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A proposito di Woody: l'autobiografia di Allen tra magia e realtà, commedia e tragedia, scrittura e clarinetto

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Nato chiaramente come memoriale nel quale il grande artista americano risponde alle accuse e ai proclami del clan Farrow, il libro è molto più di questo, o di una semplice raccolta di aneddoti sulla sua vita e la sua carriera. Abbiamo letto il libro, edito da "La nave di Teseo", e ve lo raccontiamo.

A proposito di Woody: l'autobiografia di Allen tra magia e realtà, commedia e tragedia, scrittura e clarinetto

“Come il giovane Holden…”: si apre così “A proposito di niente”, l’autobiografia di Woody Allen. Che poi prosegue raccontando la sua vita e la sua storia - e la sua versione dei fatti, certo. I suoi incontri e le sue ossessioni. Il desiderio, avuto fin da ragazzo, di vivere dentro la magia del cinema, delle champagne comedies che andava a vedere al cinema per 12 centesimi, circondato da eleganza, belle donne, cocktail e musiche di Gershwin o di Irving Berlin, invece che nel mondo reale. Il suo amore per New York, specialmente quando piove e, tirando su le tapparelle, Allen si sente di buon umore di fronte al cielo grigio.
Ha ragione Woody Allen quando, parlando di Stardust Memories, cita Marlon Brando per dire quanto sia sbagliato credere che, in quel caso come in altri, il personaggio di Allen sia Allen stesso. Ma nel caso di Un giorno di pioggia a New York, come già era evidente prima di questo libro, è ora ancora più chiaro che i sogni, i desideri, il carattere e le inclinazioni di Gatsby Wells siano esattamente quelli del suo creatore. Fin dai riferimenti salingeriani: e poco importa che nel film erano più i ragazzi Glass che Holden Caulfield.

A 84 anni, e a dispetto delle tempeste mediatiche che si sono abbattute su di lui per volere del clan Farrow (o forse ancor di più proprio per quello) Woody Allen continua a inseguire quel sogno lì. Quello di una magia che lo porti lontano dalla bruttezza del mondo, dall’insensatezza della vita. Che gli faccia dimenticare le angosce e gli affanni del suo inguaribile pessimismo esistenziale, la sua insoddisfazione cronica, il cattivo umore, l’odio per il mondo e per la stupidità della gente.
Illusionista dilettante prima ancora che battutista, stand-up comedian, attore e regista, Allen quella magia se l’è creata da solo, grazie al suo umorismo (“o sei capace di far ridere, oppure no [...] sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang.”) e al cinema.
D’altronde, dice, “Mi pare che l’unica speranza dell’umanità risieda nell’illusione. Ho sempre odiato la realtà, ma è l’unico posto dove si trovino gustose ali di pollo.”
Stare chiuso in casa a scrivere e guardare lo sport in televisione; guardare vecchi film, meglio se Un tram che si chiama desiderio; suonare il suo clarinetto; abbracciare Soon-Yi per addormentarsi, “nella posizione che Saul Bellow ha definito del ‘cucchiaio’”; lavorare “ben pagato, circondato da uomini carismatici e di talento e da donne belle e di talento”.  Di questo ha voglia e bisogno, Allen, non certo dei premi che rifiuta spesso e volentieri (a meno che non gli sia concesso di non essere presente per ritirarli), dell’approvazione del pubblico. I suoi film li ha sempre fatti per sé, non per il pubblico, non per i critici, né tantomeno per i posteri: “Qualunque cosa succederà ai miei lavori quando non ci sarò più, è assolutamente irrilevante.”

Indifferente a quel che dice e pensa la gente del suo cinema, sufficientemente incosciente da suonare in pubblico nonostante sostenga di essere ben lontano dal poterselo permettere (ma, allo stesso tempo, dice candidamente che, “stretto tra il mio amore per la musica e i miei limiti tecnici, se voglio suonare non posso permettermi la vergogna”), Allen ha avuto a lungo lo stesso atteggiamento nei confronti di ciò che la gente pensava di lui in relazione alle accuse di molestie alla figlia adottiva Dylan ricevute in passato, dopo che Mia Farrow era andata su tutte le furie scoprendo la sua relazione con Soon-Yi, e ritirate fuori con veemenza in un epoca assai più recente, cavalcando l’onda possente del #MeToo, e “alla luce della nuova scoperta scientifica per cui la donna ha sempre ragione”.
Il perché del suo lungo e ostinato silenzio sta in questo libro:

Bene, se l’universo è un caos maligno e insensato, che importanza può avere una piccola, falsa accusa nell’ordine delle cose? In secondo luogo, essere un misantropo ha i suoi vantaggi – la gente non può mai deluderti.
Per finire, se sei innocente hai una prospettiva molto diversa rispetto a come vedresti le cose se fossi colpevole. Anziché temere le indagini, non vedi l’ora che vengano fatte, perché non hai niente da nascondere. Sei felicissimo di fare il test del- la macchina della verità anziché scansarlo. È come giocare a poker e avere una scala reale. Non vedi l’ora che tutti facciano le loro scommesse per mostrare le carte. Ma se io non potessi giocarle? Se me ne andassi prima di raccogliere i soldi? Non essendo mai stato interessato a quello che verrà dopo di me, che cosa posso dire? Ho ottantaquattro anni; sono quasi arrivato a metà della mia vita. Alla mia età, ormai ho poco da perdere. Non credendo in un aldilà, non vedo che cosa possa cambiare se verrò ricordato come un regista o come un pedofilo. Chiedo solo che le mie ceneri vengano sparse vicino a una farmacia.

E però, “A proposito di niente” non è mica un’autobiografia qualsiasi.  O meglio: lo è per circa tre quarti della sua lunghezza (che è di 400 pagine). Il nome di Mia Farrow appare per la prima volta, quasi en passant, a pagina 28, quando racconta che c’era lei con lui quando entrò a rendere omaggio alla salma di Thelonious Monk: “era da poco che ci frequentavamo, e accondiscese alla mia richiesta malgrado lo sconcerto; avrebbe dovuto capire subito che stava mettendosi con la persona sbagliata, ma fuoco e fiamme vennero dopo.”
Fuoco e fiamme che Allen prende tutto il tempo che desidera per arrivare a raccontare.
Mia Farrow rientra in scena a pagina 222. Fino a quel momento il racconto di Allen, brioso e spesso esilarante, sempre intelligentissimo e di grande lucidità, nonché scritto come la maggior parte degli scrittori possono solo sognarsi, è un resoconto della sua vita e della sua carriera, e di quella vita amorosa “che altri avrebbero potuto definire ‘teatro dell’assurdo’”. Le pagine dedicate a Louise Lasser (anche quelle che raccontano le difficoltà della loro relazione) e a Diane Keaton sono capaci di raccontare l’amore per loro in maniera trascinante e coinvolgente, gli aneddoti e gli incontri raccontati con umorismo irresistibile.

Ma Allen dissemina fin dall'inizio indizi su quello che rappresenti davvero per lui questo libro.
Come quando, rievocando una polemica nata dopo la sua esibizione alla Casa Bianca in occasione dell’elezione di Lyndon Johnson, Allen dice: “A mio avviso, se uno credeva a ciò che leggeva nei tabloid, si meritava la vita che faceva.” E, prima ancora di parlare di Mia Farrow, si toglie qualche sassolino dalla scarpa riguardo la vicenda con Jean Doumanian, sua amica e produttrice che fu costretto a portare in tribunale per una questione di soldi e di principio, e anche - più piccolino - su certe dichiarazioni inesatte di Mariel Hemingway sulla sua frettolosa partenza dalla casa di famiglia a Ketchum.

Quando inizia a parlare di Mia Farrow e delle accuse reiterate di molestie a Dylan - che due diverse indagini, all’epoca, fecero cadere - Woody Allen non si manca di assestare colpi duri e precisi a Mia e a Ronan, citando spesso e volentieri anche quanto scritto dal figlio adottivo Moses (schierato dalla parte di Woody e di conseguenza ostracizzato dal clan Farrow: "Mio fratello per me è morto," disse Dylan), rievocando episodi inquietanti, ma sempre con grande garbo e con qualche battuta fulminante (del weekend incriminato nel Connecticut dice a un certo punto: “Presto il sole tramonta, cala la notte e controllo che quando Mia passa davanti a uno specchio si veda il suo riflesso”) . E per non più di un’ottantina di pagine
Poi riprendere a ripercorrere la sua carriera, e torna sull’argomento solo quando arriva - più o meno ai tempi di La ruota delle meraviglie, che definisce il suo miglior film - in corrispondenza del tornare alla carica di Dylan, Ronan e Mia.

Siamo a pagina 373, e alle ultime pagine del suo libro Woody Allen affida il compito di tirare le fila sulla questione, arrivando a tirare in ballo quel maccartismo che a tanti di noi viene naturale mettere in relazione con il neo-moralismo bieco e ideologizzato che sta investendo la cultura statunitense, trasformando le ragioni del #MeToo in isterica e oscurantista caccia alle streghe.
Anche qui, comunque, Woody rivendica la sua voglia continuare a inseguire la magia, come la Blanche DuBois dell’invidiatissimo Tennesse Williams, sperando che il suo nuovo film, Rifkin’s Festival, venga bene. La voglia di vivere tranquillo la sua vita, col suo clarinetto, la moglie Soon-Yi, e le figlie oramai all’università. Lontano dal clamore, dalle interviste, dagli scandali, dai tribunali, dai fan. “Di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia,” scrive alla fine del suo libro. A casa sua a scrivere, senza mai smettere, come non aveva smesso di fronte all’assassinio di JFK, o di fronte alle accuse di Mia Farrow.

In fondo, quello che importa di “A proposito di niente” non sta in quello che rivela. Negli aneddoti, nel pensiero di Allen su certi suoi film, o certi suoi collaboratori: preziosi appunti da annotare, informazioni da riciclare. Ma quello che non avevamo, senza questo libro, e che conta di più, è il racconto in prima persona. Il racconto in prima persona di una storia avvincente e piena di colpi di scena, battute, ironie, commedia e dramma. E sì, certo, anche di per nulla celato interesse per la bellezza femminile, che grazie a Dio non costituisce un reato, o perlomeno non ancora.
Un racconto di cui il protagonista è l’Allen che conosciamo e che amiamo, ma che allo stesso tempo, mettendo in scena come mai prima sé stesso, i suoi tic, le sue manie, la sua misantropia e i suoi vezzi (come quello di negare di continuo di essere il genio che invece è), ci regala sfumature nuove e inedite, piccole perle da ricordare, frasi fatte apposta da mandare a memoria, questioni su cui riflettere.
Che sono quelle che riguardano la questione delle irragionevoli accuse di molestia, certo, ma ancora di più quelle che riguardano la vita e la bellezza. L’assurda e comica tragicità della prima, e l’indispensabile ricerca della seconda per sopravvivere, per goderne il più possibile a dispetto dei suoi limiti, e dei nostri. Nel nome di una voglia di magia, illusione e romanticismo che, oggi più che mai, è viva e vegeta a dispetto di tutto e di tutti. Per Woody, e per tutti noi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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