Un pesce di nome Wanda compie 30 anni ed è ancora una delle migliori commedie della storia del cinema

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Un pesce di nome Wanda compie 30 anni ed è ancora una delle migliori commedie della storia del cinema

Le due cupole grandi della cattedrale di Milano.
Se conoscete la provenienza della sopracitata frase siete dei veri cultori della commedia, perché significa che avete visto Un pesce di nome Wanda, l'avete visto in lingua originale e quelle parole si sono incise nel vostro ippocampo. Certo, non ci sono “cupole grandi” sulla cattedrale del capoluogo lombardo, meglio nota come Duomo, ma è proprio questo il punto. Guardando il film in lingua inglese, si può godere pienamente della performance di Kevin Kline che si lancia in un italiano fatto di frasi casuali per eccitare la sua amante Jamie Lee Curtis. Ed ecco che le “cupole grandi” assumono un'altra prospettiva, quella panoramica dell'attrice che all'epoca era soprannominata The Body (non era soltanto la modella Elle Macpherson a fregiarsi di tale appellativo).

Perché Un pesce di nome Wanda, che debuttò il 7 luglio del 1988 con una première a New York, è ancora oggi una delle migliori commedie mai realizzate? Sì può tagliar corto e semplificare: grandi attori, grande copione, allineamento dei pianeti, eccetera. Oppure, ragionando a tavolino, il materiale narrativo lavorato da John Cleese è trattato con la giusta insolenza britannica che fa perno sugli stereotipi, la prepotenza degli americani, la superiorità degli stessi britannici, la visione dei gay e degli amanti degli animali, senza mai essere offensivo. La sceneggiatura, che ricorda le Ealing Comedies degli anni 50, è meticolosa come d'altra parte è la personalità artistica di Cleese, che anni prima spingeva la comicità verso i territori del surreale e dell'irriverenza con gli amici dei Monty Python.

Un pesce di nome Wanda però è una commedia più calibrata e dunque più difficile da allestire. L'eccentricità dei personaggi non deve scoperchiare la pentola in cui la storia arriva a ebollizione, ma deve salarla quanto basta. Dalla rapina in gioielleria al finale in aeroporto, il film non recede e non eccede, regala scene madri a tutti i personaggi e tiene saldo, per ognuno di loro, l'obiettivo da perseguire. Con quel lavoro accurato sulla carta, Cleese consegna agli attori metà del successo del film. Il resto lo fa il lavoro di gruppo con la regia puramente tecnica di Charles Crichton, regista 77enne all'epoca delle riprese che doveva unicamente decidere dove mettere la macchina da presa e tenere serrato il ritmo di lavoro. La direzione degli attori è in mano a John Cleese e insieme a lui Jamie Lee Curtis, Kevin Kline e Michael Palin costruiscono l'adulazione di Wanda, la tracotanza di Otto, la balbuzie di Ken.

Da non trascurare è anche il grande lavoro di affinamento in fase di montaggio, dove Cleese sudando sette camicie riesce a far emergere tutto il potenziale del film. Intere parti vengono sforbiciate, altre alleggerite per velocizzare l'evolversi delle vicende. Calibrare significa anche convincersi che bisogna correggere il tiro, ed ecco allora che il sangue sparisce quando i cani fanno una brutta fine, lasciando il posto a soluzioni più farsesche. Il povero Ken, sul quale converge il sadismo del film, è protagonista della scena di tortura più memorabile della storia del cinema. Come dimenticare il suo supplizio mentre Otto inghiotte i suoi pesci? Soprattutto con un occhio pesto, due patatine fritte nel naso e una pera in bocca? Come dimenticare il potere seduttivo di Wanda capace di soggiogare chiunque? Lei è il pesce che tutti vorrebbero pescare, anche se l'esca sono i diamanti rubati.

Cleese si cuce addosso il ruolo dell'avvocato medio, benestante grazie alle proprietà della moglie, peraltro incarnata magnificamente nella superbia dell'alta borghesia britannica da Maria Atkin. L'attore va a nozze con il personaggio ed è l'esperienza che possiede a dettarne i tempi comici, in una versione più romantica e acculturata del mitico Basil di Fawlty Towers. Cleese può ripetere una scena pedissequamente anche cento volte se necessario, con la stessa minuzia tra la prima e l'ultima volta. Kevin Kline invece è l'istrionico, un talento di inventiva che al contrario può essere diverso ad ogni singolo ciak. C'è un senso nell'universo se Otto gli ha permesso di vincitore l'Oscar come miglior attore non protagonista di quell'anno.

Un plauso infine va anche all'edizione italiana. In un periodo in cui non era discutibile l'eccellenza del doppiaggio italiano, il lavoro di direzione e adattamento di Manlio De Angelis (che ha sostituito l'italiano di Otto con lo spagnolo) è encomiabile come le interpretazioni di Giorgio Lopez (John Cleese), Anna Rita Pasanisi (Jamie Lee Curtis), Cesare Barbetti (Kevin Kline) e lo stesso De Angelis (Michael Palin). Guardando il film in inglese prima e con il doppiaggio poi, ci si rende conto che la traduzione arrangiata nella nostra lingua restituisce senso e comicità delle battute originali e, in un certo senso, vive di vita propria.
Insomma... auguri e grazie, Wanda.





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