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Doppia personalità: l'anello di congiunzione tra Psycho e Split

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Abbiamo rivisto per voi il film (tutt'altro che minore) diretto dal grande Brian De Palma 25 anni fa.

Doppia personalità: l'anello di congiunzione tra Psycho e Split

"In ognuno di noi c'è un altro che non conosciamo."
Carl Gustav Jung

Il Dio di M. Night Shyamalan è Alfred Hitchcock. Ma questo si sapeva.
Chi ama Hitch, però, non può non amare anche quello che è stato il suo primo vero erede ed esegeta, un altro grandissimo del cinema come Brian De Palma: e non sorprende allora che Split sia un film decisamente depalmiano (in maniera molto chiara ed esplicita, tanto nella forma quanto nella trama) prima ancora che hitchcockiano. Anzi, il più depalmiano tra quelli diretti finora dal regista d'origine indiana.

Il percorso, se vogliamo, potrebbe essere questo: da Psycho, con Norman Bates che si credeva anche sua mamma (scusate per lo spoiler), alle 23 personalità più una del James McAvoy di Split. In mezzo, come tappe intermedie, Vestito per uccidere, ma anche, e soprattutto, Doppia personalità: il film dove un istrionico e divertentissimo John Lithgow di personalità ne aveva almeno quattro o cinque. 

A rivederlo oggi, a 25 anni dalla sua uscita in sala e dalla prima e finora unica visione, Doppia personalità è ancora il thriller divertente (e molto divertito) che ricordavo, ma non dà affatto l'impressione di essere quel De Palma "minore" e tutto sommato trascurabile che i più sostengono essere. Con tutto che pure un De Palma "minore" vale più della maggior parte dei film che passano al cinema oggi.

Basterebbero due sequenze per celebrarne la modernità e l'attualità: la prima è quella nella quale la psichiatra interpretata da Frances Sternhagen spiega una serie di cose complesse sulla teoria della personalità multipla a due poliziotti mentre questi la accompagnano a vedere un cadavere in obitorio, che è una anticipazione quasi sconvolgente dei walk & talk sorkiniani a venire. La seconda è la scena pre-finale del motel, col confronto finale e della liberazione del bambino rapiti, strutturata su più piani fisici e sulla moltiplicazione dei diversi punti di vista; una sequenza-capolavoro tipica di De Palma nella quale il regista regala una preview di altre due scene celeberrime a venire: quella della scalinata degli Intoccabili, con la carrozzina che cade giù, e quella, ripetuta due volte, dell'incidente stradale di Femme Fatale

Così come non è minore, Doppia personalità non è nemmeno così sciocco come a volte si dice, a dispetto dei tanti tentativi di De Palma di farlo credere, con quella recitazione così caricata, con quella storia così paradossale, con tutto quell'impianto anti-naturalista che finisce col risultare assai meno fumettistico dello Split di Shyamalan, che invece a lungo flirta con un registo più realistico, pur rimanendo ben dentro i confini del genere, e poi proprio ai comics mira.
No, Doppia personalità non è sciocco: è anzi un film ovviamente molto hitchcockiano, tutto giocato su simboli e simbolismi, su suggestioni psicanalitiche, sul confine tra sogno e realtà, sul doppio e sulla colpa. Un film, prima di ogni altra cosa, in maniera molto chiara ed esplicita, sull'ossessione maschile per il femminile, sulla paura della donna.

Per i primi 36 minuti, fino a quando non "sparisce", chiusa dentro un'auto spinta in una palude (guarda un po': proprio come la Janet Leigh di Psycho), ma a pensarci un po' anche dopo, tutto Doppia personalità altro non è che la storia di una moglie infedele e del marito che la vuole punire: della Lolita Davidovich che sfoggia negligé supersexy e se la fa con quel tonno di Steven Bauer, suscitando la frustrazione prima e la rabbia poi del marito John Lithgow, che già era instabile di suo e stava impicciato anche con altri casini. Ma quella donna, quel femminile, è destinato a tornare e ossessionare il povero Lithgow e le sue tante identità. 

Non è tutto lì, comunque. Tanto per evitare fraintendimenti, le poche punteggiature quasi horror di questo thriller sono affidate proprio a volti di donna: la Davidovich che si riveglia nell'auto, il primo piano di Teri Austin, prima vittima del protagonista, in obitorio; anche il finalissimo col ritorno di Lithgow nei panni del suo alter ego femminile, quella Margo che ricorda tantissimo, per modi e ruolo nel dis-equilibrio psicologico del protagonista, la Patricia che abita la testa di James McAvoy in Split (che rapisce solo donne, guarda caso). E, forse, anche la mamma di Norman Bates.
E così il cerchio, ancora una volta, si chiude. 

Split: Nuovo trailer italiano del film:

Qui la nostra recensione di Split



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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