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È andato tutto bene, un dramma toccante con il ritmo di un film d'azione: incontro con François Ozon

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Al cinema dal 13 gennaio, E' andato tutto bene, con Sophie Marceau e André Dussollier, racconta il rapporto fra una figlia e il padre, che ha deciso di porre termine alla sua vita. Un dramma toccante, ma pieno di ironia che conferma il talento di François Ozon, che abbiamo intervistato.

È andato tutto bene, un dramma toccante con il ritmo di un film d'azione: incontro con François Ozon

La storia di una morte pianificata, che ha il ritmo di un thriller, non poco umorismo e molta vitalità. È andato tutto bene è il nuovo film di François Ozon, ancora una volta molto diverso dal precedente, in uscita in sala per Academy Two dal 13 gennaio dopo essere stato presentato in concorso allo scorso Festival di Cannes. Una vicenda reale, con al centro un tema cruciale come l’eutanasia, che tocca molto da vicino il regista francese, visto che è tratta dal romanzo autobiografico di una sua amica e cosceneggiatrice, Emmanuèle Bernheim, scomparsa alcuni anni fa. È andato tutto bene è pubblicato in Italia da Einaudi.

Il padre 85enne di Emmanuèle viene ricoverato in ospedale in seguito ad un ictus. Quando si risveglia, debilitato e non più autosufficiente, quest’uomo vitale e curioso, amante della vita, chiede a sua figlia di aiutarlo a morire.

Abbiamo incontrato Ozon a Cannes. “Quello che mi interessava era la storia di Emmanuelle, una mia cara amica, al di là dell’argomento”, ci ha detto il regista. “È stato un modo per essere ancora vicino a lei, morta alcuni anni fa. Il mio obiettivo non era affrontare un tema così enorme come l’eutanasia, ma comprendere meglio il rapporto fra un padre e una figlia. Una storia che non sarei stato in grado di raccontare una decina d’anni fa. Sto cambiando, il fatto di aver vissuto da vicino la morte di persone care mi ha aiutato a capire meglio questa storia. Il protagonista è un bambino viziato, forse lo sono anch’io. Ho la fortuna di girare un film all’anno e sono felice. Amo la sua libertà, mi riconosco un po’ in lui per questo.”

Ha dovuto scegliere un’attrice per interpretare una persona che conosceva così bene.

Sono un grande fan di Sophie Marceau. Quando ho visto Il tempo delle mele era come vedere la mia vita sullo schermo, avevo la stessa età e frequentavo la stessa scuola. Cerco di lavorare con lei da tempo, le ho proposto alcuni ruoli in passato, ma non se n’è fatto niente. Questa volta avevo la sensazione che la storia potesse toccarla. E ho avuto ragione, visto che aveva molto amato il libro. L’ho avuta in mente durante il processo di scrittura della sceneggiatura. Fisicamente è molto diversa da Emmanuèle, ma ha la stessa vitalità, energia, è luminosa. In Francia è molto popolare, è l’attrice più amata dai francesi. Volevo un’attrice verso la quale empatizzare, sarebbe stato più facile comprendere meglio la storia, entrarci in pieno. Ha 50 anni, è bella e accetta la sua età senza voler essere glamour come in un film di Hollywood. Ha accettato di girare senza trucco, sempre molto coinvolta. 

Nel film è molto importante l'ironia. E' un aspetto non presente nel libro, possiamo considerarlo un tocco alla Ozon?

Viene anche dal padre, che non ha paura della morte, la guarda dritta negli occhi. Nella nostra società non lo facciamo, ci nascondiamo dalla morte. Parlarne così onestamente a momenti può sembrare cinico. Naturalmente non amo alcuni suoi atteggiamenti e perversità nei confronti della figlia, ma è sempre libero nel dire esattamente quello che prova e vuole. È un po’ come un bambino viziato. L'ironia si genera nell’uso di parole inconsuete di fronte alla morte.

Come dice Emmanuèle nel film, una persona così è meglio averla come amico che come padre.

Certamente. Non vorrei avere un padre del genere, sarebbe un incubo. Volevo che non fosse un melodramma, ma con il ritmo di un film d’azione. Il padre non vuole che la figlia pianga. È stata una grande avventura la loro, come mi ha confermato la sorella Pascale, che è ancora viva. Piena di vita, con una cugina americana arrivata per convincerlo a non farlo, la polizia, molti momenti divertenti e peripezie.

Non è il cuore del film, ma il tema dell’eutanasia è evidentemente importante. Pensa che possa riaprire il dibattito sulla legalizzazione?

In Francia è una questione discussa, anche se non se ne parla per l’imminente elezione presidenziale. Dopo credo che tornerà in primo piano, ma ci sono molte lobby religiose che hanno rallentato già leggi come quella sui matrimoni omosessuali. Nei paesi latini è molto difficile. Penso che il film possa aiutare a capire l’intimità delle famiglie, come sia dura per i figli appoggiare una scelta del genere di chi vuole solo morire con dignità. Fare questo film è stata l’occasione per conoscere meglio il mio rapporto con la morte. Non so cosa farei se mi trovassi in una situazione del genere, se una persona a me molto vicina mi chiedesse aiuto per morire. È impossibile saperlo. Credo che dovremmo organizzare in maniera molto rigida la legge, con parametri molto precisi. È già possibile in Svizzera, in Belgio, credo che ci si arriverà, un passo alla volta. La maggioranza dei francesi sono favorevoli. Quando hai la possibilità di organizzare una data e cambiarla all’ultimo momento è più facile porre fine alla tua vita. Spesso anche solo sapere che è possibile farlo, ti fa sentire meglio, è quello che successe ad Andrè. Nell’80% dei casi annullano, a quel punto. È un privilegio per ricchi in Francia, attualmente, che devono andare in altri paesi in cui è legale, mentre da noi è considerato un omicidio.

Come ha lavorato con gli attori?

Con André Dussollier sapevo esattamente quello che volevo. C’erano le immagini reali girate dalla figlia, molto commoventi, compreso il video in cui diceva di voler morire. Ogni volta che c’erano dei dubbi, Dussollier tornava a quelle immagini. Abbiamo lavorato molto sulle battute umoristiche. Per le donne è stato un po’ come in un documentario. Ogni tanto, specialmente con Sophie Marceau, avevo la sensazione di girare un documentario sul suo viso, il personaggio alla fine è molto simile a lei. Ho avuto la stessa sensazione con il primo film con Charlotte Rampling, Sotto la sabbia. Il fatto di mettere una persona molto sensibile in una situazione molto difficile e guardare un’attrice vivere, con il suo viso, i suoi movimenti. Per la sceneggiatura di quel film Emmanuèle mi aiutò molto, per questo la Rampling, che è una mia cara amica, ha accettato di fare un ruolo così piccolo. Avevamo già un rapporto noi tre, è stata l’occasione per renderle omaggio. 

Ha parlato del ritmo da thriller che ha voluto dare al film. È interessante come dialoghino in questo senso le scene in ospedale con quelle in cui Emmanuèle prende brevi pause a casa da sola.

Avevo all’inizio paura a girare tutto il film in ospedale. Non è esattamente elettrizzante, specie con qualcuno sdraiato senza potersi muovere. Dal punto di vista della messa in scena era molto limitante. Ho cercato ogni tanto delle vie di fuga.

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