Crimson Peak: recensione del Gotico Romantico di Guillermo Del Toro

14 ottobre 2015
4.5 di 5
16

Un affascinante e citazionista omaggio al cinema e alla letteratura di genere.

Crimson Peak: recensione del Gotico Romantico di Guillermo Del Toro

Non poteva essere che Guillermo del Toro a riportare sullo schermo il Gotico Romantico, quel filone della letteratura fantastica che dal diciottesimo secolo in poi ci ha dato capolavori come – per citare solo i più noti - "Il Monaco" , "Carmilla", "Giro di vite", "Frankenstein" , "Cime tempestose", i romanzi di Anne Radcliffe e i racconti di Edgar Allan Poe e di Nathaniel Hawtorne. Ma il gotico si è esteso coi suoi lugubri manieri, le desolate brughiere e le case maledette fino al Novecento, con "Rebecca, la prima moglie" di Daphne du Maurier e "La casa degli invasati" di Shirley Jackson. Il cinema di genere ha più volte attinto da questi capolavori adattandoli per lo schermo o ne ha preso ispirazione indiretta per coniugarli alla sensibilità dell'autore e al mood dell'epoca. Fantasmi, passioni proibite, magioni viventi, mostri e terribili segreti si sono aggirati con inalterata capacità di fascinazione nel buio della sala, fino a sparire quasi del tutto, ormai irriconoscibili, in epoca contemporanea.

Ma Guillermo del Toro non è un regista come tanti: ama il genere con la passione di un ragazzino cresciuto a pane e fiabe nere, che conosce a menadito un certo cinema e una certa letteratura. Il suo Crimson Peak – fino a partire dal bellissimo ed evocativo titolo – è insieme un omaggio al filone, denso di suggestioni, e un film a sé stante e che, data la sua natura, non avrà sequel perché il regista stesso sa che quel tempo è passato per sempre. Certo è che lui ce la mette veramente tutta per farcelo rimpiangere e per invitarci a ricordare e rivedere i pionieristici horror di una volta, a partire da quelli del nostro paese: l'opera del più grande e inarrivabile artigiano del genere, Mario Bava, le cui luci e i cui colori sono splendidamente riecheggiati nel lavoro del direttore della fotografia danese Dan Laustsen (tra i suoi crediti Silent Hill) e perfino il cinema di Dario Argento, a cui sembrano rimandare la violenza grafica degli omicidi ad opera di un assassino mascherato o le sequenze in ascensore.

E ci sono anche i classici della Hammer: la protagonista di cognome fa Cushing ed è una scrittrice che si ispira a Mary Shelley e per amore accetta di lasciare la sua comoda e innocente esistenza americana per trasferirsi nel vecchio continente, in una landa desolata e in una gigantesca casa in rovina i cui sinistri scricchiolii ricordano la caduta della casa Usher e il film che ne trasse Roger Corman, I vivi e i morti.

La giovane sposa Edith ha una rivale, una ex signora De Winter, anzi, più di una, in un incubo alla "Rebecca" ampificato. E' un po' anche l'ultima moglie di Barbablù, se vogliamo, la cui intelligenza e curiosità la spingono a ricercare la verità sull'amato. Ma se fosse solo tutto questo, Crimson Peak sarebbe solo un patchwork di idee, atmosfere e immagini già viste e raccontate. Invece, Del Toro ci mette del suo: un'originale visione dei fantasmi, che conservano l'orrore del corpo terreno ma sono in realtà benevoli e una protagonista moderna e non passiva. Condisce il tutto con abbondanti dosi di ironia, soprattutto nel finale.

Crimson Peak è sicuramente il divertissement di un autore che si è stancato dei giocattoloni degli Studios, l'avvicinamento progressivo a una dimensione più personale prima di tornare, come ha già annunciato, a progetti più piccoli e con un budget minore. La sceneggiatura risale, non a caso, al 2006, subito dopo l'uscita de Il labirinto del fauno. Nonostante i 55 milioni di dollari di budget anche questo in un certo senso è un “piccolo” film, costruito attorno a pochi attori e fatto con tanto amore, un regalo per gli appassionati come lui, curato in ogni minimo dettaglio. Impossibile non citare lo straordinario lavoro dello scenografo Thomas E. Sanders su quello che è uno dei set reali più stupefacenti che si siano visti da tempo e la totale aderenza degli attori impegnati in questo sopraffino balletto di amore e morte: se affiatatissimi sono Mia Wasikowska – col delicato pallore e i lunghi capelli biondi acconciati come quelli della bambina di Operazione paura - e il romanticissimo Tom Hiddleston lugubremente vestito di nero e coi capelli corvini, li batte però, a nostro avviso, Jessica Chastain, che con la sua Lucille incide nella memoria dello spettatore un personaggio passionale e feroce che sembra uscire dalle pagine di un avvincente romanzo, mentre Charlie Hunnam fa bene il poco che il suo ruolo gli richiede.

In tempi di immagini scontate e di tristi fotografie della realtà, il divertimento e il trionfo visuale di Crimson Peak sono qualcosa per cui tutti noi dovremmo essere grati.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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