L'abbiamo fatta grossa: recensione della commedia di Carlo Verdone con Antonio Albanese

27 gennaio 2016
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Il regista romano cambia rotta e si inventa una nuova coppia comica.

L'abbiamo fatta grossa: recensione della commedia di Carlo Verdone con Antonio Albanese

Un cinema che nasce dall’osservazione comica della realtà e dalla costruzione puntuale, ironica e affettuosa di “caratteri” (in cui riconoscere il vicino di casa, il salumiere o il coatto che orgogliosamente attraversa epoche e generazioni) non può mai rimanere uguale a se stesso. “Tutto scorre”, amava ripetere non a caso il saggio Eraclito, affascinato dalla mutabilità dell’animo umano e del cosmo in generale.
Per questo, da trentasette anni, Carlo Verdone si premura di cambiare scenario, inventando personaggi attanagliati da angosce sempre diverse, perseguitati da rompiscatole sempre diversi, afflitti da viziacci sempre diversi.

Ora, è una verità universalmente riconosciuta che, rispetto al 1979, la nostra società sia meno interessante, più squallida e anche più cattiva, e quindi è logico che il regista romano abbia abbandonato da tempo i grandiosi Enzo, Ruggero, Mimmo, eccetera di Bianco, rosso e Verdone e Un sacco bello, assestandosi su uomini più normali spesso accomunati da quell’ipocondria e malinconia di fondo che così inconfondibilmente gli appartengono.

Detto questo, bisogna ammettere che - Posti in piedi in paradiso a parte - le ultime commedie verdoniane tendevano a fotografare spesso una sola anima della nostra Italia: quella borghese, raccontata attraverso gli occhi di un Candide a volte ancora ingenuo, altre più disilluso, altre ancora reso scaltro da necessità economiche o familiari.
Confrontato con queste commedie, L’abbiamo fatta grossa è un film nuovo, di rottura, un'opera che si prende per esempio il rischio di abbandonare camere e cucine per inoltrarsi fra le strade di una Roma poco frequentata dal cinema, città pasoliniana e nello stesso tempo un po' francese e un po' alla Woody Allen che la fotografia di Arnaldo Catinari magnificamente esalta.

Laddove però il nostro Carletto nazionale osa di più, è nella scelta di avere come coprotagonista del suo venticinquesimo film il Cetto La Qualunque del piccolo e grande schermo.
Vedendo insieme i due attori, la prima impressione che si ha è che il matrimonio sia riuscito, ma non perfettamente. La comicità "realista" di Verdone, infatti, non sempre va d'accordo con la recitazione funambolica e fisica di Antonio Albanese. E se entrambi, singolarmente, sono in grado di cogliere e riprodurre il ridicolo di una situazione o di un personaggio, non sempre nei duetti esaltano l’uno il talento dell’altro, con il risultato che il primo rischia di apparire sottotono e il secondo sopra le righe, in particolare nelle scene più quiete: le sequenze in cui semplicemente si parla, ci si muove poco, ci si prepara a rocambolesche avventure.

Quando invece c’è da scappare o restituire refurtive, il binomio è travolgente, e la comune goffaggine - insieme alla furbizia e alla perizia nel riprodurre gli italici dialetti - produce effetti portentosi. La diversità di "gioco" e di provenienza, insomma, non sempre fa scoppiare la scintilla. Giustamente Verdone non vuole “domare” Albanese, che è un condensato di pura energia, ma lasciandolo immerso nella commedia, non fa uscire quel suo lato poetico così mirabilmente "sfruttato" da Francesca Archibugi in Questione di Cuore o da Silvio Soldini in Giorni e nuvole.

Dei due personaggi, che hanno in comune il fallimento matrimoniale e professionale, il più a fuoco è lo Yuri Pelagatti di Albanese, che si avvia verso il recupero della propria dignità e che si muove tra faccia tosta e tenerezza.
A metà fra il bravo ragazzo che vive con un’anziana parente e un venditore di fumo che ammicca a Manuel Fantoni, Arturo Merlino, invece, un po’ si perde, prigioniero di una rabbia forse immotivata e di una pietas che con il passare del tempo gli è venuta a mancare. Tuttavia ci piace che questo ex carabiniere dica qualche parolaccia di troppo, o che non sia in balia di una donna bella e irraggiungibile. Ci piace che una rivincita alla fine se la prenda: anche questi, in fondo, sono segnali di una volontà forte di sterzare e di non riposare sugli allori, oltre che la prova di un'immutata umiltà che speriamo verrà premiata dalla passione e devozione dei fan dell'attore e regista.

Dopotutto è di uno dei miti del cinema comico italiano che si parla, e siamo sicuri che, senza andare in terapia, i nuovi fidanzati un po' stempiati della squadra Filmauro troveranno in futuro un'intesa fantastica. Questa, almeno, è la speranza che coltiviamo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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