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The Last Ashes: intervista a Loïc Tanson, regista del film candidato dal Lussemburgo agli Oscar

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Presentato Fuori Concorso al Noir in Festival 2023, The Last Ashes è il film con cui il Lussemburgo si presenta agli Oscar. Il regista si chiama Loïc Tanson ed è al suo primo lungometraggio di finzione. Lo abbiamo intervistato a Milano e ci siamo fatti raccontare qualcosa del suo western non troppo western.

The Last Ashes: intervista a Loïc Tanson, regista del film candidato dal Lussemburgo agli Oscar

Una delle chicche della 33esima edizione del Noir in Festival è stata un film a metà fra il western, il revenge movie e il noir con cui il Lussemburgo si presenta agli Oscar, sperando che l'Academy lo inserisca nella cinquina dei candidati al Miglior Film Internazionale. Quando è stato scelto, ancora non era uscito nelle sale, e il regista, che si chiama Loïc Tanson, non credeva alle sue orecchie, prima di tutto perché The Last Ashes è il suo primo lungometraggio di finzione, ma per fortuna ogni tanto la ruota gira, anche se, nel caso di questa storia ambientata nel 1938, non si è trattato di buona sorte ma di talento.

The Last Ashes è qualcosa che al cinema non si è mai visto prima, una favola nera che mescola il folklore locale con suggestioni altre, una celebrazione del girl power e un omaggio, forse involontario, al cinema più claustrofobico di Carl Theodor Dreyer.
Quando abbiamo detto al regista che la prima parte del suo film, girata in bianco e nero, ci ha ricordato La passione di Giovanna D'Arco, ha sgranato gli occhi, ha sorriso timidamente e poi ha ringraziato di cuore. Ancora non si è abituato ai complimenti e soprattutto al fatto che, dopo anni da giornalista e critico cinematografico, ha trovato un altro linguaggio attraverso cui esprimere ciò che ha dentro.
Anche la sceneggiatura è opera sua (e di un certo Frédéric Zeimet) e al centro della vicenda c'è una donna che torna nel villaggio dov'è cresciuta sopportando le angherie della famiglia Graff, per vendicarsi dei torti subiti.

Intervistiamo Loïc Tanson nella hall de l'Hotel De la Ville di Milano, lontani dalla pazza folla attirata dai mercatini di Natale. Abbiamo ordinato un tè, e con la tazza che ci riscalda le mani ascoltiamo il suo c'era una volta: "Il film è nato da un'idea del mio produttore Claude Waring" - ci racconta- "Sono 30 anni che lavora nel cinema e sognava da tempo di produrre un western ambientato nel Lussemburgo. Mi considero davvero fortunato ad aver avuto l'opportunità di dirigerlo e scriverne la sceneggiatura. All'inizio, dunque, non c'era che il desiderio di abbracciare il genere, e non esistevano né una storia né dei personaggi, così abbiamo deciso prima di tutto di collocare la vicenda nel periodo in cui il Lussemburgo è diventato indipendente, dopodiché abbiamo pensato di infrangere le regole del western classico: l'eroe solitario che arriva all'improvviso in un remoto villaggio e porta scompiglio nelle vite dei suoi abitanti, una società dove a dettare legge sono gli uomini e così via. Per noi era importante che la storia avesse un sapore contemporaneo, anche se eravamo nel diciannovesimo secolo, e proprio dalla necessità di rendere attuale il racconto è nata la terribile famiglia Graff. Sono cresciuto con mia madre, le mie due sorelle e mia nonna, e quando mi chiedono di parlare del personaggio di Oona, oppure di Maria e di Sidonie, rispondo che non posso nemmeno lontanamente immaginare cosa voglia dire essere una donna, ma ciò non mi ha impedito di osservare le donne fin da bambino e di apprezzarne la forza. Nei western, di solito, sono gli uomini ad essere impavidi, mentre le donne sono o prostitute o creature ingenue, inermi e spesso poco intelligenti. Volevo sovvertire quest'ordine, e quindi ho inventato un personaggio femminile forte ma nello stesso tempo molto vulnerabile perché ancora incerto sul posto da occupare nel mondo. The Last Ashes è nato con Oona, Maria e Sidonie. Il resto è arrivato dopo.

Quindi lei è d'accordo con chi considera le donne delle guerriere, perché per arrivare dove arrivano gli uomini faticano il doppio...

Ho una bambina di 3 anni, e da quando sono diventato padre, ho cambiato diverse cose nella sceneggiatura di The Last Ashes. In ogni modo, sono perfettamente d'accordo con lei: le donne sono delle guerriere. Lo sono diventate per necessità già da diverso tempo, ed è una cosa che volevo mettere nel film, mostrando che, per uscire da una condizione di sottomissione sia psicologica che fisica, paradossalmente devono utilizzare le stesse armi degli uomini. È per questo che nel film la violenza arriva alla fine, perché per me era importante far vedere che la violenza chiama altra violenza. Non è una cosa bella. Anzi, è una delle tragedie del genere umano. Per fermare la violenza a volte è necessario servirsi della violenza, e l'assurdità di questo meccanismo è proprio ciò che volevo raccontare nel film.

Abbiamo parlato del western con i suoi cliché, ma in The Last Ashes ci sono diverse altre suggestioni: il desiderio di vendetta, la morte e un’iconografia che rimanda agli orchi, alle streghe…

Quando ho cominciato a scrivere, mi sono reso conto che era necessario mescolare i generi piuttosto che averne uno solo. Non potevamo limitarci al western. Il mio paese ha tutto un suo folclore e una sua mitologia da cui non potevo prescindere. Ecco perché ho optato per una componente favolistica, quasi magica, che poi è qualcosa di molto personale per me. Sono cresciuto ascoltando e leggendo tantissime fiabe, che non avevano davvero nulla a che fare con le fiabe Disney, ma somigliavano piuttosto a quelle dei fratelli Grimm, che spesso sono piene di sangue e non hanno un lieto fine. Nel mio film ci sono elementi di queste fiabe, che ho cercato di mescolare in maniera coerente con il western.

Per quale motivo ha deciso di girare la prima parte del film in bianco e nero e con un formato ridotto?

Quando ho cominciato a scrivere la sceneggiatura, ho capito che dovevo evitare i flashback, perché è vero che aumentano la tensione, ma non volevo che nel film ci fossero grandi sorprese o cose scioccanti. Non mi interessavano i colpi di scena, perché in The Last Ashes sono più importanti i sentimenti, le emozioni. Volevo che il pubblico avesse una certa familiarità con la bambina dell'inizio del film, che si affezionasse a lei e stesse dalla sua parte. I primi 25 minuti di The Last Ashes sono una specie di prologo, o un film a sé, e ho optato per il bianco e nero perché desideravo che quell'inizio fosse molto espressivo. La mia intenzione era raccontare un mondo privo di colore, e la cosa fantastica del cinema è che ti dà gli strumenti per esprimere qualsiasi stato d'animo. Per quanto riguarda il cambio di formato, per me era fondamentale che si avvertisse un forte senso di claustrofobia. Desideravo che la bambina si sentisse come persa in quel mondo, e la macchina da presa doveva essere il suo sguardo, uno sguardo che non capisce tutto, che non si accorge di tutto. Volevo anche che sembrasse confinata nell'inquadratura, intrappolata nell'immagine. Questa parte di The Last Ashes è in forte contrasto con la parte western, per cui ho usato il cinemascope e il colore.

Come si è trovato a dirigere per la prima volta degli attori in un lungometraggio?

Mi dà gioia lavorare con gli attori e con la troupe. Rispetto il lavoro di ognuno e mi piace che da uno sforzo collettivo venga fuori qualcosa di inaspettatamente bello. Quando dirigo un attore, so esattamente cosa non voglio, però devo ancora imparare a capire cosa voglio esattamente. Ma, in fondo gli attori lo sanno, sanno che parte del loro lavoro consiste nel rendere credibile un personaggio, e tocca a loro dargli un corpo, un volto e una voce. Credo che, se i personaggi del mio film fossero stati interpretati da altri attori, sarebbero stati certamente diversi, perché sul set ho lasciato che ciascun attore mettesse nel personaggio un po’ di sé stesso, del proprio bagaglio emotivo, e ciascuno ha condiviso il proprio con quello degli altri, e l'effetto è stato portentoso, perché insieme siamo cresciuti artisticamente e ci siamo dati il tempo, anche sul set, di esplorare i personaggi. A volte stare su un set può essere stressante, perché basta poco per restare indietro con le riprese. Noi ci siamo detti: 'Prendiamoci tutto il tempo che ci serve’, ovviamente nel rispetto degli orari di lavoro. Comunque toccava a me trovare le soluzioni per i problemi che si presentavano di volta in volta, e mi sembra che tutti si siano sentiti a proprio agio e abbiano veramente dato il massimo.

Questo festival è dedicato al noir nelle sue varie declinazioni, e quando il noir diventa thriller e horror, è di scena la paura. Quindi le chiedo: quali sono le sue paure?

La lista delle mie paure è lunghissima, tanto che se dovessi elencarle tutte ci ritroveremmo a trascorrere un'infinità di tempo seduti su questo divano. In realtà a spaventarmi non sono cose concrete, e questo mi fa pensare che gli esseri umani sono creature davvero particolari se riescono ad avere paura senza sapere esattamente di cosa. Si può temere fortemente qualcosa proprio perché non lo si conosce a fondo, o perché si sospetta che possa spaventarci. Per me esistono due tipologie di paura: c'è la paura fisica, quella che porta il tuo corpo a reagire e che puoi imparare a controllare. Poi c'è la paura psicologica. Una paura fisica è la paura dell'altezza. Guardi giù e il tuo corpo immediatamente reagisce. Oppure c'è la paura di volare, e su questa puoi lavorare. Ma non appena la paura diventa astratta, sono guai. Quando i bambini hanno paura del buio, è difficile che imparino da subito a governarla. A un certo punto la superano, ma resta comunque una cosa inquietante. Al cinema mi piace raccontare la paura astratta, ma è un processo molto complicato.

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