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Poltergeist, il remake di GIl Kenan: "Le paure dei bambini non sono infantili"

Il regista Gil Kenan parla in un'intervista della sua esperienza sul remake del cult Poltergeist.

Poltergeist, il remake di GIl Kenan: "Le paure dei bambini non sono infantili"

Il remake di Poltergeist ha rappresentato una sfida non indifferente per il regista Gil Kenan, precedentemente autore del Monster House realizzato in performance capture. Nonostante il film abbia una fama di flop, anche per il paragone con il Poltergeist culto originale di Tobe Hooper e Steven Spielberg, tecnicamente non lo è stato affatto: ha incassato infatti nel mondo 95 milioni di dollari per 35 di costo. Chiacchierando col sito Den of Geek, Kenan ha coperto vari aspetti della lavorazione: vi proponiamo tre estratti relativi a tre aspetti nodali di questo lungometraggio. Il primo riguarda la collocazione della macchina da presa.

Può sembrare un'ovvietà, ma siccome così tanto di un film come Poltergeist si basa sulla scoperta dello spazio, anzi su quell'oscuro potenziale dello spazio, è fondamentale pensare all'altezza nel posizionamento della cinepresa. Se la piazzi all'altezza dei bambini, che sono i primi a rilevare che accadono strane cose, questo crea un'immediatezza per il pubblico, c'è proprio l'alba di una rivelazione. Questo elimina l'istinto adulto di sottovalutare i bambini e sminuire le loro paure e i loro pensieri come "infantili".

Il secondo punto importante riguarda il lavoro con i giovanissimi attori, attraverso i quali passa, come appena detto, gran parte dell'emozione e dell'esperienza.

Sin dall'inizio, anche in fase di scrittura del copione, volevo ricavare il massimo dalla loro esperienza, dalle loro anime, coglierlo nel film. Così lo sceneggiatore David Lindsay Abaire è rimasto con noi mentre lavoravamo sulle scene, anche con un attore singolo, non necessariamente quando erano presenti tutti sul set.

Infine Kenan rivela cosa l'abbia attirato verso il progetto: come la famiglia protagonista nel film, è cresciuto in periferia e capisce l'atmosfera particolare che si crea in un nucleo familiare che si sente tagliato fuori dal mondo e dalle opportunità...

Sono cresciuto in un mondo molto simile a quello raccontato nel film originale, non vedevo l'ora di fuggire quando venne il momento di andare all'università. Preferirei anche oggi morire in città, piuttosto che tornare a vivere il resto dei miei giorni nella periferia in cui sono cresciuto. Erano parte della vita che non vedevo l'ora di lasciarmi alle spalle. Mi piaceva l'idea fondamentale di questa famiglia che aveva accettato con risentimento la sua sconfitta, stando in questa zona.
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  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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