Cesare deve morire, incontro con i fratelli Taviani

-
Share


Appassionata, commossa e fluviale conferenza stampa, al cinema Nuovo Sacher di Roma, per Cesare deve morire, il film dei fratelli Taviani vincitore dell'Orso d'Oro all'ultimo festival di Berlino. E' il padrone di casa e distributore Nanni Moretti a introdurre i fratelli di San Miniato (in gran forma e giovanissimi, nonostante gli 80 anni di Paolo e gli 82 di Vittorio), coi quali lo lega un vecchio rapporto di stima e amicizia. Come dice Vittorio Taviani: “lui ci faceva vedere i suoi filmini, da giovane, è stato interprete per noi in Padre Padrone, ed è grazie a lui che il nostro film ha avuto la possibilità di uscire, visto che lo avevamo proposto ad altri distributori e non l'avevano voluto”.

Ma come nasce questo film così particolare e toccante, interamente girato nel carcere di Rebibbia di Roma e interpretato da detenuti? “E' stata Daniela Bendoni, press agent di tanti amici, che ci ha detto di andare a Rebibbia a vedere gli spettacoli recitati dai detenuti. Noi eravamo diffidenti, pensavamo che fossero al livello di filodrammatica, ma non conoscevamo ancora il regista Fabio Cavalli, che lavora con loro da dieci anni. Siamo rimasti fulminati ed emozionatissimi, quando siamo andati c'era uno dei detenuti che leggeva l'Inferno di Dante, Paolo e Francesca, e prima di farlo si rivolse al pubblico dicendo: "noi lo comprendiamo fino in fondo perché questo amore impossibile, questa impossibilità di amare la viviamo da tanti anni. Le nostre donne le vediamo una volta ogni tanto attraverso un vetro, alcune non ci aspettano più e siamo disperati, altre sì e in questo caso siamo forse ancora più disperati”. Lo lesse modificando la lingua di Dante, in napoletano, e ci è arrivato un Dante con dei suoni nuovi, strani, che ce lo ha fatto riscoprire. Tutti i nostri film sono sempre nati da un'emozione, e abbiamo deciso di raccontare questa emozione con un'opera cinematografica”.

E perché la scelta del Giulio Cesare di Shakespeare? “Lo abbiamo scelto, dice Vittorio, perché è una storia molto italiana, che contiene pulsioni, sentimenti, congiura, sangue e tradimento, tutte cose che per molti degli attori hanno rappresentato la vita quotidiana, e dunque non sono estranei a questo tipo di sentimenti. Certe cose dette da loro hanno davvero un altro significato, come “perché Bruto è un uomo d'onore”: là dentro sono quasi tutti uomini d'onore. E' un rispecchiamento che è venuto naturale, e abbiamo riscoperto le parole di Shakespeare, che ognuno ha fatto sue nel suo dialetto”.

Cosa ha significato per due paludati registi come loro ricevere l'Orso d'Oro per questo film? Che differenza con la Palma d'Oro di Padre padrone? “Siamo tornati a Berlino quando ci hanno chiamato, pensando di aver vinto il premio speciale della giuria, e osservavamo con crescente stupore gli orsetti che man mano se ne andavano finché ne è rimasto uno solo. E' stato un grande piacere e una grande sorpresa. La prima cosa a cui abbiamo pensato sono stati gli attori e i detenuti che hanno lavorato al film, speriamo che chi li vedrà possa ricordarsi che alcuni di loro possono aver commesso colpe anche orrende, ma sono e restano uomini. L'emozione era rivolta soprattutto a loro, in questo senso è stato diverso dalla Palma d'Oro a Cannes. Moltissimi ci fermano e ci dicono “grazie” per l'Italia, in generale. Questo è un momento in cui c'è il sogno di un cambiamento e questo premio a un film anomalo come il nostro forse asseconda i desideri della gente. Uno ci ha detto – addirittura – di aver messo la bandiera alla finestra. Il ministro della cultura ci ha telefonato e ci ha detto che questo film aiuta chi cerca di dare un'immagine diversa di questo paese. Noi speriamo che questo governo riesca a dare un cambio di rotta, una svolta”.

Moretti di nuovo in veste di intervistatore: vi rivolgo una domanda frivola, che faccio agli esordienti nelle rassegne estive. Prima di questo film avevate un altro progetto? In che momento eravate? Ed è la prima volta che vi cimentate con una troupe minuscola e col digitale. Risponde Vittorio: “Noi facciamo dei film per i nostri incubi notturni. Quando a livello personale vivi i drammi tuoi e degli altri, c'è un momento in cui diventano una domanda angosciante: da quell'humus arriva lo spirito del racconto, arriva una cosa magica, che ti piacerebbe raccontare o vedere anche raccontata da altri. Se non arriva un'emozione forte, chiara, violenta, noi non facciamo film. Prima di questa emozione avevamo progetti molto vaghi. Pirandello diceva che un autore è come una rosa, deve stare molto aperta e rivolta verso il cielo. Bisogna avere la pazienza di aspettare.

E Paolo: “abbiamo girato in digitale con 2 macchine perché non c'erano soldi e all'inizio eravamo molto spaventati e diffidenti. Noi siamo abituati a risparmiare moltissimo con la pellicola, da San Michele aveva un gallo, dove era miseria totale e abbiamo girato 14.000 metri, ad altri film che in media erano di 40/50.000 metri. Qua è stata una pacchia, senza ciak, si continuava a girare. E' il dopo che è stato una condanna perché abbiamo avuto un materiale enorme da montare, è stata una scelta lunga e complicata”.

Avete mai pensato, in quest'amicizia che si è creata coi detenuti, alle vittime dei loro crimini? Vittorio: “E' una domanda giusta. Quando si gira un film si diventa tutti amici, anche degli attori, anche di questi attori. Una guardia carceraria vedendo questa nostra confidenza ci disse “anche a me capita di provare pietà e amicizia per questi carcerati, ma arrivo fino a un certo punto e mi fermo, perché la pietà deve andare alle vittime e ai loro famigliari”. Questa cosa ci ha colpito moltissimo, i sentimenti erano contraddittori, ma sentivamo anche che attraverso lo spettacolo, attraverso Shakespeare, riuscivamo a tirar fuori da loro delle emozioni che purificavano quello che avevano fatto. Quando recitavano momenti drammatici e tragici la loro forza veniva non solo dal semplice talento, ma dal fatto che avevano la coscienza di quello che dicevano, c'era un passato drammatico che usciva dalla loro espressione, una verità, e in quel momento sentivi che erano esseri umani che tutti dobbiamo rispettare”. Alla conferenza stampa sono presenti anche il protagonista Salvatore “Zazà” Striano (Bruto) e Fabio Rizzuto (Stratone), due ex detenuti che nel teatro hanno trovato una seconda vita personale e professionale. E' bello ascoltarli parlare, così come è bello quello che racconta Cavalli sulla frase che chiude il film, del detenuto che la pronuncia, Cosimo Rega (autore di poesie, da 20 anni in carcere) e che può far pensare che la scoperta dell'arte possa rendere ancora più insopportabile il mondo dietro le sbarre: “I napoletani dicono 'chi canosce patisce. In carcere c'è chi pensa di vivere in una dimensione che gli si aggrada, il fatto di finire in prigione è considerato l'incerto del mestiere per persone che nascono in ambienti delinquenziali di tipo associativo. Fino a quando non incontrano una dimensione di sé che è loro sconosciuta, allora subiscono uno shock, scoprono di essere dei potenziali artisti e rimpiangono tutto ciò che hanno perduto. Ma questa consapevolezza dà il messaggio che non è ancora finita, dice a chi sta ancora sbagliando che ha ancora una chance”. In conclusione ci sentiamo di aggiungere che in nome dell'arte, del cinema e dell'umanità, mai Orso d'Oro ebbe un destinatario migliore.



Iscriviti alla nostra newsletter:

Lascia un Commento
Schede di riferimento
Lascia un Commento