Jumanji: Benvenuti nella Giungla, recensione del film con Dwayne Johnson e Jack Black

12 dicembre 2017
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A metà tra sequel e reboot del film di Joe Johnston con Robin Williams, è un family movie innocuo e gradevole.

Jumanji: Benvenuti nella Giungla, recensione del film con Dwayne Johnson e Jack Black

Lo dico subito: io per Dwayne Johnson ho un debole.
Il wrestler un tempo noto come "The Rock" avrebbe tranquillamente potuto limitarsi a diventare un altro Vin Diesel, un altro Jason Statham, l'ennesimo eroe d'azione di film dove si menano le mani come non ci fosse un domani e poco altro. Lui, invece, no. Lui, che venendo dal wrestling sa benissimo cosa sia lo spettacolo e l'intrattenimento, e che la recitazione ce l'ha nel sangue (al contrario di altri colleghi di ring), ha guardato altrove, ad altri modelli. Forse Arnold Schwarzenegger su tutti, ma superandolo: non solo per i muscoli, non solo per le ambizioni politiche che iniziano a emergere, ma per la voglia di giocare (ben prima e ben più di quanto fatto da Arnie) con la sua immagine.
Non a caso, all'alba della sua carriera hollywoodiana, dopo Il Re Scorpione è arrivato Il tesoro dell'Amazzonia; dopo A testa alta, Be Cool. E poi Agente Smart - Casino Totale, e poi il primo film per ragazzi, Corsa a Witch Mountain, il primo di una lunga serie che arriva fino a questo nuovo Jumanji.
Anzi, a riguardare per bene la filmografia di quest'omone di un metro e 95 per 120 chili di bicipiti, pettorali, e femorali, alla fine sono più i film dal tono leggero, per ragazzi o commedie pure, che non i film dove fa il duro o l'action-hero, e fa valere la sua forza fisica.

Il fatto, e lo abbiamo scoperto da subito, è che la commedia a Dwayne Johnson viene proprio bene. Forse, anche per via del contrasto tra quel fisico e certi modi capaci di enorme autoironia, e tra quei muscoli e quel sorriso.
Non è un caso, allora, che Johnson funzioni bene anche in Jumanji: Benvenuti nella giungla, perché che la cosa più divertente di questo family-movie innocuo e godibile sia proprio il vedere dei personaggi (l'eterogeneo gruppetto di liceali che all'inizio della storia vengono messi in punizione come in Breakfast Club, e che assieme trovano il nuovo Jumanji in versione videogame) trasformarsi negli avatar scelti per il gioco che li risucchia a sé, con ovvio quanto necessario contrappasso: il nerd mingherlino si tramuta in The Rock (pardon, nel dottor Smolder Bravestone, sorta di Indiana Jones sotto steroidi), la bionda queen bee fanatica di Instagram in un archeologo e il volto (e la pancia) di Jack Black, e via dicendo.
Diverte e si diverte Johnson (e con lui chi gli fa da spalla: Black con l'animo da donna, una Karen Gillan in versione Lara Croft, e il Kevin Hart di Una spia e mezzo) a recitare questo personaggio un po' schizofrenico, che sembra una cosa ma ne è un'altra, o forse no, con tutti i tic degli adolescenti idiosincratici innestati in quell'avatar così dissonante. Con quelle faccette strane e buffe che si perdonano a lui e a pochissimi altri, nel cinema di oggi.

Oltre ad essere la cosa più divertente, questa transizione è anche un po' il cuore tematico di un film che non si fa troppi problemi né ha - giustamente - particolari timori reverenziali nella sua operazione di revival (tra remake e reboot) del Jumanji originale, quello di Joe Johnston con Robin Williams e una giovanissima Kristen Dunst.
Di quel film e quella storia Jake Kasdan, regista, prende solo alcuni elementi di base e alcuni spunti, per trasformare tutto in un vivace baraccone utile per l'intrattenimento e per portare avanti, appunto, un solo tema principale: quello dell'identità di questi giovani protagonisti adolescenti, del superamento degli stereotipi e delle paure, del trovare in sé stessi la forza per diventare chi si vuole davvero, liberi da ogni condizionamento interno e esterno.
Una morale semplice semplice e all'acqua di rose, cucita su misura addosso a una generazione che rifiuta i giochi da tavolo e predilige i videogame, costringendo così anche il gioco (e il film) a cambiare forma.

Alla fine sempre lì si torna, alla forma che cambia, al gigantesco Johnson che si comporta come un adolescente mingherlino e imparurito, almeno fino a quando non fa amicizia col suo nuovo corpo, e prima di scoprire che tutta quella forza, quel coraggio, e quel "magnetismo bollente", alla fine, li può trovare dentro di sé.
Vale per tutti, anche per chi non è The Rock. Anche per questo film che si maschera sempre un po' da qualcos'altro, ma che in fondo è semplice intrattenimento per famiglie.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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