Ghost in the Shell: la recensione del remake americano del famoso anime

30 marzo 2017
2.5 di 5
14

Rupert Sanders rifà con Scarlett Johansson il capolavoro di Mamoru Oshii.

Ghost in the Shell: la recensione del remake americano del famoso anime

In un futuro remoto, impianti cibernetici amplificano le capacità degli esseri umani. Maggiore (Scarlett Johansson), membro operativo della task force Sezione 9, è qualcosa in più: è un perfetto cyborg macchina da guerra, col cervello però di un essere umano, salvato dalla morte del suo corpo. E' il meglio dei due mondi, secondo la dottoressa Ouélet (Juliette Binoche) che l'ha creato. L'indagine sul misterioso Kuze (Michael Pitt), che hackera le menti, metterà via via sempre più in crisi le certezze di Maggiore.

L'anime Ghost in the Shell (1995) di Mamoru Oshii fu presentato al Festival di Venezia, davanti a un mondo di cinefili che forse non aveva ancora avviato la riscoperta di Hayao Miyazaki e del valore culturale della tradizione manga e anime. Fu un film molto importante, che rielaborava spunti cybperpunk occidentali in un'atmosfera inquietante, sfuggente e disturbante: non tanto per le immagini utilizzate, quanto per una sensazione di trascendenza filosofica, esasperata dalla curiosa colonna sonora, ripresa in questo remake americano nei titoli di coda.

Questo Ghost in the Shell del 2017 di Rupert Sanders, rifatto dal vivo con l'interpretazione di Scarlett Johansson, si trova a dover riproporre le suggestioni del manga originale di Masamune Shirow e del film che ne venne tratto, nel contesto produttivo (prima che artistico) delle major americane. Non si tratta di un'operazione pedissequa come quella di La bella e la bestia: il film è più diverso dall'originale di quanto appaia a prima vista, ma bisognerebbe valutare quanto questa diversità giovi alle intenzioni poetiche. Il copione di Jamie Moss e William Wheeler innanzitutto screma Ghost in the Shell dai passaggi criptici e non spiegati, che rendevano l'originale di sicuro più impervio da seguire, ma anche più affascinante: la semplificazione non si limita a spiegare la trama originale, ma finisce per modificarla sensibilmente mano a mano che si procede, banalizzandola, con un finale nettamente diverso non solo nella dinamica ma proprio nel senso della vicenda. Anche perché la macchina cinema hollywoodiana deve sempre aprirsi a sequel facili e immediati, e le scelte drastiche di sceneggiatura che chiudevano il film di Oshii (evitiamo spoiler) sono state evidentemente considerate un po' troppo estreme.

Privato del suo gusto mistico-trascendente, il remake di Ghost in the Shell diventa quindi una sorta di frullato di Matrix, Terminator, Blade Runner e Robocop, aiutato poco da una messa in scena non particolarmente memorabile sul piano visivo e sonoro: le sequenze d'azione sarebbero anche oneste, ma sono troppo poche per soddisfare il palato di chi dovesse cercare in Ghost in the Shell un action. Riguardo alla questione Scarlett Johansson, un ragionamento è d'obbligo: è vero che, come ha detto Mamoru Oshii, il problema razziale è ridicolo, perché un cyborg può avere un qualsiasi aspetto. E' tuttavia anche vero che la Johansson, nonostante il suo impegno evidente (affine a quello mostrato in Lucy), ha un fisico troppo grazioso, piccolo e morbido per risultare credibile come corpo creato per combattere: in altre parole, indipendentemente dal discorso sull'etnìa e dalle sue capacità attoriali... non ci sembra in parte. Ci appare invece perfetto come al solito, forse perché direttamente partecipe della cultura d'origine del materiale, il buon Takeshi Kitano che recita in giapponese sottotitolato, una delle poche idee che rimangano davvero impresse. 



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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