The Danish Girl: recensione del film con Eddie Redmayne e Alicia Vikander

17 febbraio 2016
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Tom Hooper parla ancora di persone bloccate ma il suo non è un film di rottura.

The Danish Girl: recensione del film con Eddie Redmayne e Alicia Vikander

Con The Danish Girl l’inglese gentile Tom Hooper prosegue un’indagine, per così dire, cominciata con Il discorso del Re: l’esplorazione di un corpo "inceppato". Nel film con Colin Firth il blocco interessava la parola, martoriata e svilita da continue esitazioni e interruzioni. In questo l’impasse riguarda invece il corpo intero, che diventa recipiente "imperfetto" di un’anima che lo rigetta.

Sissignori, stavolta non si combatte per gli ideali della gloriosa Comune di Parigi, ma per l’affermazione di un’identità sessuale "altra". Jean Valjeant e Javert di Les Misérables hanno insomma abbandonato la scena, per far posto a Lili Elbe, la prima persona nella storia a essere identificata come transessuale e ad aver tentato un intervento chirurgico di “riassegnazione”. La sua vicenda è conosciuta, ma non abbastanza, e nell’affrontarla e raccontarla - adattando l’omonimo romanzo di David Ebershoff - Hooper non solo si prende delle giuste licenze poetiche, ma decide anche di reinterpretarla, addomesticandola al suo cinema del garbo, dell’eleganza formale e di un cauto e confortante conservatorismo.

Senza la minima pretesa di edulcorare una vicenda che non può non sembrare amara o indigesta a chi ancora guarda con sospetto ai transgender, il regista non intraprende nessuna crociata contro il pregiudizio, né si mette sulla facile via della trasgressione o di un personaggio principale esibizionista ed eccentrico oppure eroico. A tal proposito, ci viene in mente che sul film all’inizio aveva messo gli occhi Tomas Alfredson (autore del primo Lasciami entrare e de La Talpa). Lui forse ne avrebbe fatto un’opera sanguigna, o magari notturna, o malinconica, e comunque di rottura. Ma Tom Hooper no, lui sceglie consapevolmente di non osare, forse di non "sporcarsi", e l’impressione generale, nonostante un ottimo crescendo drammatico, è che la sua visione resti in superficie e che Lili, impossibilitata a spiccare il volo, finisca per essere schiacciata da montagne di seta frusciante e di tessuti d’arredamento.

The Danish Girl, non è però il frutto di una mancanza di coraggio, perché c’è una scena di nudo in cui il regista dimostra di saper essere diretto ed esplicito: è solo che il suo film preferisce indugiare nelle sfumature e nella contemplazione di una femminilità che coincide con la grazia e che si esprime nel sorriso, nei movimenti impercettibili del capo, in due mani lunghe e affusolate che si poggiano su un viso e lo incorniciano. Questi piccoli gesti sono affidati al prodigioso Eddie Redmayne, così pieno di energia ne La teoria del tutto e qui alle prese con una creatura smarrita e poi capricciosa, e poi ancora sempre più determinata. La sua bravura non è da mettere in discussione, come neppure la sua aderenza alle motivazioni interiori di Lili, ma la sua performance tradisce una certa affettazione, a cui contribuisce anche una fotografia certamente curata, ma inutilmente patinata.

Attento a cambiare il mood del film a seconda dell’ambientazione scelta - colori freddi e linee geometriche e maschili nella parte che si volge a Copenhagen, e tonalità calde e sinuosità da Art Deco’ nel segmento parigino - il regista non sempre tiene vivo il fuoco della passione, abbandonando a se stessa la sua sensibile donna incastrata nel corpo un uomo. Più di Lili, lascia il segno la sua compagna di vita: la pittrice Gerda Wegener, artista volitiva, forte, emancipata. E’ lei il personaggio più interessante del film e quello che veramente evolve e che lascia perciò un’incancellabile impronta. Allo stesso modo, è Alicia Vikander più di Redmayne a meritare incondizionati complimenti, perché questa attrice minuta che ha sorpreso tutti in Ex Machina diventa davvero un gigante quando si avvicina alla disgraziata consorte dello sconsolato Einar.

Nei suoi occhi liquidi il giacchio del film si scioglie, vinto dal calore di quel sentimento che, nonostante tutto, Hooper riesce comunque a rappresentare benissimo: l’amore, conditio sine qua non perché l’individuo faccia il grande salto trovando prima o poi il suo io più profondo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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