Split: la recensione del thriller di M. Night Shyamalan

21 dicembre 2016
3.5 di 5
89

James McAvoy scatenato in un gioco claustrofobico dall'autore del Sesto Senso.

Split: la recensione del thriller di M. Night Shyamalan

Casey (Anya Taylor-Joy), Clare e Marcia, all'uscita da una festa, vengono rapite da un misterioso inviduo (James McAvoy). La loro situazione è peggiore del previsto: l'uomo soffre di disturbo di personalità multipla, anzi è un caso da manuale, studiato dalla dottoressa Fletcher (Betty Buckley), perché dentro di lui convivono oltre venti personalità differenti. Sarà possibile salvarsi facendo appello ad almeno una di esse?

Dopo lo humor nerissimo low budget dell'horror The Visit, M. Night Shyamalan aggiunge con Split un altro tassello alla sua resurrezione presso pubblico e critica, ancora una volta spalleggiato dalla filosofia pauperistica del producer Jason Blum: una troupe di quasi esordienti a basso costo serve l'autore di Il sesto senso e Unbreakable, sostenuto dall'unico elemento che possa ricordare un passato presso le major, cioè un attore mainstream come McAvoy.

Un McAvoy straordinario, peraltro, pronto ad accogliere la delirante sfida di un personaggio che fa sembrare Norman Bates una persona equilibrata. Come accade di consueto in un lungometraggio dell'autore, non tutto però risponde alle regole strette del genere: i confronti quasi materni tra l'uomo e la psichiatra non seguono l' (efficace) angoscia paranoica da thriller del resto del film, ma fanno venire a galla un'umanità tragicamente tenera che nei lavori di Shyamalan in realtà è sempre esistita. E che l'essenzialità di questa messa in scena sottolinea ancora meglio. Tramite le parole della dottoressa, Shyamalan sposa la tesi secondo cui la condizione mentale del protagonista sia in realtà un potenziale privilegio, l'occasione per andare oltre le nostre singole esistenze. Si tratta di un privilegio però mai scevro di violenza, rabbia e sofferenza, in cui il mondo intero sembra essere immerso: per questo Shyamalan non riesce mai davvero a condannare il suo "mostro". Anzi.

Shyamalan non ha paura di rischiare e farsi male, alla faccia dei Razzie Awards che lo hanno tartassato fino a pochi anni fa. Sa creare un'atmosfera con pochi tocchi, incuriosisce sempre e non vuole mai essere prevedibile. L'apice lo raggiunge con il suo consueto colpo di scena finale, che ovviamente non potremmo mai commettere il delitto di svelare. Possiamo però prendere la questione molto alla lontana, dicendo che le capacità manipolatorie di Shyamalan denotano un'intelligenza rara, che prima o poi anche i suoi detrattori dovranno ammettere: essere "ingannati" da lui è di rado un'umiliazione, quanto più spesso uno stimolo, un segno di una concreta volontà di condividere il proprio entusiasmo per le potenzialità narrative e formali del mezzo. Con una libertà che una major non approverebbe mai.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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