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Film che fanno pensare positivo: Cantando sotto la pioggia

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In giorni casalinghi in cui è la musica dai balconi a farci sentire meno soli, vi parlo del capolavoro di Stanley Donen del 1952 che mi rende sempre, immancabilmente, felice.

Film che fanno pensare positivo: Cantando sotto la pioggia

Non tutti i mali vengono per nuocere. In questo periodo di forzata e necessaria permanenza casalinga perché non sottoporsi a una cura Ludovico di sicuro buonumore? Chiaramente ognuno di noi ha i suoi film che lo rendono felice, spesso di generi diversi e decisamente contrastanti. Io ne ho moltissimi, ma uno di quelli che inevitabilmente sortisce l'effetto di tirarmi su il morale in qualunque situazione mi trovi è Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen e Gene Kelly, anno 1952, uno dei film più celebrati della storia del cinema, oggi universalmente riconosciuto come capolavoro, ma alla sua uscita accolto senza eccessivi entusiasmi. Sì, lo so, il musical – io la penso come William Friedkin che li definisce “la forma più alta di arte americana” - in Italia non godono di grande amore. Anzi, ruotano un sacco di pregiudizi attorno a un genere così ricco, variegato e sorprendente, che ha avuto il suo momento di massimo splendore dagli anni Trenta ai Cinquanta, ma ha saputo mutare col passar del tempo nella rock opera (pensiamo a Tommy, Hair e Jesus Christ Superstar) e di tanto in tanto offre ancora qualche pregevole prodotto come Moulin Rouge e The Greatest Showman. Ma a prescindere da questo, se riuscite ad accantonare le vostre idee e a guardare quell'inno alla gioia che è Cantando sotto la pioggia, siamo sicuri che ne uscirete più felici, ottimisti e disposti ad affrontare le peggiori difficoltà. O che almeno, nello spazio di neanche due ore, riuscirete a dimenticare tutto il resto. Compito svolto egregiamente da un genere nato proprio per questo, ovvero esclusivamente come entertainment.

Cantando sotto la pioggia: come da un film contenitore nasce un capolavoro

Negli anni Sessanta i popolari musicarelli italici venivano costruiti in modo pretestuoso, su esili trame supportate dai grandi caratteristi del nostro cinema, per permettere al cantante di turno (Gianni Morandi, Rita Pavone, Al Bano, Bobby Solo, ecc.) di presentare le sue hit in una specie di juke-box visivo, per attirare al cinema i loro fan e moltiplicare le vendite dei dischi. È buffo pensare come, applicando una formula analoga, il risultato possa cambiare tanto. Il compositore Arthur Freed, a capo della divisione musical della Metro Goldwyn Meyer (il cui acronimo MGM diventa nel suo caso Musicals Great Musicals) decide di realizzare un film contenitore, appunto, partendo dalle canzoni di successo già utilizzate in altri film e da lui scritte insieme a Nacho Herb Brown (robetta come "Cantando sotto la pioggia", "You Were Meant For Me", "Fit as a Fiddle", "Good Morning" e "Would You?"). Solo “Make 'em Laugh” (“Ma che fa" nella versione italiana) e lo scioglilingua “Moses Supposes” vengono composte per il film. La sceneggiatura viene affidata a due grandi autori e compositori del genere, Betty Comden e Adolph Green (al loro quarto film dopo Good News, I Barkleys di Broadway e Due marinai e una ragazza) che hanno l'idea geniale di raccontare una trama che riassuma la storia dello spettacolo americano, dai palcoscenici “plebei” del vaudeville alle patinate riviste di Florence Ziegfeld e dal cinema muto al sonoro, proprio nel momento di passaggio, il 1927, quando Il cantante di jazz costringe gli Studios a una competizione e a una riconversione che causerà la rovina di molti celebri attori, abituati ad esprimersi senza parole ma dotati di una voce sgradevole come quella di Lina Lamont nel film.

La storia è a dir poco spassosa e conta su un numero di elementi di sicuro effetto: le difficoltà tecniche dei primi film sonori, un fiasco disastroso che dopo un'anteprima di prova accolta a pernacchie e sberleffi viene trasformato in un rutilante musical, i primi doppiaggi, i set del muto dove all'interno di un teatro si susseguono nel caos più completo scene di film con selvaggi, scazzottate tra indiani e cowboy e duelli tra spadaccini, malintesi amorosi, un'amicizia priva di invidie (un po' come quella tra Cliff Booth e Rick Dalton in C'era una volta... a Hollywood), primedonne e ripicche, e l'incontro con il grande amore che ti cambia la vita. Il tutto raccontato con una grazia, una leggerezza, un'allegria che non possono non contagiare chi lo vede a meno che non sia un pezzo di legno. E non è tutto qua.

Gli attori di Cantando sotto la pioggia: l'impareggiabile Gene Kelly

Uno dei motivi per amare forsennatamente questo film è Gene Kelly. All'epoca delle riprese il ballerino, attore, coreografo e cantante più atletico e muscoloso d'America, con la sua corporatura massiccia nonostante la statura non eccelsa, il sorriso smagliante e dolcissimo da bravo ragazzo e la capacità quasi ultraterrena di sfidare la forza di gravità, ha 40 anni ed è all'apice della sua forma artistica. In Cantando sotto la pioggia dà il meglio di sé nei panni di Don Lockwood, romantico e acrobatico attore del muto alla Douglas Fairbainks, specializzato in film di cappa e spada, che costituisce una coppia popolarissima con la biondissima oca Lina Lamont, convinta che siano fidanzati anche nella vita, secondo quanto riportano le riviste di gossip e le veline degli Studios. Kelly non ha solo una voce morbida e suadente che sembra accarezzarci le orecchie, ma la voglia di vivere e l'energia, lo spirito e l'allegria di un giovane uomo e artista che sta crescendo nella finzione e nella vita e che si innamora della ragazza perfetta. Inutile dire che vederlo, specialmente sul grande schermo, quando Cantando sotto la pioggia uscì in una riedizione, faceva davvero sognare. Perciò nel 1991 a Rieti, quando si svolse la prima e unica edizione del Festival del Musical, la sottoscritta si precipitò, accreditata da Radio Popolare di Milano, quando venne annunciato tra gli ospiti proprio Gene Kelly. Purtroppo l'attore aveva già seri problemi di salute e non poté partecipare, ma al suo posto arrivò un'altra leggenda del musical, la splendida Cyd Charisse assieme al marito, il cantante Tony Martin, e intervistarla fu un'emozione unica, anche se di Kelly dovemmo accontentarci di una foto autografata richiesta e ottenuta tanti anni prima.

La pupa del gangster: Cyd Charisse

E proprio Cyd Charisse è protagonista con Gene Kelly dello spettacolare numero moderno del film, il jazzistico “Broadway Melody” in cui Kelly è un giovane e goffo provinciale che arriva a Broadway, la luminosa, scintillante via dei teatri newyorkesi (oggi purtroppo chiusi) per tentare fortuna (“Gotta Dance”). Dopo esser stato introdotto in uno speakeasy dove tutti ballano, il ragazzo si imbatte nelle bellissime gambe di una sirena bruna di verde vestita, e inizia a ballare con lei. Nasce una storia, almeno nella sua testa, perché lei è la donna di un gangster alla George Raft, che ha il vezzo di far saltare in aria una monetina (come l'attore faceva in Scarface di Howard Hawks nel 1932) e la alletta a suon di gioielli. Del resto lui non è nessuno, solo uno dei tanti aspiranti fantasisti che arrivano ogni giorno in città. Ma a un certo punto sfonda, diventa ricco, famoso e corteggiato e ritrova la donna dei suoi sogni, stavolta vestita di bianco. Solo che è lei stavolta quella che decide i giochi e snobba il ragazzo che nonostante il successo è rimasto ingenuo e sentimentale. Un numero bellissimo in cui, che dire, la bellezza di Cyd Charisse, ballerina di formazione classica, è tanta e tale da poter far vacillare la nostra eterosessualità.

Il pagliaccio snodato: Donald O'Connor

L'amico di sempre di Don, con lui sui palcoscenici del vaudeville e pianista sui set del muto (ma farà carriera nel sonoro alla Monumental Pictures), è Cosmo Brown, interpretato dal funambolico Donald O'Connor, che all'epoca aveva una trentina d'anni e che è rimasto nel cuore di tutti i bambini degli anni Sessanta per essere il compagno di Francis, il mulo parlante. Straordinario personaggio comico e atleta senza paragoni, i suoi duetti con Kelly hanno dell'incredibile e il suo numero "Make 'em Laugh" fa restare ancora a bocca aperta. In Italia chissà perché fu l'unico doppiato e a cantarlo era Elio Pandolfi.

La ragazza della porta accanto: Debbie Reynolds

Ed eccola qua, la grande Debbie Reynolds, che fu scritturata per il ruolo di Kathy Selden in quello che fu il suo sesto film e il primo da coprotagonista e non sfigura affatto in numeri di danza mozzafiato come Good Morning e All I Do is Dream of You. La cosa è doppiamente sorprendente se si pensa che prima di questo film l'attrice diciottenne (scomparsa nel 2016 poche ore dopo la figlia Carrie Fisher) non aveva mai ballato. Ma Gene Kelly, che era un insegnante sopraffino ed era convinto che avesse la faccia giusta per la parte, le insegnò a farlo, come già aveva fatto con Frank Sinatra. Bruna in questo film, Debbie è l'epitome della ragazza della porta accanto, fresca, graziosa, spumeggiante e con un bel caratterino. Nessuno penserebbe mai che tra lei e Gene Kelly corrano tanti anni di differenza e quella del film sembra proprio la coppia perfetta.

La perfida diva: Jean Hagen

Uno straordinario talento comico è quello di Jean Hagen, che interpreta la diva egoista e cattiva, che non solo ha una voce stridula ma non sa nemmeno parlare (spassose le sue lezioni di dizione). Il film venne snobbato dall'Academy ma lei venne nominata all'Oscar per la sua interpretazione. Aveva 30 anni quando uscì al cinema Cantando sotto la pioggia ed è talmente brava e divertente da farci credere che Lina Lamont sia un personaggio davvero esistito. Nel piccolo ruolo della sua amica Zelda (quella che le fa da spia) c'è un'altra straordinaria performer, Rita Moreno, che dieci anni dopo avrebbe vinto l'Oscar per la sua Anita di West Side Story.

Cantando sotto la pioggia: un inno alla gioia di vivere

Ora, se anche avete un cuore di pietra, non vi piacciono i film in cui si balla e si canta e non volete neanche sentirne parlare, vi sfido comunque a vedere senza emozionarvi – in un musical che è un susseguirsi di numeri meravigliosi - almeno quello che gli dà il titolo, in cui Gene Kelly, ebbro di amore e di speranza, dopo aver accompagnato la sua Kathy a casa all'alba, balla e canta l'omonima canzone. Per realizzare quella sequenza in studio ci vollero tre giorni, con il ballerino fradicio e con la febbre alta, che fa quello che tutti noi bambini abbiamo sempre voluto fare (e qualche volta, quando sfuggivamo al controllo dei genitori, magari abbiamo fatto): salta nelle pozzanghere, sale e scende dal marciapiede, balza sopra un lampione, si fa la doccia sotto la grondaia, grida la sua felicità col corpo e con la voce, ma soprattutto con quel sorriso per cui tutto sembra venirgli facilmente, nonostante gli sforzi tremendi richiesti per realizzare quella scena. Basterebbe anche solo quella sequenza, in tempi anche peggiori di questi, per farmi tornare il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore. Io vi consiglio di provare.

Se lo volete vedere non ci sono problemi: in streaming lo trovate su Chili, su Rakuten TV, Microsoft Store e Tim Vision.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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