bocca, trench impermeabile da detective hard boiled, o in smoking bianco. Sigaretta in bocca, quegli occhi sempre velati di qualche tormento o da chissà quale rimpianto, modi spicci e da duro, bruschi e scostanti, ma una tenerezza e un sentimento che spurgano porose dalle tante crepe che corrono lungo quell'apparenza: le crepe di una fragilità e di un'umanità che sono state il segreto del suo successo.
E, in fondo, il Bogart fuori dallo schermo non era così diverso da quello dentro lo schermo: anche lui burbero, cattivo carattere, inamovibile dalle sue convinzioni, per le quali lottava senza paura, un po' sconfitto anche quando famosissimo e pagatissimo: con una lunga e oscura gavetta alle spalle che, in qualche modo, l'aveva segnato.

Chiudo gli occhi e me lo vedo, Bogie. Nei panni spigolosi e sofferti del Rick Blaine di Casablanca, in quelli ruvidi e spavaldi del Sam Spade del Mistero del falco o del Philip Marlowe del Grande sonno. Perfino in quelli elegantissimi, ma per lui un po' scomodi, del Larry Larrabee di Sabrina: un ruolo di impacciato, scorbutico e riluttante seduttore che era stato pensato per Cary Grant, e che proprio per questo, nel disagio che mette in scena, perfetto nella versione di Bogart.
Me lo vedo, in una di quelle tante bellissime foto che lo ritraggono al fianco di Lauren Bacall, divina fra le divine ma con un carattere che ve lo raccomando: la donna di cui non poteva non innamorarsi uno come Bogie (sul set di Acque del sud), e che non poteva non innamorarsi di uno come lui.

Bogart, sotto la sua maschera da duro, portava al cinema la fragilità e la sconfitta in anni in cui tutto questo era quasi impensabile: era lui e solo lui il cantore di quella sporca malinconia romantica da lasciarsi alle spalle con sigarette, whisky, qualche cazzotto e magari una canzone al piano da far suonare ancora a Sam.
Bogart era ed è un modello di uomo classico e modernissimo al tempo stesso, capace di anticipare la disillusione raccontata dalla New Hollywood ma di non lasciarsene travolgere, come poi è successo al cinema degli anni successivi.
Bogart era il divo capace di essere più di un divo, perché nelle sue crepe e nelle sue ferite si potevano riconoscere tutti, e la sua forza morale e d'animo era un modello universale.

Che poi un altro grandissimo come Woody Allen l'abbia ufficializzato come idolo e mentore irraggiungibile dell'uomo irrimediabilmente nevrotizzato che è alla radice di quello che siamo oggi, in Provaci ancora, Sam (dove, guarda un po', Woody è un critico cinematografico), non è davvero un caso.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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