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Caminito e il ritorno del Commissario Ricciardi: Maurizio De Giovanni ci parla del libro, il primo di un nuovo ciclo

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È nelle librerie da meno di una settimana Caminito di Maurizio De Giovanni, che ha per protagonista l'amatissimo Commissario Ricciardi. Abbiamo incontrato lo scrittore al Noir in Festival 2022 e con lui abbiamo parlato del romanzo, che inaugura una nuova serie.

Caminito e il ritorno del Commissario Ricciardi: Maurizio De Giovanni ci parla del libro, il primo di un nuovo ciclo

Il trentaduesimo Noir in Festival, che si svolge a Milano dal 3 all'8 dicembre, si è aperto, per noi appassionati di letteratura crime, con un'intervista a Maurizio De Giovanni, che abbiamo la fortuna di incontrare edizione dopo edizione. Ultimamente la nostra prima domanda allo scrittore napoletano riguardava un personaggio che abbiamo amato profondamente fin da quando indagava sull'omicidio di un cantante d'opera avvenuto in un camerino del Teatro San Carlo: il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi. Da quel giorno sono passati un po’ di anni e soprattutto altri dodici romanzi con protagonista l'uomo dal ciuffo ribelle e dagli occhi verdi che vede i morti e soprattutto è capace di "ascoltare" i loro ultimi pensieri.

Maurizio De Giovanni aveva deciso di lasciare Ricciardi al suo destino di padre infelice in un'Italia stretta nella morsa del Fascismo. Adesso però ha cambiato idea, e dal 28 novembre è nelle librerie "Caminito", che segna il grande ritorno del Commissario.

Seduto su un divano damascato nella hall dell'Hotel de la Ville, a pochi passi dal Duomo, lo scrittore ci spiega la ragione del ritorno del dolente poliziotto e del suo mondo, popolato dal brigadiere Raffaele Maione, dall'amico medico Bruno Modo, dalla domestica Nelide, dalla figlia Marta, e da Livia Vezzi: "Ho avuto un infarto il 12 luglio" - dice De Giovanni. "In quel momento ho provato molta malinconia, non paura e nemmeno dolore, ma molta malinconia per tutte le cose che avrei voluto fare e non avevo fatto. Una era parlare di nuovo di Ricciardi, perché Ricciardi l'ho lasciato anche se in fondo non volevo. Non provavo oppressione per la figura del Commissario. Avevo semplicemente voglia di concludere quel ciclo, di chiudere quel capitolo. Ma la verità è che Ricciardi mi mancava e che continuava a raccontarmi le sue storie. Quindi, appena ho potuto rimettermi a scrivere, ho preso le carte di Ricciardi e sono andato a vedere cosa avrebbe potuto narrarmi nel breve termine. Così ho voluto iniziare un nuovo ciclo, perché 'Caminito' è un primo romanzo, non un tredicesimo, o meglio è un tredicesimo perché dà per scritti i primi dodici, ma è anche il capostipite una nuova 'serie', di una nuova prospettiva".

I tuoi libri spesso cominciano con un'immagine poetica e visivamente forte. In "Nozze per i Bastardi di Pizzofalcone" era un abito da sposa che galleggiava in mare. Qui, invece, c'è un vecchio maestro che in giardino segreto ruba le nespole. Cosa c'è dietro questa scena, che ci troviamo di fronte a pagina 11?

Come sai, la vicenda si svolge nel 1939, e negli anni immediatamente precedenti al 1939 c'era stato un fortissimo impoverimento, soprattutto nelle aree e nelle persone disagiate. I pensionati, per esempio, morivano di fame, e quindi mi piaceva l'idea di questo vecchio maestro che cedeva alla gola andandosi a cercare le nespole in un giardino. Era un modo per arrivare su un luogo del diritto insolito, perché all'interno della zona industriale era raro trovare un giardino e quindi una stradina, un caminito che mi permetteva di creare un legame fra questa e le altre storie, come capirà chi ha già letto il libro.

Il vero e proprio incipit però è dedicato a Livia, che adesso si chiama Laura e abita dall'altra parte del mondo. Perché hai cominciato con lei?

Sai che amo profondamente Livia, è un personaggio che ha molti significati per me. Il fatto di averla dovuta un po’ sacrificare all'interno della storia precedente mi metteva in debito con lei. Parlare di Livia mi ha consentito di fare una cosa straordinaria: invertire le stagioni, e cioè avere una primavera che diventa un autunno, un inverno che diventerà un'estate, un'estate che diventerà un inverno, un autunno che sarà ancora una primavera. L'altra faccia delle stagioni, insomma, l'ho voluta raccontare con un prologo e altre pagine dedicate a Livia.

In "Caminito" la storia con la esse maiuscola irrompe brutalmente e soprattutto non è più sullo sfondo. Nei 13 romanzi del Commissario Ricciardi hai ripetuto spesso che ci sono due ragioni per cui si uccide: la fame - e quindi il denaro - e l'amore. Adesso però non è più così…

È vero. C'è un nuovo elemento di cui si deve tener conto. Fino al 1934 potevo raccontare una condizione politica lieve, non forte. Dal '34 in poi, ed esplosivamente nel '39 e '40, perché siamo alle porte della guerra, l'ingerenza del mondo politico nella vita reale diventa fortissima, quindi Ricciardi dovrà capire, con violenza e con sua sorpresa, che alla base di un delitto può esserci anche la follia: la follia politica, la follia della guerra, la follia di un mondo che è decisamente diverso da quello di prima.

È per questo che Bruno Modo cerca di svegliarlo in maniera quasi violenta?

Bruno Modo gli dice che lui, come tutti, è cieco, volontariamente cieco, colpevolmente cieco e, alla luce dei fatti, sappiamo che Modo ha ragione. Si deve per forza tener conto di questo impatto della politica sulla vita di tutti e bisognerà considerarlo in ogni romanzo del nuovo ciclo. Addirittura penso che Ricciardi debba tornare nel Cilento, che debba scappare. Tutto questo porta dei cambiamenti per quasi ogni personaggio. Per esempio Ricciardi teme per se stesso, perché lui è un padre single, come diremmo oggi, di una bambina che rimarrebbe senza protezione se lui sparisse, e all'epoca sparivano davvero in molti.

La Seconda Guerra Mondiale e il Fascismo li hai vissuti in quali racconti?

Ho vissuto, vivo e sono nato in una città in cui il circuito partigiano e la Resistenza erano lontani. Noi abbiamo avuto Le Quattro Giornate, ma la mia è anche l'unica città che si è liberata dal Nazifascismo nel 1943, e questo è notevole. Noi abbiamo la memoria della guerra. Era prima guerra che arrivava in casa. La Prima Guerra Mondiale l'abbiamo vissuta da lontano: tornavano i soldati dal fronte e raccontavano, ed era appassionante sentire le loro storie. Della Seconda Guerra Mondiale, invece, i racconti non li vogliamo più, perché li abbiamo subiti direttamente. Napoli ha avuto oltre 106 azioni aeree degli alleati e 26.000 morti per i bombardamenti. Sono tantissimi, quindi è una città che è diventata un fronte. Proprio questo dovevo narrare in "Caminito". Nel '39 Napoli era una di quelle città che andavano a tutta velocità verso l'abisso senza rendersene conto.

Cosa accadde alla tua famiglia all'epoca?

La mia famiglia fu sfollata, la famiglia di mia madre fu mandata via e andò in provincia di Caserta. Mia mamma era una bambina e visse questa condizione, e ancora ci racconta della paura che tutti avevano dei nazisti. Il papà di mia madre era un ufficiale, e quindi correva il rischio di essere rastrellato, di venire arrestato. Rammento che dai racconti di mia madre è sempre emersa una forte paura dei rumori di notte.

Mi piace molto la figura di Marta, la figlia di Ricciardi. Ha solo 5 anni ma sembra già una piccola donna…

Marta è una bambina molto particolare. Innanzitutto i bambini di allora avevano una diversa consapevolezza. Erano più bambini per certi versi dei bambini di adesso, però erano anche più adulti. Inoltre occorre considerare la sua condizione di figlia unica e il fatto che suo padre è un uomo di quarant'anni lontanissimo dai bambini, e questo perché in fondo bambino lui non lo è mai stato.

Non ti manca Enrica, il grande amore del Commissario Ricciardi?

Enrica mi manca molto. Paradossalmente Enrica manca più a me che a Ricciardi, nel senso che Ricciardi continua a comunicare stabilmente con Enrica, perché per lui Enrica è presente nella figura della figlia. Enrica è nei ricordi di tutti, per esempio di suo padre Giulio che è ebreo e che ha perso sia l'azienda che il lavoro, ma che, attraverso questa bambina, è attaccato al futuro. Marta a questo serve: ad aprire la serie al futuro.

È​ triste che non abbia più la sua mamma…

Però ci sono Bianca e Nelide, che rappresentano una continuità nell'educazione di questa bambina, dal momento che Bianca provvede all'istruzione della figlia che non ha avuto. "Caminito" è il libro delle madri che non sono madri. Questo è il libro di Nelide, che è madre senza esserlo, di Bianca, che è madre senza esserlo, della madre della ragazza morta, che è madre non essendolo più. Poi c'è la madre del ragazzo rastrellato, dell'omosessuale portato via, che è una madre senza figlio. Questa è una storia di maternità incompiute.

Quindi, nella vita vera, anche chi non ha figli può essere padre o madre?

Io credo che un genitore effettivo, reale, biologico, sia più chiuso rispetto a uno che non lo è. Uno che non lo è, espande il sentimento della maternità e della paternità molto di più.

Nei 13 romanzi del Commissario Ricciardi, molte pagine erano dedicate a Napoli, per esempio a come cambiava la città nel periodo natalizio, a Pasqua, d'inverno, d'estate, con la pioggia o con il sole. Qui la città resta sullo sfondo. Come mai?

Perché qui è più difficile raccontare la gioia. La Napoli delle feste era molto gioiosa. In questo libro era più complicato raccontare un sentimento del genere. A cancellarla era soprattutto la delazione. Persino Napoli pullulava di spie, che cercavano di farsi belle davanti al regime. Erano tutti molto negativi nei confronti degli altri, c'era molta diffidenza e, in un simile contesto, mi sembrava strano raccontare la bellezza di una festa.

L'uomo e la donna di "Caminito" vengono uccisi nell'atto di fare l'amore e i corpi senza vita vengono ritrovati uno sull'altro ancora avvinghiati. Come mai questa immagine?

Volevo dare un'impressione di duplicità: la possibilità dell'omicidio politico da un lato, dall'altro l'evidenza del delitto passionale. Quindi, per dare l'idea della felicità negata, della prospettiva recisa, nessuna immagine era potente come quella di due ragazzi che fanno l'amore in un prato. Gli altri personaggi provano fastidio a guardarli, perché c'è un corto circuito fra amore e morte, che poi sono l'uno il contrario dell'altra.

"Caminito" è uscito da poco. Come stanno reagendo i tuoi lettori?

Non lo dovrei dire, però mi sembra che il gradimento sia eccezionale. Al di là della gioia di ritrovare un vecchio amico, o meglio dei vecchi amici, il riscontro è stato davvero positivo. Temevo che le cose sarebbero andate diversamente, perché "Caminito" è un libro diverso dagli altri. Però questo romanzo sta incontrando l'apprezzamento di un gran numero di persone, e io posso solo esserne felice.

Nel romanzo Livia dice, a un certo punto, che le donne sanno fare le stesse cose degli uomini e che le fanno altrettanto bene. E’ anche il tuo pensiero?

Credo di essere in assoluto lo scrittore più femminista, anzi più radicalmente femminista che ci sia. Sono convinto che il mondo, per salvarsi, dovrebbe affidare le leadership solamente alle donne, e io parlo, attenzione, di leadership femminili, non di genere femminile ma femminili, che è una cosa completamente diversa. Una leader di genere femminile ma che si comporta come un maschio non è assolutamente auspicabile, mentre mi piacerebbe ci fosse una leadership femminile nel senso di caratterizzata da una natura dolce, dalla gentilezza, dall'incorruttibilità.

Noi abbiamo un capo del governo donna…

Sì, ma ho dei dubbi sulla femminilità di questa leadership, che mi sembra più una leadership di genere femminile. La Le Pen è una leader di genere femminile, ma non vedo elementi femminili né in lei né nella leader che abbiamo in Italia. Datemi l'attenzione agli ultimi, la protezione, la natura dialogica, la delicatezza e la sensibilità, perché io non le vedo…

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  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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