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Laure Calamy, eroina del quotidiano: incontro con la protagonista di Full Time

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Una delle attrici più eclettiche e ironiche del cinema francese, Laure Calamy è la protagonista premiata a Venezia del thriller sul quotidiano di una lavoratrice pendolare Full Time di Eric Gravel. La abbiamo intervistata.

Laure Calamy, eroina del quotidiano: incontro con la protagonista di Full Time

Julie corre. Tutto il giorno, dall’alba o ancora prima, prendendo il treno per lasciare, a qualche decina di chilometri da Parigi; poi dopo il tramonto, per fare il trafitto inverso. Il tutto trovando qualcuno che si occupi dei due figli, con un ex marito assente e delle giornate frenetiche, fra scioperi dei trasporti e un traffico in città impazzito. Un impegno assolutamente Full Time, come il titolo italiano, anche se in inglese, del film di Eric Gravel presentato con giuste lodi nella sezione Orizzonti della scorsa Mostra del cinema di Venezia, ottenendo il premio per la regia e quello per la (splendida) protagonista, la fuoriclasse Laure Calamy

Protagonista cameleontica e sempre perfetta del cinema francese di questi anni, conosciuta delle nostre parti soprattutto per lo spassoso ruolo di segretaria nella serie Netflix Call My Agent, l’abbiamo incontrata in riva alla laguna. Sempre ironica, sorridente e appassionata, con quella giusta dose di simpatica e stralunata follia che la rende una delle (mie) attrici preferite.

Full Time – Al cento per cento (titolo originale: À plein temps) è appena uscito per I Wonder Pictures nelle sale italiane. Julie è una madre single in costante movimento e alle prese con un capitolo piuttosto caotico della sua vita. Fa di tutto per crescere i suoi due figli in campagna e mantenere il suo lavoro in un hotel di lusso parigino. Quando finalmente ottiene un colloquio di lavoro per una posizione ambita da tempo, scoppia uno sciopero nazionale che paralizza il sistema dei trasporti pubblici. Il fragile equilibrio che Julie ha creato è messo in pericolo.

“Quando ho letto la sceneggiatura ho avuto un colpo di fulmine legato al ritmo con cui era condotta tutta la vicenda. Un film sociale con molta azione. Questa donna ha molte sfaccettature, come nella vita siamo tutte. La vediamo estremamente precisa nel suo lavoro in un hotel di lusso, poi con i figli e nella sua solitudine di un ritmo frenetico che cerca di gestire. Ha una furia, qualcosa di potente. Anche se inizia a irritarsi e subire i danni di questo stile di vita, quello che raccontiamo è la potenza di questa donna, una vera Wonder Woman. Un’eroina del quotidiano. Mostriamo la banalità della vita ordinaria che diventa straordinaria grazie allo stile scelto da Eric Gravel che lo rende un thriller. È questo principalmente che mi ha appassionato.

Uno stile frenetico che ha richiesto delle prove particolari?

Non più del solito, in realtà. Quando ci siamo incontrati ho detto a Eric come fosse buffo, perché ho un’amica sindacalista che si occupa degli scioperi delle donne delle pulizie degli hotel di lusso in Francia. Ce ne sono stati parecchi di scioperi molto duri, uno è durato quasi un anno e si è concluso senza grandi conquiste. Allora ci siamo incontrati con lei per pranzo una volta, ci siamo preparati un cous cous insieme. Ci ha raccontato un sacco di aneddoti, poi io e le altre attrici che intepretavamo le donne delle pulizie abbiamo seguito un corso specifico per acquisire fluidità nei nostri gesti. Nel mondo della hotellerie sono cruciale una serie di coreografie fatte di gesti precisi e molto minuziosi. Ho parlato molto con le persone che ce li insegnavano e abbiamo integrato alcune di queste cose nel film, come il fatto che bisogna aprire tutti i contenitori nelle stanze perché c’è chi lascia apposta delle cose per vedere se sono passati a pulire. Ogni giorno bisogna controllare tutto fino al più piccolo dettaglio, fino alle polvere sulle piante. Sono dei veri appartamenti, le suite di lusso.

Laure Calamy è anche nella vita una militante impegnata, come ricorda regista, tanto che si adattava a perfezione al film. “Sarebbe stato difficile avere una protagonista che non sentisse così nel profondo il ruolo, proprio per il suo impegno sociale e politico”, ha aggiunto Gravel.

È proprio così, Laure Calamy?

È vero che ho una sensibilità particolare su queste tematiche, alimentata dalla mia amica che me ne parlava. Mi piaceva che questa donna avesse un mestiere reale e si vedesse bene impegnata nel portarlo avanti. Al cinema non si vedono che raramente persone con problemi economici, tutti gli hotel erano chiusi per la pandemia. Durante la preparazione ci siamo resi conto quanto lavoro servisse per padroneggiare tutti i gesti che queste persone compiono ogni giorno. Un lavoro cruciale per la credibilità. Anche negli hotel di lusso ci sono dei subappalti, vi rendete conto!? Vengono pagate a stanza, devono lavorare a un ritmo terrificante. Tanto che rispetto alle formatrici, che ti spiegano come fare a perfezione ogni gesto, le donne che lavorano realmente ogni giorno ti dicono che così lo fai per cinque minuti, poi devi velocizzare. Quando fai ogni gesto a perfezione, arrivi a sera che ti fa male tutto, ve lo assicuro. Una di loro mi ha fatto vedere tutte le operazioni che ha dovuto subire, dalla tendinite al ginocchio e alla schiena. La quantità a una velocità inumana. Mi faceva piacere raccontare tutto questo, anche se è mostrato in maniera molto sottile. Non è il soggetto del film, ma echeggia, e si parla della pressione e della violenza del lavoro. Una pressione che separa l'uno dall’altro.

Non ci sono buoni e cattivi, però. Non c’è un padrone perfido.

Esatto. Mi piaceva che il mio personaggio ogni tanto fosse in cattiva fede. Julie mente per salvare la pelle. Nel difendersi diventa ingiusta, bloccata in una forma di stagnazione comune a molti lavoratori di oggi. Lei non vive né la quiete della campagna, né la fascinazione della vita. Si trova al centro di queste due dimensioni con le loro qualità, in una zona grigia che ne è priva. Quando si muove con i treni metropolitani in cui rimane per ore è come se vivesse dentro una scatola. Anche Parigi è mostrata in maniera opprimente. La tragedia del quotidiano però deve rimane umana. Mi interessa attraverso i miei ruoli, come quello di Julie, raccontare l’essere umano, che deve emergere dal mio variegato pantano in costante empatia. Nei dialoghi fra le colleghe emerge quell’umorismo che tutti abbiamo mentre lavoriamo, perché è dura e dobbiamo concedercelo. Mi fa orrore definire i personaggi. È chiaro che abbiamo un’idea generale, ma resto sempre sempre aperta a tutto quello che può succedere, quando recito. Come con un Picasso lo puoi vedere di fronte, di profilo, da ogni angolazione. Mi piace essere sorpresa dall’istante, da quanto qualcosa di inatteso può produrre, declinando delle note diverse, dall’allegro al lento. Ritmi differenti che hanno reso appassionante Full Time, nonostante sia il film più tecnico che ho fatto. Dovevo rimanere attenta e mantenere la cadenza giusta.

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