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New York Film Festival: ecco i migliori film visti alla kermesse del Lincoln Center

Poche anteprime mondiali ma grande qualità delle opere selezionate al NYFF61. Si sono distinti i film italiani grazie a Marco Belloccio e Alice Rohrwacher.

New York Film Festival: ecco i migliori film visti alla kermesse del Lincoln Center

Si è conclusa nel weekend appena trascorso la sessantunesima edizione del New York Film Festival, prestigiosa kermesse di cinema organizzata dall’istituto Film at Lincoln Center che come ogni anno ospita molti dei film  più interessanti provenienti da altre rassegne internazionali come Berlino, Cannes, Venezia, Toronto e Telluride. Due invece le anteprime mondiali presentate al NYFF61, di cui parleremo qui sotto insieme a una panoramica su quelli che a nostro avviso sono stati i migliori titoli dell’edizione 2023. In appendice invece un paragrafo riservato ai lungoemtraggi che al contrario nno hanno convinto. Come sempre buona lettura.

I migliori (e peggiori) film presentati al New York Film Festival 2023

  • All of Us Strangers
  • The Settlers
  • Perfect Days
  • La chimera
  • Rapito
  • The Curse
  • Foe
  • Maestro
  • Hit Man
  • Janet Planet

All of Us Strangers

Il film più emozionante del festival è stato senza dubbio il nuovo di Andrew Haigh, il quale ha adattato il romanzo Strangers di Taichi Yamada facendone una storia intima e magnificamente contenuta di confronto col passato. Il passaggio dalla realtà della vita del protagonista al suo mondo fatto (anche) di ricordi e fantasmi rappresenta un momento di cinema di sensibilità inusitata, a conferma della bravura dell’autore nel saper mettere in immagini e parole la vita interiore dei suoi protagonisti. All of Us Strangers diventa una storia d’amore familiare di enorme impatto emozionale, condotta in porto da un Andrew Scott straziante, supportato perfettamente da Paul Mescal, Claire Foy e un sorprendente Jamie Bell. Non ci sorprenderebbe affatto vedere questo film tra i protagonisti nella prossima stagione dei premi. Bellissimo.

The Settlers

Notevole rappresentazione delle barbarie avvenute nella Terra del Fuoco a inizio ‘900 si è rivelato il cileno The Settlers, diretto dall’esordiente Felipe Gálvez Haberle. Questo racconto di colonialismo spietato ambientato interamente in paesaggi magnifici e insieme ostili possiede l’epica nichilista del western revisionista. Momenti di cinema psicologicamente crudo alternati ad altri di poesia dolorosa fanno di questo lungometraggio una gemma magari grezza ma assolutamente preziosa. Nel cast in una parte secondaria anche Sam Spruell. Dovrebbe approdare su MUBI, consigliamo assolutamente di non perderlo. 

Perfect Days

Grande ritorno di Wim Wenders alla qualità di cinema che gli compete con un film silenzioso e sfumato, un’opera che sa mescolare la fascinazione di diverse culture come facevano i suoi capolavori di un tempo. Una Tokyo affascinante nella sua quotidianità, gli echi della miglior musica americana e la densissima interpretazione di Koji Yakusho (Palma d’Oro a Cannes), fanno di Perfect Days un film capace di parlare al cuore dello spettatore, capace di raccontare la bellezza della vita normale e il valore dell’uomo comune. Commovente e perfettamente calibrato, il miglior film di fiction di Wim Wenders da moltissimo tempo a questa parte. Bentornato Maestro!

La chimera

Quello che Alice Rohrwacher riesce a costruire sequenza dopo sequenza nel suo ultimo film è un realismo poetico che in qualche modo ricorda alcuni film di Vittorio De Sica e Roberto Rossellini. Non è probabilmente un caso se la figlia di quest’ultimo, Isabella, recita un ruolo delizioso e bizzarro ne La chimera. Protagonista assoluto e prezioso del film è Josh O’Connor, qui alla prova maggiormente sfumata e poetica della sua fino a oggi notevole carriera. Tra ambientazioni fatiscenti, toni velatamente surreali e un finale di petico impatto, il film della Rohrwacher intrattiene con gentilezza e possiede un fascino innegabile. Fa molto piacere che un film italiano di questa caratura sia stato presentato al pubblico newyorkese.

Rapito

Doveva dirigerlo Steven Spielberg anni fa, e sarebbe stato sicuramente un altro film. Marco Bellocchio invece ne ha fatto un affresco storico che si poggia su una sceneggiatura davvero solida, capace di mostrare tutte le implicazioni psicologiche e analitiche di una storia al limite del parossismo. Rapito possiede la solidità del miglior period-movie, sviluppa un percorso narrativo che, come nel miglior cinema dell’autore di Bobbio, non procede dritto ma lascia intravedere tutte le deviazioni di una mente e un’anima dilaniate. Un film sanamente ambiguo, addirittura contraddittorio, con un paio di sequenze potenti. Va probabilmente visto più di una volta per essere completamente introiettato, ma conferma il periodo di grazia artistica di Bellocchio. 

The Curse

Tra le proiezioni speciali del New York Film festival 2023 ci sono state anche le prime tre puntate di The Curse, serie in dieci puntate realizzata dalla collaborazione tra Showtime e A24. I creatori di questo show comico corrosivo e seriamente disturbante sono Nathan Fiedler e Benny Safdie, anche protagonisti insieme al premio Oscar Emma Stone. Tra momenti di comicità corrosiva e surreale e altre sequenze che invece flirtano con il thriller psicologico - se non addirittura l’horror - The curse ha messo d’accordo il pubblico della Alice Tully Hall, intrattenendo con uno spettacolo che rappresenta qualcosa di raramente visto su un canale via cavo come Showtime. Attendiamo con ansia il responso degli spettatori sul piccolo schermo quando la serie arriverà a novembre. 

I film che hanno deluso al NYFF

L’anteprima mondiale di Foe, nuovo film di Garth Davis (Lion) con protagonisti Saoirse Ronan e Paul Mescal, lavora sulle coordinate della fantascienza distopica con un’approssimazione che ne mina le fondamenta alla base. Quella che poteva essere una notevole storia di desolazione, amore perso, illusione di una vita migliore, viene dissipata da una messa in scena notevolmente sopra le righe e una narrazione diluita fino allo sfinimento. Foe nell’anima è un melodramma romantico su cui mal si poggia la cornice dello sci-fi. Davis perde il controllo del suo film fin dalla primissima didascalia, ambientandolo nel Midwest americano mentre si capisce benissimo nei primi cinque minuti che è stato girato in Australia. Errore fuorviante. 

Bradley Cooper come successo con A Star Is Born dimostra di prepararsi allo sfinimento quando passa dietro la macchina da presa. Il suo biopic su Leonard Bernstein è studiato nei minimi dettagli e girato con indubbia competenza, ma manca veramente di un’anima capace di emozionare. Averlo voluto poi girare in 4:3 si rivela poi controproducente perché lo stile di regia è fin troppo contemporaneo, e in un certo senso si muove “contro” il formato classico. Rimangono impressi alcuni duetti tra i due protagonisti - Carey Mulligan in particolare è notevole, meriterebbe la nomination all’Oscar - e il trucco perfetto per l’invecchiamento di Cooper. Ma forse è troppo poco perché Maestro convinca del tutto. 

Alla fine della visione del nuovo film di Richard Linklater si ha la sensazione netta che il divertimento provato durante la proiezione non durerà a lungo, tutt’altro. Seppur ben orchestrato soprattutto nella prima parte, Hit Man si rivela una commedia talmente superficiale da non sembra appartenere neppure al suo autore, in passato capace di adoperare i toni leggeri dotandoli comunque di una loro profondità umana e di una filosofia precisa. Qui invece Glen Powell e Adria Arjona galleggiano dentro una storia minimalista, vacua e tutto sommato dimenticabile. Un discreto film di intrattenimento leggero, ma davvero non all’altezza di Richard Linklater. 

Era molto atteso l’esordio alla regia dell’acclamata drammaturga Annie Baker. Il suo Janet Planet parte in maniera molto interessante nell’esposizione del rapporto madre/figlia durante una soporifera estate nelle campagne del New England. Ben presto però il film dimostra di  non possedere un’ossatura narrativa capace di sostenere personaggi vagamente surreali, che finiscono per girare in tondo dentro una narrazione piatta e una messa in scena fin troppo attenta a non andare sopra le righe. Ecco che attori di affidamento come Julianne Nicholson, Sophie Okonedo e Will Patton si perdono dentro figure che galleggiano in un film impalpabile. L’idea di partenza avrebbe meritato un approccio piû deciso. 

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