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Tatami, la rivoluzione di due donne e di un popolo costretto a mentire: incontro con Zar Amir

Un thriller sportivo che suona come una storia profondamente politica. Tatami racconta di due donne pronte a rischiare la loro libertà per opporsi a un regime. Incontro con i due registi, l'iraniana Zar Amir e l'israeliano Guy Nattiv.

Tatami, la rivoluzione di due donne e di un popolo costretto a mentire: incontro con Zar Amir

Si abusa spesso del termine “storico”, ma a suo modo Tatami - nelle sale distribuito da BIM - è un film che può rivendicare questa qualifica senza imbarazzi. È il primo film diretto da una regista iraniana e un regista israeliano. Una donna e un uomo, due paesi ormai sempre più tristemente nemici nelle cronache. Presentato a Venezia, nella sezione Orizzonti, il film è diretto da Guy Nattiv (Golda) e Zar Amir, anche interprete al fianco della sorprendente Arienne Mandi.

Durante i campionati mondiali di judo, la judoka iraniana Leila (Arienne Mandi) e la sua allenatrice Maryam (Zar Amir) ricevono un ultimatum da parte della Repubblica islamica che vuole imporre a Leila di fingere un infortunio e ritirarsi, per non rischiare di combattere contro un’atleta israeliana. Vedendo minacciata la propria libertà e quella della sua famiglia, Leila si trova ad affrontare una pressione insostenibile, e con lei la sua allenatrice che deve far eseguire questo ordine. 

Un thriller claustrofobico, girato in un palazzetto di epoca sovietica di Tblisi, Georgia, si muove fra la storia sportiva e una tensione che monta. Zar Amir è costretta da sedici anni a vivere all’estero, a Parigi, impegnata a denunciare la violenza del regime. Debutta alla regia con questo film, mentre come attrice si sta facendo conoscere e apprezzare sempre di più, dopo la vittoria a Cannes per Holy Spider nel 2019. La più giovane Arienne Mandi (Leila), sorprendente, si è allenata per mesi per fare la judoka, quasi tutte le scene le ha girate lei senza una controfigura, contro delle vere atlete.

L’Italia è il primo paese in cui Tatami esce in sala, prima di girare il mondo nel corso dell’anno, fino all’uscita americana del settembre prossimo. Per presentarlo Nattiv (insieme a Zar Amir) è venuto a Roma. “È nato tutto durante la pandemia”, ha detto, “quando ho scritto una sceneggiatura che sapevo di non poter dirigere da solo, essendo israeliano. Ho amici iraniani, ma non sono iraniano. Ho lavorato con Elham Erfani, una sceneggiatrice di Tehran, e abbiamo fatto un casting. Ho visto il video che Zar ci ha mandato per il ruolo dell’allenatrice Maryam e sono rimasto impressionato. Avevo visto Holy Spider, per cui aveva vinto a Cannes e venuta a promuoverlo a Los Angeles per la stagione dei premi. Ci siamo incontrati e mi è venuto in mente di chiederle di codirigerlo con me e fare da casting director. È stata la decisione più intelligente della mia vita”.

Come mai scegliere il mondo del judo per ambientare questa storia? Così spiega la scelta Guy Nattiv, “è molto popolare sia in Iran che in Israele e gli atleti si incontrano costantemente nei tornei, alle Olimpiadi, nei campionati mondiali. Fuori dal loro paese spesso sono amici. È uno sport che ci attraeva perché non è viscerale e brutale come il pugilato, è basato sull’onorare il tuo avversario, su codici d’onore giapponese. Anche se perdi devi inchinarti e stringere la mano. Poi lo sport è come la musica o il cibo, connette le persone, le porta nello stesso posto e li porta ad affrontarsi, dovendo comunicare. Un’ispirazione è stata la pugile iraniana Sadaf Khadem, la prima che ha superato la linea, rotto le barriere andando in Francia per combattere, in un paese in cui la boxe era vietata per le donne. Ha vinto anni fa una competizione, con un coach uomo. È stata una vera ispirazione, siamo stati in contatto con lei, ma ci sono altri casi che ci hanno colpito, come la scalatrice che si è esibita un paio d’anni fa senza il velo all’estero e tornando in Iran è stata punita”.

Zar Amir spiega come non ci siano state reazioni eclatanti da Tehran, come sia la nuova strategia del regime quella di non rispondere suscitando ulteriore attenzione intorno a un film sgradito. Mentre presto sicuramente Tatami riuscirà a circolare clandestinamente nel paese, come accade sempre alle pellicole bandite. “Il mio personaggio è sempre attenta a come le sta il velo”, ha dichiarato Zar Amir, “lo rimette a posto anche alla sua atleta, perché sono costantemente osservate dai diplomatici che lavorano per il regime. La sua atleta deve indossarlo, anche se rischia di essere pericoloso combattendo. A un certo punto, secondo la sceneggiatura, avrebbe dovuto toglierselo. Non ero molto d’accordo, mi sembrava un gesto plateale, un cliché ostentato che non convinceva neanche Arienne. Spiegandogli questa scena le ho detto di concentrarsi sul combattimento, senza forzature. Alla fine è venuta fuori quella che a me sembra una danza con la macchina da presa, naturale, e il gesto ti toglierselo è poi venuto a lei così spontaneo da colpire tutti noi che ci trovavamo sul set. Abbiamo girato durante l’esplosione del movimento Donne, vita e libertà, e lì in Georgia lo avvertivamo molto, ne percepivamo l’atmosfera e ci sentivamo tutti coinvolti, dalla troupe del luogo ai produttori. Girando quella scena anche l’operatore, che si trovava dietro di lei, ha sentito l’emozione di un gesto compiuto senza pensarci, fluito naturalmente”.

La storia delle due donne di Tatami è quella comune a molti iraniani, costretti da una parte a rappresentare un regime che disprezzano, dall’altra a subire il peso costante e la paura della famiglia che rischia rappresaglie vivendo in Iran. “È un’esperienza in generale molto traumatica, che purtroppo conosco personalmente molto bene”, ci ha confidato Zar Amir. “Ogni persona che non crede in quel sistema, in quel modo di pensare e in quel regime si trova a vivere una pressione del genere per tutta la vita. Come autrice e attrice mi riguarda. Essendo conosciuta dovrei agire come vuole il regime, anche se vivo fuori. Dovrei fare quello che vogliono, indossare l’hijab. Per questo posso capire molto bene quello che vive Maryam. In passato è stata un’atleta molto nota, un’eroina, poi ha dovuto finire la carriera diventando allenatrice. Ha dovuto mentire tutta la sua vita. Noi iraniani siamo dei bravi bugiardi e tutti bravi attori, perché impariamo a mentire molto presto. E presto queste esperienze traumatiche rischiano di farci impazzire. La differenza fra la mia e le nuove generazioni è che le giovani non accettano di sottomettersi a questa bugia quotidiana”.

Cosa accadrà nell’immediato futuro al movimento di resistenza? “Sono ottimista, credo che qualcosa sia già accaduta. Le donne hanno imparato quali siano i loro diritti, vogliono il controllo del loro corpo. Sono loro a dover decidere cosa indossare, come comportarsi, dove andare, cosa mangiare. È per questo che la chiamo rivoluzione. Ci è voluto molto tempo per capire tutto questo, non riguarda solo il regime della repubblica islamica, ma anche le tradizioni, la cultura e la religione. Aver raggiunto questa consapevolezza rappresenta qualcosa di enorme. Anche gli uomini cominciano a capire che non possono controllare le donne. Il problema è che tutte le nostre leggi sono contro le donne, e ci sono ancora uomini che le utilizzano a loro favore. È per questo che il sistema che deve cambiare. Io personalmente devo essere ottimista, dico sempre che ci hanno preso tutto tranne la speranza. La mantengo viva”.

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