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Interviste Cinema

Zeta, Il tempo delle mele per le nuove generazioni

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Il cast e il regista Cosimo Alemà presentano il primo film ambientato nel mondo del rap italiano.

Zeta, Il tempo delle mele per le nuove generazioni

Arriva in sala il 28 aprile Zeta, primo film generazionale ambientato nel mondo del rap italiano, dal prolifico regista di video musicali Cosimo Alemà alla sua opera terza dopo At the End of the Day e La santa e interpretato nei ruoli principali dal giovane rapper Diego Germini in arte Izi, Jacopo Olmo Antinori e Irene Vetere e dal Gotha della musica rap italiana (praticamente tutti), rappresentati in sala, dopo la presentazione alla stampa del film, da Baby K e Rancore. Molto classico nella struttura, Zeta racconta dell'amicizia fraterna tra due ragazzi e una ragazza e della passione per la musica di uno di loro, con la voglia di trovare la sua voce e di trovarsi, tra incontri sbagliati, drammi e seconde possibilità.

La musica è il cuore pulsante del film, e Alemà che vi vive da anni racconta come gli è venuta l'idea: Dopo aver fatto due dei film con meno speranza che si siano visti nel cinema italiano avevo voglia di raccontare una storia d'amore e fare un film anche sul mio amore personale per la musica, che è quello che vedo anche oggi tra i ragazzi, perché l'hip hop è la prima cultura musicale che appassiona i giovani oggi ed è ora per loro quello che per noi – io sono nato nel 1970 - erano altri generi trent'anni fa. Ho passato vent'anni nel campo della pubblicità e dei video musicali e da tantissimo cercavo un progetto che potesse coniugare queste due cose, e a un certo punto è stato abbastanza chiaro perché il fenomeno del rap in Italia è esploso a tanti livelli, è una musica viscerale e importante e l'idea di fare un film sul rap è nata in questa maniera.

Izi parla del personaggio di Zeta nel film: Il film si rifà molto alla mia vita, mi ci ritrovo molto. Io vengo da Cogoleto, un paese della periferia genovese e come Alex (Zeta) nel film non avevo i soldi neanche per registrare. Come succede a lui, i ragazzi si innamorano di me per quello che tratto, non mi piace trattare le cose con superficialità, anche se la mia è una sonorità nuova e moderna cerco di far sentire le emozioni alle persone, di farcele annegare dentro. La mia storia è proprio questa.

Il film è ambientato a Roma, una Roma di periferia poco vista al cinema. E' stato difficile poter girare in quei quartieri? Abbiamo deciso di non connotarlo con le cose di Roma che si conoscono e chi non è di Roma è improbabile che la riconosca. Quello che si vede della città è una serie di periferie, alcune delle quali, come Tor Bella Monaca, anche al di fuori del raccordo anulare. Volevo che non fosse così connotata, mi piaceva l'idea di raccontare una periferia e non volevo mostrare mai l'altra faccia della città, anche quando Zeta ha successo vediamo solo gli interni, volutamente non mostriamo gli esterni di quelle zone. In realtà è stato molto bello e molto più comodo girare nelle periferie perché la gente si sente più coinvolta, non abbiamo mai avuto problemi, i quartieri hanno reagito con partecipazione. Ad esempio nella scena in cui Alex va a distruggere l'auto e arriva la polizia, in quel piccolo anfiteatro ci saranno stati più di 100 spettatori in religioso silenzio per tutta la giornata. Quando ci si muove verso le periferie il set è sempre visto come qualcosa di speciale e anche girando in questi luoghi c'è sempre una percentuale di reale che va a finire in quello che fai, decine di immagini quasi rubate che vanno a finire nel film.

Sul successo popolare del rap tra i giovani e giovanissimi Izi commenta: Il rap per me è il genere in cui i ragazzi si identificano maggiormente, sta veramente dilagando, molti ragazzi possono sentirsi rappresentati da persone non molto distanti da loro. Io cerco di essere il più intimo e personale possibile in modo che certe persone possano ritrovarsi nelle mie sensazioni. Di recente il rap viene passato in radio e anche in tv, si sta aprendo un nuovo mondo e sono molto contento perché credo che per i giovani sia uno dei pochi modi per approcciarsi alla musica o all'arte in genere. Anche un dodicenne può prendere carta e penna e scrivere qualcosa su un film che ha visto, ad esempio, o improvvisare come nel freestyle. E' una disciplina molto complessa ma anche molto semplice e diretta.

Gli fa eco Alemà: E' anche una questione di dialogo, il rap riesce a dialogare. Io all'età loro ascoltavo musica tutto il giorno e l'aspetto dei testi era molto secondario, ascoltavo musica straniera e anche se conoscevo l'inglese difficilmente mi concentravo sulle parole. Nel rap la parola è di primaria importanza, il dialogo con l'ascoltatore è così diretto che è speciale.

Dunque il rap è diventato un nuovo modo di comunicare, per i giovani, in un momento in cui si isolano sui social? Risponde Baby K: I giovani si isolano con i social, anche se sembra un ossimoro, questo è vero tanto che oggi escono poco, i cortili non sono più vissuti, ma la comunicazione viene riversata nelle rime e il rap diventa il veicolo perfetto perché ha strofe lunghe, di 16 barre, con tante parole dentro. Si riesce a comunicare di più su qualsiasi tematica, diventa un tipo di sfogo, spazia tra temi che si affrontano in maniera più sincera, non parla solo d'amore come il pop, genere con cui comunque a volte mi diverto.

Rancore aggiunge un'osservazione interessante: Il rap utilizza la parola in modo diverso. In Italia si tende a dividere attraverso le parole, nelle quali si inseriscono le persone. Il rap ha la possibilità di rompere e ricostruire le parole, distruggendo i luoghi comuni, per questo è libertà e comunicazione. E' come una spada: arriva in maniera diretta e riesce a rompere i limiti, attraverso le parole, di quelli che sono i nostri stessi concetti o preconcetti.

Irene Vetere, che nel film interpreta Gaia, l'amica e amata dei due, conferma la sua ostilità iniziale nei confronti del rap prima di girare il film, a cui ha accennato Alemà: Quando abbiamo iniziato ignoravo il genere, lo conoscevo ma non avevo voglia di approfondirlo ed è stata una piacevole sorpresa. Ho cominciato ad ascoltarlo, gli amici che sapevano che stavo per fare questo film mi hanno fatto scoprire molti arrtisti e questa cosa mi ha completato dal punto di vista musicale, anche perché sono molto giovane.

Il disco della colonna sonora, dice schietto Alemà: “E' un disco che spacca i culi, esce venerdì e al di là del film è un disco ricchissimo, i brani di repertorio sono pochissimi, tantissimi sono di Izi, tantissimi altri sono stati composti ad hoc per il film. Il lavoro che è stato fatto sulla scrittura è un po' da musicarello 2.0. Con Diego e con Ensi, con altri artisti abbiamo cominciato a scrivere i testi parallelamente alle scene della sceneggiatura in cui sarebbero finiti, proprio perché è molto raro che le canzoni parlino di certe scene, non è un musical ma la musica diventa una linea di racconto ulteriore oltre a quella della recitazione.

Nel ruolo del producer e rapper Sante c'è un beniamino del pubblico televisivo, il Genny di Gomorra Salvatore Esposito: “Per passare da Genny al personaggio in Lo chiamavano Jeeg Robot la strada era breve anche se l'ho interpretato dopo la prima stagione quando ero ancora sconosciuto. Quando mi hanno chiesto di interpretare Sante ho detto “io e il rap? Siete pazzi”. Sono comunque un fan del mondo del rap americano, amo Eminem sopra tutti. Sono arrivato agli sgoccioli delle riprese e mi dispiace non aver potuto interpretare vocalmente i testi che mi hanno scritto. Dopo Gomorra mi sono state proposte tantissime cose ma ho sempre deciso di sfidare me stesso e per me Zeta era una sfida, quella di confrontarmi con un film che sarà uno dei capisaldi per i giovani d'oggi e per gli amanti della storie d'amore, di musica, di amicizia, della lunga strada verso il raggiungimento di un obbiettivo. Quanto alla strada e al rap, forse i rapper di mestiere possono saperlo, io venendo da una zona particolare di Napoli trovo che il rap oggi forse più di prima sia un modo di urlare la loro rabbia e la loro voglia di non essere coinvolti nella vita criminale. Spero che possa essere un'ancora si salvezza per tutti quei ragazzi che non hanno alternative e vengono circuiti dalla malavita.

Ispirazioni? Alemà spiazza tutti: Ne parlavo con Edy Angelillo (l'attrice appare nel film, ndr) che mi ha fatto un grande complimento, mi ha detto che è Il tempo delle mele del 2016. E' quello il film a cui ho sempre pensato e lo sto dicendo seriamente, con tutte le dovute differenze è un film che per quelli della mia età raccontava un qualcosa di così specifico, che in quel momento erano le feste a casa. Questo per me doveva essere Il tempo delle mele sul rap. E' fisiologico avere dei riferimenti, soprattutto quando si fa un film che cerca di essere rappresentativo di una generazione, se c'è una battle in un film non si può non pensare a 8 Mile. Abbiamo pensato di più, quando scrivevamo e con i produttori, a quel tipo di film anni Ottanta che avevano quelle sceneggiature complete ma anche molto semplici, un po' per ridere me neanche tanto, ci sono citazioni di film come Ufficiale e gentiluomo, Cocktail, con quel tipo di dinamiche tra i personaggi. E' anche un film che tratta di sentimenti. Comunque sicuramente un film che è stato sempre un po' un esempio per il sapore di verità, di realtà con semplicità e crudezza, frutto della normalità è L'odio.

Conclude Jacopo Olmo Antinori: Quando ho letto mi è piaciuto subito il personaggio di Marco per questa sua assoluta dedizione al sentimento dell'amicizia. Lavorandoci ho scoperto molte cose su di lui, su questo rapporto complesso che ha con Zeta e che lo porta a entrare in competizione da una base di manifesta inferiorità creativa rispetto a lui. Mi è servito scavare dentro quello che poteva essere Marco, che ho trovato in qualche modo romantico, in questo suo essere così fedele e leale nonostante tutti i suoi limiti. Per me è importante e spero che possa fare riflettere le persone e i miei amici sull'amicizia.

Guarda anche: Zeta, Cosimò Alemà, Izi, Salvatore Esposito, Baby K e Jacopo Olmo Antinori ci parlano del rap



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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