Kung Fu Panda 3: la recensione del film d'animazione DreamWorks

07 marzo 2016
3.5 di 5
5

Un terzo capitolo che non stupisce ma diverte dall'inizio alla fine.

Kung Fu Panda 3: la recensione del film d'animazione DreamWorks

Proprio quando Shifu chiede a Po di sostituirlo come Maestro dei Cinque Cicloni, si presenta in città Li Chan, il panda vero padre di Po. Il nostro eroe deciderà di seguirlo e di incontrare l'ultima comunità di panda esistente: ha bisogno di ricongiungersi alle sue origini per fronteggiare la minaccia del terribile Kai, in arrivo dal Regno degli Spiriti, con l'intenzione di rubare il mistico Chi di ogni Maestro e diventare una minaccia per il mondo intero.

Gli ultimi anni sono stati difficili per la DreamWorks Animation: in un mercato di folle concorrenza, tra Pixar, Disney, Illumination Entertainment e Sony Pictures Animation, l'azienda cofondata da Jeffrey Katzenberg era inciampata nei flop di Turbo o Mr. Peabody & Sherman, o risultati inferiori alle aspettative come I Pinguini di Madagascar. Dopo una ristrutturazione e una strategia produttiva più serrata, sostenuta dalle ciambelle di salvataggio di Croods e dei due capitoli di Dragon Trainer, la DreamWorks si affida al suo franchise più amato dopo Shrek per ricongiungersi col pubblico, sballottolato in una così affollata offerta: Kung Fu Panda. Il peloso beniamino è anche il migliore per sedurre le platee cinesi: per il colossale boxoffice cinese il labiale delle battute di questo nuovo capitolo è stato rianimato sul doppiaggio in mandarino! 

Kung Fu Panda 3 segna l'esordio come coregista di lungometraggio dell'italiano Alessandro Carloni, che si è affiancato alla Jennifer Yuh Nelson già autrice in solitaria del secondo atto, uscito ben cinque anni fa. Il film è sostanzialmente irreprensibile, a meno che non si pretenda a tutti i costi da un prodotto di questo tipo la sfrenata ambizione sociale o psicologica mostrata da Inside Out o Zootropolis. Il team DreamWorks ha sempre saputo cosa vuole: protagonisti simpatici con cui creare un'empatìa che renda entusiasmante anche la storia più lineare e leggera. I colpi di scena, la suspense e le gag divaganti da soli non potrebbero infatti mai prendere sul serio in contropiede lo spettatore più navigato.

Il lavoro di animatori e doppiatori originali, nel dar vita a Po e suo padre Li, valorizzano i caratteri però in ogni situazione, trasmettendo allegria e mantenendo il ritmo sempre molto alto, anche troppo, forse per essere sicuri di non annoiare mai. I Cinque Cicloni recuperano un senso narrativo che avevano un po' smarrito per strada nel secondo capitolo, e il ruolo del padre adottivo di Po, la divertente oca Mr. Ping (il personaggio preferito di chi scrive), è emotivamente centrato nell'economia di questa particolare vicenda. L'aspetto tecnico sorregge queste dinamiche interpersonali con sufficiente espressività, mentre regia e direzione artistica li inframmezzano a sequenze dinamiche e visionarie che respirano una figuratività vibrante: tra movimenti di macchina vertiginosi e inquadrature evocative, il film è molto bello da guardare.

Probabilmente Kung Fu Panda 3 non lascerà il segno come suoi recenti concorrenti, ma non ci obbliga ad accontentarci delle occasionali uscite paratelevisive in cui ogni tanto ci si imbatte in sala, garantendo un alto livello di professionalità.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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