Pier Paolo Pasolini 40 anni dopo: un'eredità preziosissima

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Pier Paolo Pasolini 40 anni dopo: un'eredità preziosissima

Poeta, scrittore, regista, giornalista, intellettuale, provocatore, tante volte processato e sempre assolto, scandaloso e mai banale: Pier Paolo Pasolini, una delle menti più lucide e brillanti del Novecento se ne andava 40 anni fa dopo un massacro senza eguali, per il quale l'unico a pagare, reo confesso, fu un gracile ragazzino diciassettenne da cui lui, atletico e in perfetta forma fisica com'era, avrebbe potuto difendersi senza sforzo. Da subito si seppe che si era trattato di un delitto di odio, commesso da più persone, ma né i mandanti né gli esecutori – nonostante i tanti testimoni di quella maledetta notte all'Idroscalo di Ostia – sono mai stati puniti dalla legge per un crimine così orrendo.

In genere la commemorazione di un grande personaggio è un evento quasi lieto. Ma nel caso di Pasolini, con tutte le ipotesi e le ricostruzioni, i film (La macchinazione di David Grieco, che lo conosceva bene, uscirà l'anno prossimo), le inchieste e le riaperture del caso, non è possibile prescindere dalla sua orribile fine, accaduta proprio quando il poeta aveva rinnegato la sua Trilogia della vita (il Decameron, Il fiore delle Mille e una notte e I racconti di Canterbury) e iniziato quella della Morte con Salò o le 120 giornate di Sodoma. Proprio al furto delle bobine di questo film, contestatissimo dall'estrema destra che a Pasolini l'aveva giurata (prima della morte molte erano state le aggressioni da lui subite), conduce una delle piste dell'omicidio. E poi c'è il caso del romanzo incompiuto, "Petrolio", che apriva sepolcri destinati a rimanere sigillati nell'Italia della Democrazia Cristiana e delle guerre di mafia, dell'eversione, del terrorismo e degli attentati nelle banche e sui treni.

È difficile oggi spiegare l'effetto di quella morte e dell'importanza della figura di Pier Paolo Pasolini sulla società civile. Chi scrive vide, ancora minorenne, la citata Trilogia, restandone coinvolta e conquistata. Lesse i suoi libri, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, imparando anche il lato oscuro di un personaggio che non faceva niente per nasconderlo (e che nell'ultima intervista, pochi giorni prima della morte, diceva “penso che scandalizzare sia un diritto e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista”), lo ascoltò in televisione denunciare l'imborghesimento di un paese e l'omologazione di un popolo. E ricorda benissimo il 3 novembre 1975, quando la tremenda notizia venne data ai tg, con commenti che spesso lasciavano intendere (neanche troppo velatamente) che se l'era cercata, ha impressi i funerali con l'indignata, splendida eulogia di Alberto Moravia e la copertina dell'Espresso con la foto del corpo massacrato del poeta e la scritta “Povero Cristo”.

Fu un vero shock. Perché Pier Paolo Pasolini era e resta un artista unico nel suo genere, poliedrico e straordinario, dolce e aggressivo, necessario a questo paese. E ce lo tolsero in quel modo. Parlando di lui dopo la morte, Eduardo De Filippo, commosso, lo definì: “uomo adorabile e indifeso, creatura angelica”. Oggi è tempo di riappropriarci di quell'immagine, senza dimenticare il torto enorme che quel delitto ha fatto a tutti noi, di rileggere i suoi scritti e rivedere i suoi film, perché conoscerne l'opera è la cosa migliore che possiamo fare per opporci alla barbarie che lui combatteva e che ha finito per ucciderlo. La sua filmografia moderna, senza tempo, lo vide dirigere giovani borgatari e attori professionisti, la star della lirica Maria Callas e Totò e Orson Welles reinventati, Anna Magnani e Ninetto Davoli, Franco Citti, Terence Stamp e Pierre Clementi.

Ai suoi film controversi ed essenziali si affiancano le sue pionieristiche inchieste televisive sui giovani e il sesso. Rivedere oggi tutto questo non è solo rendere il dovuto omaggio a uno dei più grandi intellettuali mai vissuti in questo paese, ma imparare moltissimo sul mondo e su noi stessi.

 


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