Io sono Tempesta: recensione della tragicommedia con Marco Giallini ed Elio Germano

09 aprile 2018
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Daniele Luchetti si distacca da realismo e neorealismo e si diverte a mescolare farsa e opera buffa con risultati altalenanti.


Parlare di divario sociale senza confinare i poveri in anonimi tinelli di casette di periferia si può. E si può anche evitare di demonizzare i ricchi, esaltandone l'intelligenza e l'intraprendenza ed evidenziandone fragilità, rapporti familiari irrisolti, inaspettata generosità. Fare insomma un cinema non realistico (o neorealistico o post-neorealistico) che però sia in grado di cogliere l'air du temps non è un'impresa irrealizzabile per chi guarda il mondo dall'obiettivo di una macchina da presa.
A dire la verità, non lo era nemmeno cinquanta/sessant'anni fa, quando le disgrazie, la fame e la ricerca della casa sono diventate oggetto di commedie amare, o quando, nel '76, Ettore Scola ha diretto Brutti, sporchi e cattivi, che nel 2017 ha ispirato una variante non perfettamente riuscita ma linguisticamente originale intitolata Brutti e cattivi. Il disagio degli ultimi, insomma, non è passato solamente attraverso il cinema del dolore, ed è bene ricordarlo. Per Daniele Luchetti, però, è passato attraverso il "naturalismo drammatico" de La nostra vita, film sopraffino al quale Io sono Tempesta risponde con altri modi e altri toni: i modi e i toni dell'opera buffa innanzitutto, della farsa sociale, del potpourri di linguaggi, di suggestioni e di citazioni.

Complice la lunga gestazione, il film dei trent'anni di attività del regista di Domani accadrà è nato, lo sappiamo, come una riflessione su Silvio Berlusconi condannato ai Servizi Sociali ed è diventato un caleidoscopio di personaggi accomunati da arrivismo, disonestà, bassa statura morale. Il messaggio di Io sono Tempesta, in questo senso, è chiarissimo: nella nostra bella Italia, non si salva (quasi) nessuno, nessuno è virtuoso al 100%, tutti fanno affari (loschi) con tutti e chi ha più fiuto insegna a chi ne ha meno a trasgredire le regole con astuzia e savoir faire, grazie anche all’'informazione "spicciola" dei motori di ricerca.

Quello che invece nel film sulle prime è accattivante ma poi diventa nebuloso e caotico è il racconto che di una simile verità è dimostrazione. Il "cattivo ma non troppo" del nostro dell'affresco tragicomico ambientato fra un hotel di lusso e un centro di accoglienza si impone inizialmente come un personaggio a fuoco, che con la sua ironia sorniona infonde energia a un coro di senzatetto dalla discreta dignità a cui dà notevole freschezza l'autenticità tipica dei non attori. Ma poi, questa variegata umanità, in cui spicca il padre di famiglia Bruno dalla temperatura emotiva alta, sale su una giostra impazzita dove i cavalli sono Bertolt Brecht, il cinema USA delle commedie come Una poltrona per due, addirittura lo Stanley Kubrick di Shining.

Sulla giostra Luchetti si diverte un mondo, non c'è dubbio: si diverte a spiazzare chi si aspetta una qualche forma di redenzione per il luciferino Numa e perfino chi confida in un naturale approfondimento di almeno uno dei protagonisti. E invece, fra le mille sfumature di grigio, fra serate in piscina vagamente felliniane e la comicità dell'assurdo di discorsi di prostitute dal cuore d'oro, non c’è grande scavo psicologico, la trama si sfilaccia, i personaggi perdono di tanto in tanto mordente e la vicenda si snoda seguendo tappe ora improbabili ora un po' scontate. E se Marco Giallini aderisce perfettamente a un personaggio costruito su di lui e quindi nuovo a metà, l'ottimo Elio Germano, che pure è portatore di una commovente tenerezza, non riesce a reggere sulle proprie spalle il destino di un film che si accartoccia su se stesso, correndo verso un finale sì inaspettato, ma che non è né catartico né spietato come forse doveva essere, vista la generale perdita dell’innocenza. Ma evidentemente Daniele Luchetti, che è un regista che ama l’umanità che descrive, non aveva voglia di congedarsi da Numa e dai suoi nuovi amici punendoli oppure trasformandoli con malcelata soddisfazione in mostri. Peccato...

Laddove invece Io sono Tempesta piacevolmente sorprende è nella messa in scena e nelle scelte di regia. E’ un luogo suggestivo, per esempio, l'albergo con piscina sulla terrazza in cui dimora l'imperatore del denaro che ha il nome di un antico re della città eterna. E’ ben illuminato, e magnificamente ripreso in campi lunghi, e a entrarci ci sentiamo ammaliati e spaesati, e sospesi, sospesi come la notte che per il protagonista è il tempo della veglia. Grande attenzione è rivolta anche ai costumi, alle pellicce di Numa che lo avvicinano all'Eddie Murphy de Il Principe cerca moglie e ai pigiami con gatti che l'uomo d'affari regala a Bruno e a suo figlio, che li indossano per dormire in un sacco a pelo e, compiacendosene, si dimenticano per un attimo di non avere un tetto.

E’ in scene come questa che il film felicemente si acquieta e ritrova un suo significato, che poi coincide con uno sguardo incantato rivolto alla vita, lo stesso sguardo incantato che rimanda proprio a quel neorealismo da cui il regista ha voluto potentemente allontanarsi ma che poi, magari inconsapevolmente, ha riacchiappato per la coda.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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