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"Ferrari con attori americani è un'appropriazione culturale": Favino accusa da Venezia

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Pierfrancesco Favino accusa la mancanza di decisione nel difendere il cinema italiano che non accusa di appropriazione culturale quando gli americani interpretano personaggi come Ferrari e Gucci. Da Venezia sostiene la presenze del nostro cinema e non lo spazio dato alle assenze delle star internazionali.

"Ferrari con attori americani è un'appropriazione culturale": Favino accusa da Venezia

Al Festival di Venezia, Pierfrancesco Favino conferma la passione con cui sostiene il cinema italiano, e torna ad affrontare un tema già sollevato al Festival di Berlino, dove se l'era presa per le scelte non italiane nel cast di House of Gucci. Oggi a Venezia, nel corso dell'incontro con alcuni giornalisti allo Spazio Coming Soon su Adagio di Stefano Sollima, che verrà presentato oggi in concorso, ha attualizzato la sacrosanta polemica all'oggi, al "caso" Ferrari di Michael Mann, con Adam Driver nei panni del mitico fondatore dell'azienda automobilistica.

Sollecitato sui grandi attori italiani degli anni '60 e '70, Favino ha detto, "Prima c’era la capacità di proteggere il proprio cinema. Se avessero prodotto Ferrari in quegli anni l’avrebbe fatto Gassman e invece non ho letto nulla che sottolineasse la stranezza che l’abbia interpretato un attore americano. Dovete scriverlo, altrimenti stiamo tutti aspettando solo cosa dice il grande divo", riferendosi ovviamente ad Adam Driver e alla sua interpretazione in Ferrari, ma anche in House of Gucci di Michael Mann. "Se si parla di appropriazione culturale se un messicano fa un cubano non vedo perché non si debba parlare di appropriazione culturale se una storia del genere non si fa con attori italiani del calibro di quelli che vedete qui, non io”, ha detto, indicando Toni Servillo, Valerio Mastandrea e Adriano Giannini intorno a lui. "Non è divertente il fatto che ci prendano per il culo in House of Gucci. Se noi ci azzardassimo a farlo dall’altra parte, ci aprirebbero… le membra. Servirebbe reagire per guadagnarsi il rispetto".

Ha poi aggiunto, sempre più appassionato. "Se sei in una serie americana, come il caso della nostra amica Sabrina Impacciatore, allora si dice, finalmente un volto italiano. Probabilmente la questione non è la mancanza di talento, ma il fatto che vada protetto. Non sto dicendo che sono bravo come quelli lì, ma che bisogna fare sistema insieme, tutta l’industria. Non voglio essere paternalista, ma se qui a Venezia la notizia è chi non c’è, piuttosto che chi c’è... A Cannes nessuno sottolinea che ci sono sei film francesi, al massimo ne aggiungono anche il settimo o l’ottavo in corso d’opera. Se le leggi comuni sono queste, allora partecipiamo anche noi come sistema italiano. Continuiamo ad avere un atteggiamento di disprezzo nei confronti di noi stessi che personalmente non ho. Io non lo sapevo che tutta la famiglia Gucci parlasse come nel New Jersey. Perché essere italiano vuol dire scimmiottare luoghi comuni? È una cosa che trovo offensiva. Il paese sta evolvendo, magari male, ma sta evolvendo. Avere un nonno italiano non significa essere italiano. Noi invece stiamo lasciando, non facendolo notare, che quel cliché dell’italianità rimanga tale, in modo che poi quando ti offrono il ruolo devi fare la macchietta. Nessuno dice questa cosa, dove si stanno facendo i grandi scioperi in questo momento. Non vedo un attore americano interpretare un tedesco, un greco o un cubano. Non si sa perché, invece l’italiano sì".

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