Maria Maddalena: recensione del film biblico con Rooney Mara e Joaquin Phoenix

08 marzo 2018
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Un racconto più di immagini che di parole e un inno alla donna e alla dolcezza femminile.

Maria Maddalena: recensione del film biblico con Rooney Mara e Joaquin Phoenix

Dimenticatevi la carica eversiva de L'ultima tentazione di Cristo con il volto sofferto di Gesù/Willem Dafoe. Dimenticatevi le tinte crudeli, la rabbia e l'intento quasi punitivo de La passione di Cristo e anche la straordinaria deriva un po’ fricchettona e il Cristo che chiedeva all'Onnipotente di risparmiargli di bere veleno dall’amaro calice del top musical Jesus Christ Superstar. Dimenticatevi, infine, di trovare, in un film che racconta l'ultimissima fase della vita di Gesù, le parabole, Pilato, Caifa e il triplice diniego di Pietro.

Maria Maddalena, come annuncia il titolo stesso, sposta infatti il fulcro del racconto sacro e il suo punto di vista dal figlio di Dio a una figura solo di recente riabilitata e santificata, e non più identificata con la prostituta che Gesù salvò dal mestiere più antico del mondo e dalla dannazione eterna. Cambia protagonista e prospettiva, insomma, l'opera seconda di Garth Davis e lo fa rispettando tanto i credenti quanto i non credenti e in nome di un femminismo "in punta di piedi" che nell’epoca di #Metoo non dispiacerà a molti, a cominciare forse da Dan Brow, che vedrà finalmente la donna da lui ritenuta la sposa di Cristo seduta accanto al salvatore durante l'ultima a cena, proprio come già immaginato, secondo lui e secondo il suo "Codice Da Vinci", da Leonardo.

Con la stessa gentilezza che informava il suo esordio dietro alla macchina da presa, e lo stesso identico amore verso i personaggi rappresentati, l'autore di Lion si mette anche lui dalla parte del gentil sesso e l'aspetto più interessante del suo Maria Maddalena è che la "riabilitazione" che compie non riguarda una fanciulla grintosa e "ingombrante", ma una creatura che attua una ribellione attraverso la dolcezza e che, pur contrastando la società patriarcale del proprio tempo, aspetta solamente l'occasione giusta per canalizzare la propria energia fatta di empatia in qualcosa di profondo e significativo, qualcosa che non la ponga per forza in primo piano.

E’ docile e contemplativa la Maria di Magdala di cui ci narra il regista australiano, così come contemplativo (ma non docile, anzi a tratti "grave" e volutamente sospeso) è il film che la celebra e che quasi si incanta a guardarla, osservandola con lo stesso amore e la stessa pietas con cui lei osserva Gesù, arrivando quasi a vegliare su di lui. E proprio incantandosi, e indugiando nei silenzi che rendono ancora più rarefatta un'atmosfera già così purgata da ogni eccesso di sanguigno realismo, perde il proprio centro, e, sebbene non risulti mai noioso, gira un po’ a vuoto, almeno fino a quando Gesù non arriva a Gerusalemme insieme agli apostoli e se la prende con i mercanti nel tempio. 

Se non annoia, è perché visivamente Maria Maddalena è ineccepibile, è un film di grandi e magnifici spazi che la fotografia appena patinata di Greig Fraser (che poi ha illuminato Zero Dark Thirty e Rogue One) rende suggestivi e lunari, nonostante lo shabby-chic sia dietro l'angolo. Dietro l'angolo c’è anche, per il Gesù di Joaquin Phoenix, il Drugo de Il grande Lebowski, perché con quella barba e quel taglio di capelli l'attore ha l’aria di uno che è appena tornato da Woodstock e somiglia eccessivamente al Larry "Doc" Sportello di Vizio di forma. E poi è troppo ombroso e parla troppo poco, e troppo poco lascia venir fuori la propria personalità, salvo quando, proprio a Maria Maddalena, dice: "Nessuno mi ha mai chiesto come mi sento". E Maria Maddalena capisce, ed è tutto molto bello, peccato che tra i personaggi manchi la giusta intesa. Nonostante si amino nella vita, non stanno benissimo insieme Joaquin e Rooney Mara, Rooney Mara dal viso di porcellana che non esprime quella passione (per l’uomo Gesù e per il messaggio di cui è stato portatore) che avrebbe giovato un po’ di più al film.

Maria Maddalena, però, trova ancora un altro modo di riscattarsi, spiazzando lo spettatore nel momento in cui decide di condensare l'ultima dolente giornata di Cristo in pochi minuti e poche scene, indugiando solo un attimo sull’ascensione al monte Calvario, sui chiodi piantati nelle mani e nei piedi del figlio di Dio e sulla sua morte. E’ in questa scelta di omissioni che va ricercata la "radicalità", o meglio il coraggio, del film, e anche nella reinvenzione di un Giuda ben interpretato da Tahar Rahim che non è un vigliacco traditore ma un uomo che ha perso tutto e che vende il suo maestro solo perché è convinto che, una volta messo alle strette, darà inizio al Regno dell'Altissimo. Quanto agli altri apostoli, restano sullo sfondo, e non brillano per acume e spirito di iniziativa. Ad essere proprio sinceri, il Pietro di Chiwetel Ejiofort è addirittura un po’ antipatico, invidiosetto e ottuso.

Lungi dall'essere irrispettoso nei suoi confronti, Garth Davis probabilmente ha deciso di togliere ai dodici parte del loro mordente solo a beneficio di Maria di Magdala, a cui spetta il titolo di prima persona ad aver visto Gesù risorto e il merito di aver suggerito a chi è venuta dopo di lei che una donna può realizzarsi anche se non prende marito e fa dei figli.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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