Donnie Brasco: recensione del film con Al Pacino e Johnny Depp

22 marzo 2021
4 di 5

Grandi interpretazioni e la regia asciutta dello "straniero" Mike Newell per un film che è un requiem dei mafia movie dell'ultimo decennio del XX secolo. Da una storia vera, quella dell'agente dell'FBI Joe Pistone, un film diventato un classico del genere. Recensione di Federico Gironi.

Donnie Brasco: recensione del film con Al Pacino e Johnny Depp

1990: Quei bravi ragazzi (ma anche Il Padrino parte III, e Re di New York). 1993: Carlito's Way. 1995: Casinò.
Non c'è dubbio che gli anni Novanta siano stati un decennio d'oro per i mafia movie, per i film che raccontavano le dinamiche interne delle mafie italo-americane (ma non solo), e dei loro affiliati. A chiuderlo, simbolicamente, arriva nel 1997 Donnie Brasco, che per quasi altri dieci anni, fino a quando Scorsese non deciderà di tornare a raccontare gangster con The Departed, rimane l'ultimo grande film di quel genere.
La storia è ispirata a fatti realmente accaduti. All'autobiografia dell'agente dell'FBI Joseph D. Pistone, che ha vissuto cinque anni della sua vita come infiltrato nella famiglia Bonanno, una delle Cinque famiglie della mafia italo-americana di New York.
Nome in codice: Donnie Brasco. Che te lo dico a fare.

Copione firmato da Paul Attanasio, regia affidata a un signore che con quel mondo e quelle storie non sembrava avere nulla in comune. Un inglese, che aveva avuto un successo straordinario con una commedia romantica dal titolo Quattro matrimoni e un funerale: Mike Newell.
Uno che è stato capace di fare una cosa difficilissima: evitare, nei limiti del possibile, di fare il verso agli Scorsese e ai Coppola, e trovare uno stile di racconto tutto suo, uno sguardo singolare su quel mondo e quei personaggi. Senza però tradire certe inevitabili aspettative, e le leggi scritte non scritte del genere.
Anche per questo, ma non solo per questo, nel cast c'è Al Pacino, in un ruolo che pare essere stato scritto apposta per lui, e che era stato fortemente voluto dal regista che avrebbe dovuto dirigere il film molti anni prima: Stephen Frears.
Inglese pure lui. Che te lo dico a fare.

Pacino è in stato di grazia. Forse non come in Carlito's Way, o come in Heat o in Insider, dove aveva alle spalle registi di maggior calibro di Newell, ma comunque è un grande Pacino: il Pacino capace di recitare ed emozionare con gli sguardi e coi gesti, e che non ha bisogno di esplodere o di fare scintille pur meravigliosamente sopra le righe.
Accanto a lui, Johnny Depp - anche lui all'apice della sua popolarità, e nel pieno della sua esplorazione artistica per uscire dall'ombra dei personaggi burtoniani (e forse anche da quella del flirt con Kate Moss), non sfigura.
I comprimari sono di prim'ordine, a partire da Michael Madsen, interprete di un boss appena un pizzico meno disturbato del Mr. Blonde delle Iene.

Pacino è Lefty, non più giovane mafioso di piccolo cabotaggio, vecchio stampo, schiacciato da chi è più spietato o più arrogante di lui, oppresso dai rancori e dai dolori di una vita non andata come sperava. Depp è Brasco, ovvero Pistone, agente sotto copertura che aggancia Lefty. E Lefty si fa fregare, e lo prende sotto la sua ala, e lo presenta a chi di dovere, lo fa entrare nel giro. Diventa, per lui, un padre putativo: tanto più che il figlio di Lefty (altro dolore) è un tossicomane.
Così, Joe Pistone si perde dentro Donnie Brasco. Rischia di non ritrovarsi più, con gran dolore della moglie che lo aspetta sempre più impaziente (Anne Heche, in anni di gran fascino) e delle figlie.

Non c'è la magniloquenza operistica di Coppola, in Donnie Brasco. Non c'è nemmeno l'epica nervotica e sinfonica di Scorsese. Donnie Brasco è un requiem. La storia crepuscolare - anche nella fotografia, nei colori, nei costumi - di due perdenti in partenza (del film). Di due personaggi destinati alla sconfitta, ognuno dal suo lato della legge, ma sempre speculari, e sempre sinceri, a modo loro, l'uno con l'altro.
A Newell interessano poco l'antropologia mafiosa, le regole dell'organizzazione, i rituali e le violenze. A lui stanno a cuore due personaggi, il loro rapporto, la loro evoluzione. Involuzione, verrebbe da dire.
Lefty, che chiude gli occhi davanti all'evidenza. Donnie, che soffre per le bugie, per il tradimento della fiducia di quel padre.
Nella realtà, ci dice il libro di Pistone, le cose non sono andate così: il gangster ha fatto il gangster e il poliziotto il poliziotto. Ma questa non è la realtà. È cinema. Cinema di livello.
Che te lo dico a fare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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