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L'ultimo Pulcinella - intervista al regista Maurizio Scaparro

Le maschere napoletane si mescolano al pluralismo linguistico e culturale della banlieue parigina nel film di Maurizio Scaparro L’ultimo Pulcinella. E’ il film che chiude il festival di Roma e ne abbiamo discusso insieme al regista.

L'ultimo Pulcinella - intervista al regista Maurizio Scaparro

L'ultimo Pulcinella - intervista al regista Maurizio Scaparro

Così come si è aperto all’insegna del cinema italiano, con L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi, il Festival Internazionale del Film di Roma, si chiude con un altro film di nostra produzione, che segna la collaborazione cinematografica fra l’attuale direttore Della Biennale Teatro di Venezia Maurizio Scaparro e il “cantattore” Massimo Ranieri. L’ultimo Pulcinella tra ispirazione dall’omonimo spettacolo che i 2 hanno messo in scena oltre 15 anni fa e che a sua volta prende spunto da un soggetto inedito di Roberto Rossellini.

“Il testo di Rossellini” – ci ha spiegato Scaparro – “è presente solo nella parte finale del film, citato da Massimo Ranieri. Quando lo abbiamo portato a teatro, abbiamo pensato anche di trasformarlo in un film, ma poi è passato molto tempo e abbiamo capito che lo spettacolo andava rivoltato”. Se la pièce L’ultimo Pulcinella si soffermava infatti su un attore deluso che lascia Napoli per tentar fortuna a Parigi con il suo Pulcinella, il film, invece, si concentra inizialmente sul figlio dell’attore che fugge nella capitale francese perché nei guai, e poi sulle disavventure di padre e figlio che, aiutati da un professore universitario, rimettono a posto un teatro di periferia per allestirvi uno spettacolo multietnico. Un viaggio dalla Commedia dell’Arte a quella Banlieue , dunque, in cui ancora si respira in profumo della lotta, della contestazione, degli scontri con la polizia. “Mi interessava raccontare il contrasto e il divario fra un padre e un figlio - ha continuato il regista - inserendolo in un contesto spaccato, un luogo disgraziato come la periferia di Parigi. Nel film abbiamo cercato di fondere la tradizione napoletana e le melodie di Pulcinella con i loro suoni. Abbiamo mescolato i linguaggi, un po’ come ha fatto L’orchestra di Piazza Vittorio. Credo però che per comprendere i linguaggi degli altri, dobbiamo cominciare con il comprendere il nostro”. Se i ragazzi del film trovano una regione di vira o comunque un importante diversivo nelle canzoni di Pulcinella, non è detto che debba succedere lo stesso anche in Italia. “Dipende tutto da noi genitori” – ha detto Maurizio Scaparro. “Se il sogno di una mamma è che sua figlia diventi una velina, allora davvero non c’è posto per la poesia del teatro. I giovani sono alla ricerca di una comunicazione, non dico che il teatro sia un toccasana, ma parlare serve, parlare e amare”.

A proposito d’amore, il regista ci ha raccontato quando è nata la sua passione per Pulcinella. “Quand’ero bambino, lo vedevo la domenica al Gianicolo, nel teatro dei burattini. Me lo sono ritrovato da grande a teatro grazie a Massimo Ranieri. Credo più nell’uomo che nella maschera, però, anche se credo che il doppio sia importante perché fa dire verità diverse”. La nostra ultima domanda a Maurizio Scaparro riguardava gli italiani e Parigi, che nel '600 e nel '700 andavano perfettamente d’accordo, soprattutto quando gli italiani erano comici dell’arte. “I francesi sono i nostri cugini” – ci ha risposto – “ma cugini un po’ diffidenti. Sono d’accordo con Jean Cocteau che diceva che i francesi sono degli italiani di cattivo umore”.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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