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The House, la recensione: gli strani incubi in stop motion di Netflix

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Disponibile in streaming sulla piattaforma, un curioso e affascinante film antologico che, in animazione a passo uno, racconta tre storie inquietanti e oniriche che girano attorno al concetto di casa. La recensione di Federico Gironi.

The House, la recensione: gli strani incubi in stop motion di Netflix

C’è qualcosa, evidentemente, nell’animazione in stop motion (o a passo uno, se preferite), che spinge in maniera discreta ma innegabile verso territori oscuri. Da Ray Harryhausen a Jan Švankmajer, dalle animazioni di Tim Burton al Coraline di Henry Selick, ma anche all'Anomalisa di Charlie Kaufman, il Mary and Max di Adam Elliott e perfino il corto The Junky's Christmas di Nick Donkin e Melodie McDaniel, c’è qualcosa in questa tecnica cinematografica che pare essere strettamente legata a un immaginario dark, da fiaba nera, assai più di quanto non avvenga con l’animazione tradizionale, quella disegnata. E uno dei motivi sta proprio nel fatto che con la stop motion si animano, in senso letterale, metafisico, oggetti inanimati. Di più: a prender vita sono pupazzi, e lo sappiamo tutti quanto sia radicata e cosa significhi nella storia dell’horror, letterario e cinematografico, l’immagine del pupazzo o della bambola che prende vita.
Tutto questo per dire che non dovrebbe sorprendere nessuno che The House sia un film antologico in stop motion i cui tre episodi rappresentano altrettante incursioni nell’incubo.

Al centro dei tre racconti di The House - uno ambientato nel passato, uno nel presente, e uno in un futuro distopico, tutti scritti da Enda Walsh - una casa. Come da titolo. Meglio: il nostro rapporto con l’abitare un luogo fisico. Il desiderio di avere di più e di meglio, uno status, nel primo caso; la casa come valore economico-imprenditoriale e la paura dell’invasione nel secondo; come rifugio affettivo nel terzo.
La teoria è abbastanza chiara, evidente, ma anche nel complesso poco importante, perché il valore di The House è prima di tutto estetico, emotivo. Perfino tecnico, visto che dietro l’operazione ci sono nomi tra i più rilevanti nel mondo della stop motion: rispettivamente gli episodi sono diretti da Emma de Swaef e Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr e Paloma Baeza.

Il primo episodio è chiaramente fatto - anche fisicamente, con quei pupazzi raffiguranti umani ma inquietantissimi nel loro aspetto - della materia di cui sono fatti gli incubi. Gli incubi più gotici, vicini a una tradizione narrativa che nasce con Poe e Lovecraft, costellati da parentesi surreali che sfiorano il lynchiano, nel racconto di un inganno faustiano, e di una famiglia spinta ad abbandonare la loro vecchia casa per una nuova, gigantesca villa tutta per loro all’interno della quale, però, i lavori sembrano non finire mai, gli operai essere preda di strani incantesimi, forme e spazi cambiare costantemente e drammaticamente.
Meno gotico e più claustrofobico e sottilmente orrorifico è il secondo episodio, dove il protagonista non è più un umano, seppure strano, ma un topo antropomorfo, e dove la lotta contro l’ansia, il tempo, i debiti e la voglia di realizzarsi attraverso la vendita di un appartamento da lui stesso risistemato del protagonista diventa quella ancora più angosciante contro l’invasione lenta e irreversibile di quegli spazi, della sua mente, della sua libertà.
Il terzo, dove la casa al centro di tutto è circondata dall’acqua e dalla nebbia, dopo un’alluvione che ha cambiato il volto del pianeta, e che vede protagonista una gatta, antropomorfa pure lei, che sogna di ristrutturare la sua abitazione e non accetta il cambiamento,  i toni sono meno inquietanti e sadici; e la storia, non prima comunque di elementi ansiogeni, sembra offrire nelle sue conclusioni uno spiraglio di pallida luce e di speranza, rispetto alla cupezza senza uscita di quelle che l’hanno preceduta.

In tutti e tre i casi, indipendentemente dal gradimento soggettivo (io preferisco il primo episodio al secondo, e il secondo al terzo), The House regala un’esperienza che, complice la tecnica con cui è realizzato, è intensa ed epidermica, direi quasi tattile.
Grazie alla cura realizzativa, sembra di percepire fisicamente le superfici, gli oggetti, le pellicce, i materiali. Le sensazioni.
E sprofondare dentro queste sensazioni, dentro gli incubi oscuri e bizzarri di The House, può essere un’esperienza intensa, coinvolgente, disturbante e - per dirla con l’epilogo dell’ultimo episodio - catartica e trasformativa.

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