Interviste Cinema

Revenge: Matilda Lutz ci racconta la sua Jen, metà Marilyn e metà pantera

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Nella nostra intervista esclusiva alla protagonista del film scopriamo molti divertenti retroscena sul film.

Revenge: Matilda Lutz ci racconta la sua Jen, metà Marilyn e metà pantera

Brava, giovane, bella, intelligente, seria e versatile: avevamo già notato Matilda Lutz nell’opera prima Mi chiamo Maya, l’abbiamo ritrovata in L’estate addosso di Gabriele Muccino e soprattutto nel suo primo film oltreoceano, The Ring 3. Italiana nata a Milano con padre americano, Matilda vive adesso a Los Angeles, dove nascerà a brevissimo il suo primo figlio, che aspetta dal compagno e collega Antonio Folletto.
In occasione dell'uscita di Revenge, nelle nostre sale dal 6 settembre, l'abbiamo intervistata in una telefonata intercontinentale molto lunga e vivace, di cui vi offriamo un estratto, dove Matilda con grande simpatia e abbondanza di dettagli ci ha raccontato come è diventata la super eroina vendicativa di Revenge, la sorprendente (e non usiamo a caso questo termine) opera prima di Coralie Fargeat che ribalta al femminile con grande gusto il genere del rape and revenge movie. Abbiamo iniziato parlando con Matilda Lutz proprio del primo incontro tra lei, la regista e il film di cui è assoluta e coraggiosa protagonista:

“La sua agente, che avevo conosciuto a Parigi, mi ha chiamato per dirmi che una regista sua cliente sarebbe venuta a Los Angeles per incontrare delle ragazze per il suo film. Non avevo ancora letto la sceneggiatura, per cui il primissimo incontro è stato puramente conoscitivo. Ma è stato subito come se ci conoscessimo da sempre, siamo entrate immediatamente in sintonia. Dal momento che lei partiva due giorni dopo per Parigi, mi ha chiesto di preparare due o tre scene da fare in un primo provino. Così il giorno in cui lei partiva sono andata alle 6 del mattino nel suo hotel e ho fatto queste scene in cui gattonavo dolorante sul tappeto, mentre lei mi riprendeva col telefono, una situazione veramente assurda come provino! Dopo che è tornata a Parigi, mi ha chiamato e mi ha chiesto di fare quattro o cinque test, dove dovevo mettere una parrucca bionda, farmi le mani e vestirmi in un certo modo... è sempre stata molto precisa nelle sue richieste. E' una cosa che mi ha stupito molto perché non avevo mai trovato una persona così determinata alla sua opera prima. Sapeva esattamente quello che voleva ed era anche molto brava a spiegarlo”.

Cosa ti ha convinto ad accettare questo ruolo, la sintonia con la regista, il personaggio o la sceneggiatura?

"Forse la cosa che mi ha colpito di più è stato il personaggio, il fatto di potere lavorare su due personaggi completamente diversi in un solo film. Io sono sempre stata vista come la ragazza della porta accanto, venivo scelta per ruoli più da ragazza perbene, pulita ecc. e invece questo film mi dava l'opportunità di lavorare su un personaggio completamente diverso da quello che sono io”.

E' certo un ruolo che ti ha richiesto un impegno notevole. E' stata più difficile la parte fisica o la parte psicologica?

"E’ stato sicuramente il progetto più impegnativo che abbia mai fatto, sia a livello fisico che psicologico. Anche perché, essendo un low budget e non avendo tantissimi giorni per girare, ero la protagonista assoluta, quindi ero sul set tutti i giorni. Eravamo in Marocco e - a differenza di quanto si vede nel film, dove sembra che faccia un caldo assurdo - in realtà era febbraio e faceva freddissimo. Se vedi il backstage c’è tutta la troupe con piumini, cappelli, sciarpe, e io col bikini che cerco di far finta di aver caldo. In più avevo una preparazione per il makeup di tre/quattro ore la mattina, e la sera per toglierlo tutto ci mettevo più o meno un'ora e mezza, quindi anche se sul set stavo solo 12 ore erano comunque 16/17 ore in totale, e dormivo pochissimo. Quando avevamo delle giornate più corte ci spostavamo, perché abbiamo fatto un sacco di location e stavamo anche tre ore in pullmino. Non ci siamo riposati mai".

"Lottare contro la stanchezza forse è la cosa che mi ha aiutato di più sul set per il personaggio nella seconda parte del film. Anche nella prima parte ho fatto un lavoro fisico, ma di tipo diverso, sul suo modo di camminare e di muoversi che non mi appartengono, però ho cercato di lavorare più sulla psicologia del personaggio, su come le persone la vedono. Ho pensato a questi ruoli iconici che rappresentavano Brigitte Bardot o Marilyn Monroe, che avevano sempre gli occhi su di loro, sia in pubblico che quando erano da sole, come se ci fosse sempre qualcuno che le guardava e dovessero sempre dare spettacolo. Per me Jen era quel tipo di personaggio, una persona che cercava amore da tutti perché probabilmente quando era piccola non l'aveva mai avuto".

"Ci sono stati comunque dei momenti molto difficili, ad esempio la scena dello stupro. E' vero che ero coperta e non dovevo stare nuda davanti alla troupe e in questo senso mi è capitato di sentirmi più in imbarazzo su altri set, ma c'era comunque una componente psicologica difficile, e secondo me è una delle cose più riuscite del film. E’ molto più facile mostrare una scena di stupro a livello fisico che non far capire al pubblico cosa prova a livello psicologico il personaggio. Coralie in questo è stata veramente brava e devo dire che per il solo fatto che è una donna mi sentivo più protetta, più libera, sapevo di poter contare su di lei, nonostante dovessi recitare con tre uomini molto più grandi di me: Lei è sempre stata dalla mia parte, mi ha sempre chiesto se c'era qualcosa che mi dava fastidio e ha avuto una comunicazione onesta e aperta con me".

Lo sguardo femminile si vede anche nel sottotesto del film, che è l'affermazione di questa donna che non accetta di essere vittima. Però questo è un genere che finora hanno fatto solo i maschi: Coralie ti ha mai fatto vedere film come L'ultima casa a sinistra o Non violentate Jennifer, dove la storia era analoga?

"Non sono mai stata in contatto con questo tipo di cinema, però ovviamente avendo fatto The Ring 3 e poi questo, ho iniziato a farmi una cultura maggiore relativa a questo genere di film, ed è vero che Non violentate Jennifer è stato uno dei film più paragonati a Revenge e tanti giornalisti chiedevano a Coralie se avesse preso ispirazione da quello. E siccome il mio personaggio si chiama così, erano tutti convinti che fosse vero. In realtà Coralie non l’ha neanche mai visto e il fatto che si chiami Jennifer è stata una pura casualità. Abbiamo parlato più che altro del personaggio. Inoltre lei è molto appassionata dei film che ti portano fuori dalla realtà e anche se questo ha una sensazione realistica, è anche completamente surreale: pensiamo a tutto il sangue che perde, a lei che si sveglia dopo una caduta a cui è quasi impossibile sopravvivere... lei parlava più di questo aspetto. Le nostre conversazioni erano più sul fatto di non dover avere una recitazione puramente realistica".

Ma quindi tu quando sei arrivata sul set non ti aspettavi tutto questo sangue, questa violenza...

"Credo che nessuno se lo aspettasse, tanto è vero che i ragazzi degli effetti speciali avevano solo un tot di sangue, essendosi preparati in base a quello che leggevano in sceneggiatura. Ad esempio per la scena del corridoio, che è stata girata all'inizio del film, in tre giorni, c'erano questi poveretti coi secchi di sangue che cercavano di diluirlo perché non ne avevano abbastanza, e lei che ogni tre per due arrivava sul set e diceva “più sangue! Più sangue!”. Hanno fatto arrivare dei rifornimenti di sangue da Parigi perché lo avevano finito. Nessuno se lo aspettava: lei prendeva questi secchi e li spalmava dove voleva, li buttava sui muri, ovunque, con tutti che si guardavano come a dire “Ma questa è pazza?”.

Hai legato con gli altri attori o siete rimasti un po' distanti per rispecchiare le dinamiche della storia?

"Essendo in mezzo al nulla, in una regione sperduta, con villaggi dove c’erano solo pecore, ci siamo per forza ritrovati a dover legare, perché essendo così intenso girare questo film avevamo bisogno la sera di berci un bicchiere di vino, di stare accanrto al camino a riscaldarci. Mangiavamo tutti insieme, abbiamo legato tutti molto ed è stato un bellissimo set. C’era anche molta tensione perché erano tutti molto stanchi, soprattutto verso la fine, però non abbiamo creato nessuna dinamica che rispecchiasse la storia".

Come ti sei preparata per affrontare un film del genere?

"A ogni progetto che mi arriva il mio approccio è sempre diverso, nel senso che è un po’ come se iniziassi da capo, perché tutto cambia ed è come se ogni volta la prima settimana sul set te la prendessi per imparare chi ha bisogno di cosa, come lavorano gli altri, come lavori tu con il regista perché ogni regista ha un modo completamente diverso di lavorare. E quindi divento di nuovo una principiante, inizio da capo e cerco di cogliere gli insegnamenti che posso ricevere da tutte le persone che lavorano sul set. Ad esempio il mio approccio a Revenge è stato completamente diverso da tutti gli altri film che ho fatto. Ero a Los Angeles, ho ricevuto una chiamata da Coralie il venerdì, la domenica ero su un aereo per andare a Parigi e abbiamo iniziato a girare il film la settimana successiva, dopo sette giorni di prove costumi e con gli altri attori, il calco per gli effetti speciali ecc. Perciò ho avuto molto poco tempo per prepararmi il personaggio. E da un certo punto di vista forse è stato molto meglio, perché Jen è molto istintiva, sia nella prima parte che - soprattutto - nella seconda, perché è proprio come se fosse una pantera, un felino, quindi ho cercato di lavorare più sui cinque sensi, su quello che lei sentiva, che odorava, che vedeva. Ho pensato molto a una pantera che cerca di proteggere i propri cuccioli e osserva, silenziosa e senza fare rumore".

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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