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Misery non deve morire: l'ira del fandom nel capolavoro di Rob Reiner

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Kathy Bates e James Caan hanno portato al meglio sullo schermo un racconto che suscita tante letture: ve ne proponiamo qualcuna.

Misery non deve morire: l'ira del fandom nel capolavoro di Rob Reiner

Misery non deve morire (1990) di Rob Reiner, con una straordinaria performance di Kathy Bates (qui premio Oscar) e James Caan, oltre a essere uno dei migliori adattamenti di un lavoro di Stephen King, rimane un gioiello di raro equilibrio, che si presta a più letture: ve ne vogliamo proporre qualcuna, per dimostrare come a trent'anni di distanza regga il colpo del tempo e rimanga irresistibile.
Breve ripasso della semplice premessa: lo scrittore Paul Sheldon (Caan) perde il controllo dell'auto durante una bufera di neve. Viene recuperato dall'ex-infermiera Annie Wilkes (Bates), che vive nei paraggi, isolata. Allettato, è accudito dalla donna, che si dichiara fan sfegatata del suo lavoro e dell'eroina dei suoi romanzi rosa, Misery. Paul realizza presto che la donna è una psicopatica pericolosa, per giunta incattivita dopo che ha scoperto che nell'ultimo romanzo Paul ha scelto di far morire l'amata Misery. Brutta situazione...

La prima cosa che salta all'occhio è che in Misery non deve morire non c'è alcuna componente sovrannaturale o fantastica. In apparenza, perché come in altri lavori di King c'è un elemento che crea un alone trascendente intorno alla realtà. Come in Stand By Me, peraltro adattato proprio da Rob Reiner, c'era l'idea della morte, e come in Le ali della libertà c'era un'intelligenza che sfiorava il superpotere. In questo caso è l'arte dello scrivere a giocare lo stesso ruolo nel racconto: all'inizio della storia Sheldon disprezza la propria scrittura di romanzetti, ma nel percorso dovrà giocoforza riconoscerne la potenza. Annie prende il lavoro di Paul più sul serio di quanto non lo faccia lui: l'importanza rivestita dai manoscritti arsi dal fuoco richiama un percorso di violenta purificazione, sacrifici pagani, inquietanti, che non a caso saranno la chiave che l'eroe userà per "vincere". A patto di riconoscerne prima il potere che ha colpevolmente sottovalutato.

Già, l'eroe. Indubbiamente Annie rappresenta una minaccia e Paul ne è la vittima, ma nè King nè Reiner hanno intenzione di liquidare l'ex-infermiera come una caricatura ambulante. C'è qualcosa di estremamente drammatico nella solitudine degenerativa di Annie, una solitudine privata ma anche sociale, come sempre in King: alle sue azioni estreme sono sempre associate azioni comuni da persona di estrazione sociale medio-bassa. Guarda il Gioco delle Coppie alle tv e cerca una via d'uscita dalla sua vita e dalla sua mente deviata (di cui sembra consapevole, a intermittenza). La trova in una cultura di consumo che la tratta come numero, offrendole il romanzetto rosa che non fa pensare. King richiama all'ordine chi crea, con estrema severità: la differenza tra alto e basso vale solo per uno scrittore frustrato. L'autobiografia di Paul viene distrutta da Annie, che invece pretende che la vita fittizia di Misery, così migliore della sua, continui all'infinito. Pretende onestà, come nel suo memorabile sfogo sull'uso disonesto del cliffhanger. Non vuole essere presa in giro. Toccante il momento in cui spiega il motivo del suo delirio: "Non sai cosa significa perdere qualcuno come te, se sei me".

A quasi trent'anni di distanza, colpisce come l'ossessione di Annie per Misery coincida con quella che sembra percepirsi in tanti fandom sulla rete. Annie si sente coproprietaria del personaggio, e giudica come un tradimento una decisione artistica dell'autore. Fortunatamente pochi hanno un accesso diretto e fisico al corpo di registi e sceneggiatori, altrimenti c'è da pensare che i casi come quello di Annie Wilkes si moltiplicherebbero. Pensate all'omicidio di John Lennon, ma dopo avergli chiesto di cambiare note o versi di una sua canzone. Shitstorm, cyberstalking: non mentiamo a noi stessi, possiamo leggerli negli occhi di Annie, che non per nulla King ammise di aver modellato su alcuni dei suoi fan più maniacali, che l'avevano un po' spaventato. "I expect nothing less than your masterpiece", "Non mi aspetto meno del tuo capolavoro assoluto", intima sorridente Annie a Paul, costretto a scrivere un nuovo romanzo di Misery con le ossa delle gambe a pezzi.

L'ultimo elemento che ci solletica una nuova visione del film è meno approfondito eppure presente. Viene suggerito che Paul sia metodico, superstizioso e sociopatico, come capita a molti artisti: Annie è la personificazione di una prova che il destino gli mette davanti. Una comunicazione obbligata con chi non fa sconti e non ammette scappatoie (che Paul prova a inventare più volte nel corso del thriller). Le sue forche caudine ricordano quelle del Dennis Weaver nel Duel di Spielberg: il protagonista era un pusillanime, ma il camonista psicotico e assassino non accettava intese e tregue verbali. Mors tua, vita mea, come in Misery non deve morire. Guardacaso, alla base di Duel c'era un racconto di un altro grande scrittore fantastico americano, Richard Matheson.

Ci sarebbero altre cose da notare su Misery non deve morire: per esempio lo straordinario equilibrio tra thriller, orrore e humor nero esilarante (puro King, aiutava che Reiner arrivasse da Harry ti presento Sally!). Facile quando la sceneggiatura è a firma di William Goldman, premio Oscar per Tutti gli uomini del presidente e Butch Cassidy. Ci sarebbe anche il gusto hitchcockiano per la suspense, con un protagonista bloccato in sedia a rotelle come James Stewart nella Finestra sul cortile, in una casa che rievoca quella di Psycho, con musiche herrmaniane di Marc Shaiman. Anche senza cogliere le citazioni, Misery non deve morire è un film perfetto. Naufragar ci è dolce in questa sindrome di Stoccolma.

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